Una ragazzina all’ #Expo di Milano

 

Pubblicheremo brevi note di giovanissimi visitatori di Expo2015.

Illy Caffè

Maglietta dal gran calderone Expo2015.

Sicuramente il progetto dell'Expo ed il messaggio da esso tramesso sono ben chiari 
e anche molto ben elaborati. I padiglioni erano esteticamente affascinanti, 
ognuno con la propria struttura personalizzata. 
L interno di molti padiglioni devo dire che mi ha delusa, 
insomma, mi aspettavo di vedere un organizzazione diversa, 
ma comunque l'esperienza Expo mi è piaciuta molto. 
Da raccomandare assolutamente è il capannone di " save the children", molto informativo, 
insomma, ne vale davvero la pena andare a dare un occhiata.
(Natalie, 16 anni)

 

Il 27 maggio a Milano si parla di #magliette.

mottolese, t-shirts

Vieni a parlare di magliette?

Arriva un momento in cui tutto quello che sai lo devi riversare ad altri, affinchè sia utile, se utile è stato in passato per te. Amare le magliette come veicolo di contenuti, come manifesto del pensiero, come tadzebao politico, come pagina bianca sulla quale scrivere ciò che credi, come marmo sul quale incidere, insomma, se la maglietta può significare “lasciare il segno”, ecco, perchè no, pochi minuti di racconto possono essere tanto.

E allora ne parleremo insieme a Milano di questo media anomalo, pop e indistruttibile. Di questo capo di abbigliamento molto più smart e intelligente di quanto si voglia far credere . La t-shirt parla di te ma parla anche molto di sè. La maglietta può essere poesia e cazzotto, può essere uno sguardo furtivo, può provocare la lotta.

Venite ad ascoltare questa storia. Non ve ne pentirete.

(M.M. per newsfromtshirts)

 

t-shirt

La maglietta è, come dice qui, bella e intelligente. Si riferisce a sè stessa…

 

Il teatro “bonsai” di Saverio La Ruina. Polvere che si deposita sulle vite…

la ruina, lattari

La “polvere” è la realtà offuscata.

Dicono che le vera perfezione di una pianta si esprima nella forma bonsai. Costretto nelle piccole dimensioni l’albero sviluppa le sue migliori caratteristiche all’interno di una riproduzione minimale e però perfetta.
“Polvere”,  di Saverio La Ruina -e recitato insieme a Jo Lattari che ha collaborato alla drammaturgia- ha, dunque, le caratteristiche di un bonsai, per minimalismo, durata e magica perfezione dei tempi scenici. Il tutto surrogato da un linguaggio tra il “filmico” e il fumettistico, chè in era di social e di comunicazione piatta fa si che il contenuto possa arrivare a tutti per via diretta, senza filtri o intermediazioni culturali.

Mancando di sovrastrutture, tipiche peraltro del teatro, la piéce costringe i due attori ad essere davvero “sè medesimi” quasi che il testo li ingabbiasse senza scampo all’interno di una banalità però aberrante. E la magia è che il pubblico, inizialmente sorpreso dalla “piattezza” del linguaggio (ed anche del contenuto) si renda conto solo nel corso della recitazione di essere come “rimasto indietro” rispetto allo svolgersi effettivo della storia per poi risintonizzarsi “ex-post” e trovarsi spiazzato, se non attonito.

Parlare di operazione chirurgica non è errato, considerando che l’invenzione orientale del bonsai si basa proprio sulla costrizione di una radice all’interno di un piccolo contenitore, deviandone il corso della crescita, annientandone le pretese verticali e sfidando la forza di gravità. Bonsai (seishi in giapponese) è l’arte di dare forma nel rispetto delle proporzioni naturali della pianta. E che altro è Polvere se non una forma di vita costretta ad esplicitarsi nel breve arco di 75 minuti in cui si ha l’impressione, al termine, di aver vissuto un’era più che un momento?

Perchè uscendo dallo spettacolo i 75 minuti si sono come dilatati, divenuti avventura “di due”, di una intimità irracontabile chè, solo nel momento in cui diventa “spettacolo”, assume le sembianze di una dolorosa verità.

Inconsciamente il ritmo è quello dei cartoons di una volta, sketches che si susseguono e che vanno a comporre un collage che solo nella sua visione completa restituisce la forma dolorosa di un attraversamento inderogabile.

teatro

Saverio La Ruina e Jo Lattari, ammantati di polvere..

Non è uno spettacolo lineare ma neanche ondivago; è diagrammatico piuttosto, e anche geometrico ,in quel suo “appoggiarsi”  sul pubblico per creare un non classico triangolo chè aiuta gli interpreti a dare un senso al nonsenso che stanno attraversando.

E’ una storia vera? Una storia che potremmo sentirci narrare metti… una sera a cena? Tutte le storie sono vere perchè neanche il più grande drammaturgo è in grado di superare la vita per fantasia , casualità di fatti e crudezza degli svolgimenti. Dunque, Polvere, mette in scena una vera storia che utilizza la sceneggiatura per tornare “finta” e che alla fine crea la sponda col pubblico per farla tornare nuovamente vera. E’ dunque il pubblico il “fegato” della operazione, il pubblico con le proprie reazioni che si vanno ad assommare sino a creare una sorta di alterego corale dei due in scena e senza il quale la storia tornerebbe ad essere quello che è, l’esaltazione fastidiosa della banalità del male.

I due attori, forse ignari, diventano preda della storia che li utilizza a proprio piacimento, trasportandoli all’interno di una sorta di fastidiosa perfezione di cui loro stessi si sentono preda e che forse si eviterebbero. Essere “giocati” dalla storia stessa li trasporta all’interno dell’inferno con peculiare soavità e, se non fosse per l’intermediazione del pubblico in sala, potrebbero perdersi all’infinito, nella ripetizione ossessiva che è il teatro o, come nel film “l’invenzione di Morel”, essere  immortalati e ciclicamente riproposti da una infernale macchina ideata per lasciare a futura memoria un insegnamento negativo.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

Don Roberto (Benigni) sulla via della illuminazione.Una pratica utile: la fede laterale. #idiecicomandamenti

 

Ma lui lo sa di non esserlo? (un santo…)

Ma lui lo sa di non esserlo? (un santo…)

 

Ieri sera ascoltavo la predica di Don Roberto (Benigni) da una stanza diversa da quella “della televisione“. Che strano…non so se è mai capitato ad altri ma è un modo quasi perfetto per valutare non solo i toni e i contenuti di un testo detto, ma anche l’attendibilità di colui che parla, che recita, che si fa intervistare. Non guardandolo ( lo schermo) ci si concentra molto di più sulle parole, sul parlato e meno -ovviamente- sui gesti, l’apparenza, le movenze studiate. Non ci si distrae dal messaggio, insomma.

E’ una pratica che si potrebbe introdurre nei provini televisivi, per valutare chi vuole entrare in video ( come molti)  a farsi fagocitare e rimodellare dal tubo. Provare per credere.

Benigni , a distanza, davvero predicava più di quanto si potesse percepire guardandolo. Come quando si entra in una chiesa, l’altare è lontano e carpisci brani di predica essendo le chiese ormai  dotate di amplificatori che rendono liquida la voce del prete. Era, dunque, come se io fossi in un altare laterale, e ascoltassi la predica senza vederne l’officiante.

E differenze tra quest’ultimo -e l’attore sul freddo palcoscenico dello studio televisivo- davvero non ne riscontravo, fantasticando sul fatto che , almeno per una domenica, in tutte le chiese d’Italia, Papa Francesco potrebbe ordinare la replica della televisiva predica benignesca lasciando per una volta riposare i preti, pur privandoli, certo, della loro personalissima audience alla quale , alcuni, tengono molto. Più o meno quanto un personaggio televisivo.

E così la voce di Benigni troverebbe finalmente il palco più giusto, un palco dal quale, lui assente, far emanare, nel luogo più consono,  la forza elementare della sua predica. Chè, non solo non ha più nulla a che fare con quel Benigni che fece ridere ai suoi esordi, ma probabilmente neanche con il Benigni televisivo, predicatore modello “quinto potere”, organizzato mentalmente e m a t e m a t i c a m e n t e  per fare il boom.

Ringrazio il caso che mi ha illuminato. O forse lo devo alle parole di Roberto che mi hanno aperto la strada della fede “laterale”.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

maglietta: Magliettefresche

METAL-MERCHANDISING – ECCO A COSA SERVE LANDINI: A VENDERE LA FELPA ROSSA CON LA SCRITTA FIOM – ONLINE “SONO MOLTO RICHIESTE”

landini, camusso

Le vie delle T-shirt sono infinite

 

La felpa Fiom va online. L’idea di vendere attraverso internet uno dei prodotti più identitari del merchandising italiano viene discussa in queste settimane dai vertici dei metalmeccanici della Cgil. «Non si tratta certo di un business. Vendiamo le felpe praticamente a prezzo di costo. È vero però che sono diventate molto richieste e c’è anche un mercato di scambi», rivela il segretario organizzativo Enzo Masini.

sindacato

Non male nera e rossa…

Tutto ebbe inizio quattro anni fa quando la Fiom nazionale decise di far produrre in Italia («è un requisito fondamentale », precisa Masini) un certo numero di felpe rosse con la grande scritta bianca Fiom. Per un paradosso della cronaca ripetevano quelle inventate da Lapo Elkann con la grande scritta Fiat.

Ma quante se ne smerciano in un anno? «A livello nazionale dovrebbero essere circa 5.000», dice Masini. A seconda delle regioni (e della maggiore o minore distanza dalle aziende che le producono) le felpe costano tra i 20 e i 25 euro. «Raccogliamo gli ordini e quando ne abbiamo un certo quantitativo le facciamo produrre», racconta Vergnano. Si chiama “time to market”, uno dei criteri base della produzione automobilistica. Non è l’unico punto di contatto con l’industria automobilistica.

camusso, landini

Scajola invece scelse la felpata FIAT. Altri tempi…

«Dopo i primi anni, c’è stata una flessione nelle richieste — dicono alla Fiom di Torino — perché, ovviamente, nessuno cambia una felpa all’anno». Mercato saturo? Ecco che arriva quello di sostituzione: «Molti ci chiedono felpe con particolari sempre nuovi e diversi».

Per restare nella metafora automobilistica, anche le felpe hanno l’abs. «In ogni caso — conclude Vergnano — si tratta sempre di un oggetto identitario, si indossa alle manifestazioni ma è più difficile che venga indossato nel tempo libero o addirittura per andare al lavoro, dove può anche essere rischioso». Brand identitario? Il sogno di ogni pubblicitario. Allora perché non vendere a un prezzo più alto? «Perché siamo un sindacato, non Armani ».

 «Le felpe rosse andarono via in fretta », ricorda Valter Vergnano della Fiom torinese. Da allora ogni federazione provinciale ha iniziato a fare da sé producendo felpe di ogni foggia e colore. «Hanno cominciato gli emiliani con la felpa nera e la scritta rossa. Qualcuno dei nostri ha visto le immagini di Landini che la indossava — ricorda oggi Vergnano — e ha chiesto di averla. È scattato un classico meccanismo di emulazione e oggi noi a Torino ne vendiamo tre o quattro tipi diversi».

Paolo Griseri per “la Repubblica

Caccia er filippino. Viperetta Dixit

massimo ferrero

E già, le magliette non dimenticano…

Come sempre tocca alle magliette conservare la memoria delle frasi “storiche”. Certo, non parliamo qui di Giulio Cesare o Mussolini, nè del Papa o di un Presidente americano.

Parliamo di viperetta, il mitico Ferrero, presidente della Sampdoria.

L’ha detto e l’ha ripetuto. E qualcuno si è divertito a conservarne la storia. Dentro una maglietta.

Chissà cosa ne pensa il “filippino” di tutto questo. E se un giorno allo stadio tutti si presenteranno con questa maglietta come un giorno molti indossarono, ad esempio, il mitico “Vada bordo cazzo!” dedicata allo stolto Schettino.

Oppure se un giorno ce ne fosse un’altra di maglietta che dicesse: ” caccia er viperetta…”

M.M. per newsfromtshirts

Di la verità. Anche con una #maglietta…Julian Assange come il “Che” ?

Julian è vivo e lotta insieme a noi.

Julian è vivo e lotta insieme a noi.

di: Vittorio Zucconi per Repubblica.

IN PRINCIPIO fu il verbo. Alla fine fu la t-shirt. La rivoluzione di Julian Assange, del fondatore di WikiLeaks che scosse le cancellerie e i palazzi del potere, passa dalla rivelazione dei segreti altrui alla vendita di maglie, borse, pennette usb, scarpe e tutto ciò che il suo nome e il suo volto possano vendere. Naturalmente, e ufficialmente, per la Causa.

La transizione da martire della trasparenza a “brand” per negozi di souvenir, a marchio per fare merchandising globale come un Michael Jordan, un Leo Messi, un Paul Newman, una Jessica Simpson o una Coca Cola qualsiasi, non è stata  –  ricostruisce il New York Times che ha prodotto la fuga di notizie sul profeta della fuga di notizie  –  idea sua. L’ha avuta un astuto uomo d’affari islandese, Ólafur Vignir Sigurvinsson, che già aveva collaborato con lui affittandogli un server per i dati

Un classico delle t-shirt

Un classico delle t-shirt

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Sigurvinsson, che doveva avere letto, come certamente Beppe Grillo in Italia, un fondamentale saggio del 1997 intitolato La commercializzazione del dissenso, nel quale si spiegava come anche le pulsioni e gli eroi antisistema diventino poi perfetti veicoli di vendita e di profitti dentro il sistema, ha avvicinato Assange nel suo esilio londinese presso l’ambasciata ecuadoregna. Con l’esempio luminoso della foto del “Che” con il baschetto, il santino di Ernesto Che Guevara scattato dal fotografo Albert Korda nel 1960 e riprodotta su milioni di indumenti, dai giubbotti ai bikini, l’islandese ha spiegato ad Assange la fantastica commerciabilità del suo volto e del suo, appunto, “brand”. E Assange, secondo il New York Times, si è facilmente lasciato convincere.

Il meccanismo della cooptazione dell’antisistema nel sistema si deve però fondare sul gradimento del rivoluzionario da maglietta e del guerrigliero da zainetto. Assange, che per primo fece diffondere messaggi segreti, cablogrammi imbarazzanti, immagini rubate ai computer del governo americano, demolendo la propaganda di Washington più di mille attentati, ha un indice di gradimento e di riconoscibilità altissimo. Con l’eccezione comprensibile degli Stati Uniti, la percentuale di fan dell’australiano è attorno all’80 per cento e potrebbe essere eletto senatore australiano in contumacia. Un dato troppo ghiotto per non solleticare l’appetito dei “marketer”, dei moschettieri di mercanzia su licenza.

La gamma dei prodotti che porteranno il volto stilizzato di un ben pettinato Julian Assange e il suo appello a “Tell the Truth”, a dire la verità, è vertiginosamente infinita. Tutto il catalogo dei “tchotchkes”, come nello yiddish alla newyorkese si chiamano le cianfrusaglie e i capi inutili che ballano per casa, si presta allo sfruttamento commerciale del marchio. Già oggi si vendono bene magliette con il marchio di WikiLeaks stritolato da un panzer, zatteroni con tacchi altissimi per signore della inglese Russel & Bromley per 200 euro, borse della spesa per ben 250. Ma nessuno dei prodotti con il nome o il volto, del profeta della trasparenza fruttava un solo centesimo ad Assange e l’intervento dell’affarista islandese metterà fine a questo scandalo.

Un volume di 46 pagine, con tutte le indicazioni grafiche, i criteri, i colori da utilizzare per Wiki-Leaks e Assange, e naturalmente le commissioni da versare, è stato approvato da Julian. Un contratto è già stato firmato con un gigante indiano delle produzioni di paccottiglia su licenza, la Bradford Licensing India, che controlla il diritti per i marchi di Penthouse e della lega basket americana, la Nba, poi con la Paris Arabesque, detentrice di tutto il merchandising attorno a Marilyn Monroe ed Elvis Presley. “WikiLeaks può diventare una delle Top 100 brand del mondo” gongola l’islandese, spalla a spalla con le regine del marketing come MacDonald’s, Coca, Pepsi, Apple, Playboy, Disney.

Mischiare la purezza rivoluzionaria di WikiLeaks e di Assange con le orecchie di Topolino o le conigliette di Hugh Hefner potrebbe turbare i fondamentalisti, se non fosse per la Causa. Ma le leggi del consumismo che si crede anti-sistema hanno ampiamente dimostrato come non sia necessario essere comunisti per venerare i santini del “Che” né avere visitato i tempi di Disney per comperare peluche in un Disney Store.

Very fashion

Very fashion

Basterà che milioni di clienti, soprattutto nella fascia più appetita, quella fra i 16 e i 40 anni, vogliano sentirsi parte di un movimento globale per la “verità” e manifestino i propri palpiti rivoluzionari comperando uno zainetto o una felpa. Le insidiose contraddizioni ideologiche fra la sfacciata commercializzazione capitalistica di prodotti fabbricati in India e le intenzioni disvelatrici degli orrori capitalistici di WikiLeaks non distoglieranno i clienti più di quanto non li turbi portare sulle mutande dei bikini il volto austero del Che.

Che Guevara indossa Assange. Paradosso storico?

Che Guevara indossa Assange. Paradosso storico?

Non è stato rivelato quale percentuale andrà nelle tasche di Julian Assange, afflitto da costosi procedimenti penali per molestie sessuali in Svezia con richiesta di estradizione e atteso dalla minaccia di processo per spionaggio semmai mettesse piede negli Usa. Ma ai futuri consumatori di t-shirt, di cappellini e di altri prodotti autorizzati (occhio alla mercanzia taroccata) poco importano i rischi di incoerenza. Come coloro che indossano la biancheria autorizzata da Micheal Jordan si sentono per un istante giganti del basket, così i compratori della “Linea Assange” potranno avvertire, all’atto dell’acquisto, l’inoffensivo brivido della trasgressione contro il Grande Fratello. Arriva la rivoluzione e finalmente ho qualcosa da mettermi.

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