Archive for the ‘ Streetwear ’ Category

Muri in transito. Psicopatologia (letteraria) di chi scrive sui #muri.

graffiti, cosenza, rende

Tutti sinceri coloro che imbrattano i muri?

 

Esce a breve in libreria, per i tipi di Pellegrini Editore di Cosenza, il libro “Muri in transito”, di Jo Lattari e Marco Mottolese. 15o immagini di muri “scritti” con altrettante didascalie “dalla parte di chi scrive”… Un modo per stanare coloro che scrivono solo di notte…

Pubblichiamo un breve stralcio dalla nota introduttiva di Enrico Ghezzi, il noto critico cinematografico nonchè “inventore” di programmi televisivi quali Blob e Fuori Orario.

Reset, ecco un modo nuovo per intepretare i graffiti e le scritte sui muri.

Reset, ecco un modo nuovo per intepretare i graffiti e le scritte sui muri.


Ti AMO COSTANZA (ma) SENZA SPERANZA

(…) e vien da ammirare la leggerezza con cui Jo Lattari e Marco Mottolese hanno commentato le scritte sui muri fotografate. L’impegno di non volare, di non tradire con l’interpretazione, di smorzare, si impenna ogni tanto incrociandosi e ingolfandosi volutamente (lo stesso faccio io in questo preciso momento del 22 settembre 2015, mentre scrivo ascoltando in sottofondo tv la notizia del signor X che gira di notte in bicicletta testando l’asfalto e il selciato della sua città alessandria, scrivendo per terra con la bomboletta grossi avvisi in rosso o in bianco sulla presenza di buchi pericolosi del manto stradale). (Enrico Ghezzi)

per info: http://www.pellegrinieditore.it

http://www.ibs.it/code/9788868923228/lattari-jo/muri-transito.html

https://www.bookrepublic.it/book/9788868223403-muri-in-transito/?tl=1

 

 

 


 

Il Papa è #pop e gli streetartists lo hanno capito. Almeno a Roma

Tutto iniziò con questa maglietta che riproduceva uno stencil apparso a Roma, in una strada non lontana da San Pietro:

papa

Semo romani, disse Giovanni Paolo II, e diventò graffito e diventò maglietta

Diciamo che Giovanni Paolo è stato il primo Papa Pop.

Poi arrivò Bergoglio. Papa Francesco , pop per definizione , ha così ricevuto anch’egli  l’imprimatur dei writers, degli streetartists di Roma. Un “battesimo” fondamentale che lo trasporta nella urban art e lo rende mitico, esattamente come colui che lo ha preceduto:

twitter

Papa superman

 

Presto, facciamo una maglietta!

http://www.magliettefresche.com

 

 

 

Consigli per gli acquisti. #Magliette

Come ogni anno newsfromtshirts, con il Natale in arrivo, propone alcune t-shirts per fare dei regali che rimangano. D’inverno e, ovviamente, d’estate. La maglietta non ha stagioni; vive con te, sopra o sotto. Nessun regalo viene così tanto assimilato alla persona. Dunque nessun regalo è così duraturo…

Iniziamo:

 

bella e intDiciamo che questa maglietta potrebbe essere il regalo perfetto. Come la “tempesta”. E le opportunità sono variegate. La si può regalare ad una ragazza bella, ad una donna intelligente o, più semplicemente, ad una donna spiritosa e conscia delle sue capacità. Manifestare attraverso una maglietta del genere la propria sicurezza, quale quella di definirsi “bella e intelligente” , non è da tutte, eppure questa maglietta è già un best-seller. Ed è, tra l’altro, l’incipit del romanzo “Emma” di Jane Austen, che si potrà importare nei propri devices grazie al qr code stampato sulla maglietta.

Che sia, Jane Austen, un viatico importante verso la definitiva presa di coscienza che gli attributi non solo si usano ma si manifestano orgogliosamente?

seneca

Seneca è tutt’ora una guida importante, dopo svariati secoli. Disse: ” Non è mai esistito ingegno senza un poco di pazzia” e, a distanza di tempo, la citazione rimane non solo valida, ma guida sicura per chi pensa che nella vita bisogna osare. Certo, Seneca non ha vissuto quello che per lui sarebbe stato il “futuro” e per noi è oggi il “passato” , dunque non poteva sapere che il mondo, durante quel gap, avrebbe preso una piega molto particolare di cui nessuno conosce ancor oggi i confini, però, scrivere una frase del genere, e trovarla a distanza di tempo ancora talmente valida, da decorare una contemporaneissima t-shirt, aumenta la stima verso il grande filosofo e, più in generale, verso coloro che ammirano la lucidità.

francis scott fizgerald

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato». La frase finale del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald non riguarda solo il protagonista del romanzo, il grande Gatsby. Ma come ogni pagina, riga e parola dei grandi libri da Omero in poi, riguarda tutti gli uomini. Noi andiamo avanti, cercando una nuova sponda o almeno seguendo un sempre nuovo orizzonte. L’impresa è vana come la lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, poiché non possiamo mutare la realtà. Remiamo contro corrente, impresa destinata alla sconfitta, fatica che produce non avanzamento ma immobilità. Ma la corrente vince la forza del rematore e la spinta del remo, ci risospinge senza posa nel passato. Non è, come può apparire a una prima lettura, una visione disperata, o quanto meno disarmante: indica invece la forza dello spirito che spinge l’uomo in avanti, remando, pur se l’impresa pare impossibile. Una grandissima maglietta regalo, lascerà attoniti coloro che la riceveranno.

T-shirts:  http://www.magliettefresche.com

a cura di: redazione Magliettefresche.com / Marco Mottolese

 

 

 

New York, dopo il mirabolante mese di “Artist Residence” di #Banksy, si consacra il museo a cielo aperto più influente del mondo.

norman mailer, banksy, I love NY

La “firma” di Banksy a New York. Una citazione dottissima e pop.

Si è concluso il mese “Banksyano” a New York. Un format “capolavoro” che ha spostato in avanti, nel comune sentire, la percezione di cosa esattamente sia la Street Art. I media di tutto il mondo si sono occupati del geniale Banksy che, prima di andare via, non solo ha fatto della beneficienza in maniera alquanto innovativa ma ha dimostrato che il copyleft è davvero una strada. Basta infatti andare sul suo minisito, appositamente costruito per il mese newyorkese: http://www.banksyny.com/  per trovare la maglietta qui pubblicata, offerta gratuitamente al mondo (riprende una delle opere realizzate nel mese) e per la quale lo stesso Artista ne stimola la produzione di terzi. Ovviamente senza richiedere nulla.

Parallelamente si conclude qui, per newsfromtshirts, la pubblicazione di brani tratti dal libro “cult” “The Faith on Graffiti“, di Norman Mailer. Sono passati 40 anni esatti da quando Mailer individuò i primi taggers, i ragazzi che “cifravano” i muri di New York (…) e che per la prima volta finivano sotto la lente di ingrandimento di un grande intellettuale. L’omaggio dunque di newsfromtshirts, in attesa della pubblicazione dell’intero volume in italiano, è sia per Mailer che per Banksy che per tutti gli ignoti streetartists che hanno fatto sì che oggi, nello scarno panorama mondiale, non vi sia che la Street Art a dire qualcosa di fresco.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts).

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

Molti anni prima, addirittura vent’anni prima, A-I aveva ideato una storia che poi non avrebbe mai scritto, perché ne aveva smarrito il senso. Un artista giovane e ricco, a New York, all’inizio degli anni Cinquanta, preso dalla smania di andare oltre l’Espressionismo Astratto, si era messo a prendere in affitto tabelloni di annunci pubblicitari su cui abbozzava grandi disegni mal tratteggiati (per non dire che erano trasandati) con colori scelti per scorrere facili e sfaldarsi rapidamente. La pioggia deformava le linee, creava canali tra le forme; i gas di scarico delle macchine vi stendevano sopra una patina; comete di uccellini in volo incrostavano col loro impasto la superficie in via di sparizione. Quando ebbe completato una cinquantina di tabelloni del genere – un anno prodigioso, per il pittore – ormai era nata una moda. La sua mostra fu un evento. Trasportarono i tabelloni su camion col rimorchio e spaccarono la parete anteriore della galleria per farci entrare gli oggetti d’arte. Fu la più grande esposizione di un singolo artista a New York, quell’anno. Alla sua conclusione, due critici d’arte discutevano animatamente tra di loro se simili opere appartenessero ancora al mondo dell’arte.

Tu sei matto,” gridava uno, “non è arte, non sarà mai arte.”

E invece sì,” ribatteva l’altro, “secondo me è valida.”

Così doveva terminare la storia. Il suo titolo doveva essere “Validità”. Ma ancor prima di aver scritto una sola parola commise l’errore di raccontarla a un giovane espressionista astratto di cui apprezzava le opere. “Certo che è valida,” aveva detto il pittore, gli occhi luccicanti per il progetto. “La farei io, se solo potessi permettermi i tabelloni.”

Il racconto non venne mai scritto. Si era proposto di scrivere una specie di satira, ma era evidente che non aveva idea del modo in cui erano portati a pensare i pittori. Nell’arte era subentrato un certo modo di procedere, che lui non era in grado di distinguere.

Torniamo al pastello di de Kooning cancellato da Rauschenberg. I dettagli, a un’indagine supplementare, mostrano un minor grado di improvvisazione. Per prima cosa Rauschenberg informò de Kooning delle sue intenzioni, e de Kooning acconsentì. L’opera, una volta venduta, riportava la scritta: “Disegno di de Kooning cancellato”. I due artisti, insieme, qui propongono qualcosa di più del concetto secondo cui l’artista ha lo stesso diritto di stampare soldi del finanziere, forse affermano addirittura che la polpa e il midollo dell’arte, il nocciolo della pittura, la vita del colore e il mondo della tecnica grazie al quale le mani si posano su quel dato colore sono convertibili in qualcosa di diverso. L’ambiguità del significato nel Ventesimo Secolo, il vuoto totale al centro della fede si sono tramutati in un buco così ossessivo che l’arte potrebbe trovarsi a essere convertita in transazioni intellettuali. È come se stessimo cercando della roba, roba di qualunque tipo, mediante la quale tappare il buco e a tale scopo convertissimo ogni valore in roba. Perché non c’è dubbio che nel cancellare il dipinto e poi venderlo, l’arte ne risulti sminuita e la nostra conoscenza della società arricchita. Un manufatto di carattere estetico è stato tramutato in un manufatto di carattere sociologico: ora a incuriosirci non è il dipinto in sé ma l’ironia e la ferocia di una moda artistica che in primo luogo ha reso possibile la transazione. In questo secolo si è liberato qualcosa di rabbioso. Magari non stiamo convertendo l’arte nella comprensione di un processo sociale al fine di tappare il buco, stiamo piuttosto servendoci dell’arte per intasare quel buco, come se la società fosse così priva di speranza, cioè così attorcigliata in nodi di spaghetti ideologici senza fede, che la gioia consiste nello strangolare le vittime.

Ma approfondiamo l’esempio. Potremmo immaginare un’esposizione al Guggenheim. Sarà simile a molte di quelle che abbiamo già visitato. Un plausibile, moderno one-man show. Non verrà esposto nulla, solo fogli stampati da computer, di una labirintica operazione statistica. Centinaia di fogli del genere attaccati alle pareti, in maniera un po’ irregolare. Ogni tentativo di ordine verrà contraddetto dalla confusione nel sistemarli, man mano che la parete del Guggenheim sale a spirale lungo la rampa. Disposizioni a scacchiera alternate a fasce ascendenti, poi vicoli ciechi di carta pinzata da ogni lato.

Tentiamo di assimilare l’esperienza estetica. In cosa consistono i fogli stampati dal computer? Qual è l’oggetto della loro indagine, ci domandiamo? E qual è il motivo recondito dell’artista? Ci sta dicendo qualcosa in merito all’ordine e al disordine della mente nel suo rapporto con l’universo della tecnologia? Ci ha presentato una composizione in fieri, di straordinaria scaltrezza? È possibile che abbia addirittura posto il problema al computer stesso, in modo tale che le file infinite di numeri sui fogli stampati riflettano qualche analogo numerico della tensione tra i temi fondamentali del suo cervello? Forse la composizione sarà, allora, l’installazione numerica dei suoi temi nel mondo, e quindi qui avremo un’esposizione aritmetica la cui relazione con l’arte è complessa come quella del Finnegan’s Wake con la letteratura?

Totalità quantica di stronzate, ribatte l’artista. I fogli erano stati scelti a casaccio. Dato che l’artista non intendeva avere alcuna responsabilità per la scelta, neanche inconscia, si era servito di un suo conoscente, col quale non condivideva una forte identità psichica, per fargli scegliere i fogli al suo posto. Né lui né il suo conoscente avevano mai cercato di informarsi sull’argomento del problema statistico, e lui non si era mai curato di dare una sola occhiata a quel che gli veniva riportato. Aveva invece assunto un custode del Guggenheim, tramite telefono, cui aveva ordinato di attaccare le pagine come meglio gli piaceva. La varietà della disposizione era semplicemente un riflesso del personale che passava di lì: il custode aveva lavorato insieme a due assistenti, uno molto ordinato e l’altro ubriaco. E il pittore non era mai venuto a vedere la mostra. La mostra consisteva nel fatto che la gente venisse a vedere la mostra, studiasse le pareti, vivesse un’ora di incertezza al Guggenheim e poi se ne uscisse con la mente agitata da una domanda che non solo non aveva risposta, ma plausibilmente non era nemmeno una domanda. L’artista aveva posto ogni sforzo nel non aver alcun intento, a meno che non si potesse considerare intento dimostrare che tre quarti dell’esperienza di ammirare un quadro risiedono nel contesto del museo stesso. Siamo in prossimità di una delle “Compositions in Silence” di John Cage. L’arte lo ha affermato, e con intensità sempre più forte: la natura del dipinto è diventata meno interessante della natura del rapporto tra il dipinto stesso e la società: possiamo anche cancellare la cancellatura di Rauschenberg, eliminare completamente l’artista dall’opera, ma continua a essere arte. Il mondo a rovescio.

Che passo resta da intraprendere? Uno solo. Una mostra che non offra alcun oggetto artistico. L’ultimo rimando alla pittura e alla scultura è rappresentato dalla parete cui si può appendere qualcosa o dal pavimento su cui si può posare un’opera. Ora devono sparire. Il pezzo-d’arte entra nell’artista: a volte si può avere esperienza dell’opera soltanto all’interno della psiche.

“The Faith on Graffiti”. Nel 1973 il grande #autore Norman Mailer intuiva la nascita della #streetart.

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“Sentire” l’altrui sorriso…mica facile se non si è grafitari.

 

Proseguiamo la pubblicazione di brani in esclusiva di “The Faith on Graffiti”, primo testo sulla nasciata della Street Art di Norman Mailer.

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

 

(…) potremmo immaginare un’esposizione al Guggenheim. Sarà simile a molte di quelle che abbiamo già visitato. Un plausibile, moderno one-man show. Non verrà esposto nulla, solo fogli stampati da computer, di una labirintica operazione statistica. Centinaia di fogli del genere attaccati alle pareti, in maniera un po’ irregolare. Ogni tentativo di ordine verrà contraddetto dalla confusione nel sistemarli, man mano che la parete del Guggenheim sale a spirale lungo la rampa. Disposizioni a scacchiera alternate a fasce ascendenti, poi vicoli ciechi di carta pinzata da ogni lato.

Tentiamo di assimilare l’esperienza estetica. In cosa consistono i fogli stampati dal computer? Qual è l’oggetto della loro indagine, ci domandiamo? E qual è il motivo recondito dell’artista? Ci sta dicendo qualcosa in merito all’ordine e al disordine della mente nel suo rapporto con l’universo della tecnologia? Ci ha presentato una composizione in fieri, di straordinaria scaltrezza? È possibile che abbia addirittura posto il problema al computer stesso, in modo tale che le file infinite di numeri sui fogli stampati riflettano qualche analogo numerico della tensione tra i temi fondamentali del suo cervello? Forse la composizione sarà, allora, l’installazione numerica dei suoi temi nel mondo, e quindi qui avremo un’esposizione aritmetica la cui relazione con l’arte è complessa come quella del Finnegan’s Wake con la letteratura?

Totalità quantica di stronzate, ribatte l’artista. I fogli erano stati scelti a casaccio. Dato che l’artista non intendeva avere alcuna responsabilità per la scelta, neanche inconscia, si era servito di un suo conoscente, col quale non condivideva una forte identità psichica, per fargli scegliere i fogli al suo posto. Né lui né il suo conoscente avevano mai cercato di informarsi sull’argomento del problema statistico, e lui non si era mai curato di dare una sola occhiata a quel che gli veniva riportato. Aveva invece assunto un custode del Guggenheim, tramite telefono, cui aveva ordinato di attaccare le pagine come meglio gli piaceva. La varietà della disposizione era semplicemente un riflesso del personale che passava di lì: il custode aveva lavorato insieme a due assistenti, uno molto ordinato e l’altro ubriaco. E il pittore non era mai venuto a vedere la mostra. La mostra consisteva nel fatto che la gente venisse a vedere la mostra, studiasse le pareti, vivesse un’ora di incertezza al Guggenheim e poi se ne uscisse con la mente agitata da una domanda che non solo non aveva risposta, ma plausibilmente non era nemmeno una domanda. L’artista aveva posto ogni sforzo nel non aver alcun intento, a meno che non si potesse considerare intento dimostrare che tre quarti dell’esperienza di ammirare un quadro risiedono nel contesto del museo stesso. Siamo in prossimità di una delle “Compositions in Silence” di John Cage. L’arte lo ha affermato, e con intensità sempre più forte: la natura del dipinto è diventata meno interessante della natura del rapporto tra il dipinto stesso e la società: possiamo anche cancellare la cancellatura di Rauschenberg, eliminare completamente l’artista dall’opera, ma continua a essere arte. Il mondo a rovescio.

streetart

Il segreto dei muri …

Che passo resta da intraprendere? Uno solo. Una mostra che non offra alcun oggetto artistico. L’ultimo rimando alla pittura e alla scultura è rappresentato dalla parete cui si può appendere qualcosa o dal pavimento su cui si può posare un’opera. Ora devono sparire. Il pezzo-d’arte entra nell’artista: a volte si può avere esperienza dell’opera soltanto all’interno della psiche.

T-Shirt: http://www.magliettefresche.com

 

La tempesta in arrivo, chiamata #Streetart, vista nel 1973 da Norman Mailer. Anteprima esclusiva. Alle origini del fenomeno #Graffiti.

Norman Mailer

La copertina della prima ristampa del libro dal 1974.

 

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

 

(…) Visto che la metafora della vita vegetale si era infiltrata in tutta la sua trattazione dei graffiti (quasi che detta metafora reclamasse un suo diritto nei confronti di parte della giungla), A-I si recò con un certo qual profitto al Museum of Modern Art, perché lì ebbe conferma del concetto di carattere botanico col quale aveva esordito: che se i graffiti della metropolitana non fossero mai esistiti, qualche artista avrebbe ritenuto necessario inventarli, dato che si trovavano all’interno di quella catena evolutiva. Essendo la pittura moderna sempre disponibile a essere descritta quale entropia delle forme rappresentative, si potrebbe anche supporre che gli artisti abbiano rinunciato alla terza dimensione della prospettiva spaziale al fine di guadagnare la possibilità di una visione della quarta, cosa che nel peggiore degli stati d’animo sarebbe anche un modo di poter affermare che l’arte era rotolata lungo una linea di caduta da Cézanne a Frank Stella, da Gauguin a Mathieu. Su una mappa del genere, i graffiti della metropolitana rappresentavano un delta alluvionale, l’imboccatura incrostata di fango di un centinaio di corsi d’acqua pittorici. Se l’obiezione, ovvia, era che si potevano anche intervistare migliaia di neri e portoricani che si precipitavano a scrivere il loro nome senza aver mai avuto in mente, e addirittura aver mai visto, un dipinto di arte moderna, la risposta, senz’altro meno ovvia, era che le piante parlano con le piante. Parente dei graffiti, una forma potrebbe parlare a un’altra forma attraverso l’aria: una rosa dai petali straordinari che cresce su una sponda di un fiume della giungla potrebbe sentirsi in grado di ispirare analoghi petali in un’altra rosa, situata in alto, sui precipizi al limitare della giungla, troppo in alto perché il polline riesca a salirvi. Non abbiamo neanche incominciato a comprendere il potere telepatico delle cose.

Il famoso Backster-delle-piante una notte attacca gli elettrodi del suo poligrafo a una pianta di filodendro e si domanda, sull’onda di quell’impulso trasmesso, in che modo poter testare il vegetale alla ricerca di qualche reazione emotiva. Pensa di bruciarne una foglia. Di colpo il poligrafo registra un’intensa agitazione emotiva: all’interno del filodendro, a un pensiero tanto orrendo, scorre una corrente (quando Backster effettivamente brucia la foglia il poligrafo invece non registra praticamente nulla: a quel punto la pianta è insensibile. La sensibilità sembra essere la sua vita, la sofferenza un’astensione dalla vita stessa). Secondo la nuova, forse inaudita musica dell’esperimento, le piante devono essere una sorta di apparecchio radio naturale (e, in effetti, cosa ci ha insegnato Picasso, se non che ogni forma propone un suo tipo di urlo, quando viene ferita?) La radio allora altro non è che una protesi della comunicazione, laddove le piante parlano con altre piante, e sono a conoscenza della morte di un animale dall’altra parte della collina. Alcuni artisti potrebbero persino giurare di averlo saputo da sempre, perché si considererebbero come degli stimolanti che iniettano percezioni nelle vene di questo o di quel fiume sotterraneo della visione cieca del secolo (e, come un drogato, il secolo va verso l’apatia per via dell’iper-intensità delle sue iniezioni?)

Al che, se si tocca l’argomento di quel che potrebbe influenzare i writers di graffiti, non si è pertanto obbligati a parlare soltanto di insegne al neon, decalcomanie su auto personalizzate e fumetti, produzioni televisive e l’ego massiccio della TV – quella “nave dello Stato” contemporanea, col suo chiacchiericcio e sfarfallio – si ha il diritto più che legittimo di ritenere che i ragazzi senza volerlo siano stati arricchiti da qualunque tipo di arte che offra allo sguardo una somiglianza familiare con i graffiti. Il che ci permetterebbe di parlare di Jackson Pollock e del graffito astratto delle sue confluenze e diramazioni, della drammatizzazione operata da Stuart Davis, dei caratteri in quanto presenza che cresce di dimensioni e si gonfia, potremmo addirittura includere Memoria in Aeternum di Hans Hoffman, in cui quei rettangoli rossi e gialli galleggiano come enunciazioni di un nome sulle sottostanti, indistinte spruzzate di colore, o la La danza blu e verde di Matisse (in cui gli arti si avvinghiano uno all’altro come le grafie a edera dei graffiti di New York). Si potrebbe anche far riferimento a qualsiasi opera che parli di emozioni da ghetto, ovunque, all’Eco di un grido di Siqueiros, alla Notte stellata di Van Gogh. Se le storie famigliari delle famiglie più incasinate hanno tutte il caos da bidone della pattumiera della Donna di de Kooning, non c’è da stupirsi che i writer della metropolitana fossero orgogliosi dello stile e dell’éclat – come detto, “hai una scrittura incasinata” era l’espressione di una stroncatura definitiva.

unplug, magliette

Con i graffiti nascono piccoli capolavori tessili.

Pensandoci bene, però, non è che il vecchio A-I stesse tentando di insaporire con un po’ di salsa la distribuzione dell’arte dai musei alle masse, tramite i media, contrabbandare un po’ di antiquato compatimento su come i figli della sotterranea potessero anche non aver mai visto Memoria in Aeternum in cima allo scalone del MOMA, ma il dipinto gli era comunque filtrato attraverso il tramite degli imitatori di Hoffman e della sua influenza non riconosciuta ufficialmente sugli artisti della pubblicità che lavoravano per strutture? Ma che grande stronzata! Diciamo piuttosto che l’arte ha generato arte, e le migrazioni non c’entravano. Perché se le piante fossero telepatiche gli umani vivrebbero in un mare psichico in cui ogni forma d’arte passerebbe anche attraverso il mercato del sognatore nel suo sonno, e ogni parte della società parlerebbe con tutte le altre, anche se solo con un’imprecazione. Una volta Lyndon Johnson tenne un discorso sulla “grande società”, e i ghetti di New York gli risposero, ego davanti a ego, con la loro grandezza, che qualche anno dopo incominciarono a stendere sui muri. (…)

The Faith on Graffiti, una esclusiva Newsfromtshirts

T-shirt: http://www.magliettefresche.com

 

Norman Mailer, “La fede nei graffiti” un altro brano. Alle origini delle gesta di #Banksy a #Newyork

jon naar

Eccole, le facce, dei “padri” del grafitismo. I primi streetartists. Ognuno mostra il proprio nome/tag. Un capolavoro, col senno di poi.

Un paio di aneddoti:

Il primo è una storiella ebraica. Forse la storiella ebraica. Due nonne si incontrano. Una delle due sta spingendo una carrozzella. “Oh,” fa l’altra, “che splendida nipotina…” “E questo è niente,” ribatte la prima, cercando il portafogli. “Aspetti di vedere il suo ritratto!”

Il secondo sembrerebbe apocrifo. Willem de Kooning regala un disegno a pastello a Robert Rauschenberg, il quale se lo porta a casa e immediatamente lo cancella con la gomma. Dopodiché mette la firma sulla cancellatura e va a venderselo. Forse quello che Rauschenberg vuole dirci è: “L’artista ha lo stesso diritto di stampare denaro del finanziere?” Già, in questo caso Rauschenberg ci offre poca arte, ma un grande insegnamento. La certificazione di autenticità impressa sullo spazio vuoto è denaro. E l’Io è capitale convertibile in moneta, attraverso l’utilizzo del nome. Ah, i legami inesplorati tra produzione e distribuzione all’interno dell’economia psichica dell’Io! Nell’arco di sei secoli e mezzo siamo passati dalla scoperta dell’umanità alla diffusione del nome, progredendo da una relazione profonda e primitiva con la paura, talmente assoluta che un tempo la pittura se ne restava appiattita nel campo delle due dimensioni (quasi che l’occhio dell’uomo medievale non fosse ancora pronto a lasciarsi andare). Poi l’arte ebbe l’ardire di elevarsi fino alla liberazione rinascimentale dall’ansia, che sciolse l’attitudine pittorica e le permise di addentrarsi nella prospettiva spaziale di volume e profondità. Oggi, con i graffiti, facciamo ritorno nella prigione delle due dimensioni. O è la mono-dimensionalità del nome, la forma-arte che urla attraverso lo spazio di un’unilineare linea della sotterranea?

graffiti

Si inizia così…

C’è un po’ di tutto questo nella mente del nostro Detective Estetico, mentre se ne sta seduto in una stanza sulla West 161 a Washington Heights, a chiacchierare con CAY 161 e JUNIOR 161 e LI’L FLAME e LURK. Parlano del nome. Il Detective Estetico ha acconsentito a scrivere il testo per un libro illustrato sui graffiti a opera di Mervyn Kurlanski e Jon Naar, ha acconsentito nel momento stesso (in una camera d’albergo a Los Angeles) in cui l’ha visto – presentazione per il tramite di Lawrence Schiller – le meravigliose fotografie e le sue riflessioni sull’argomento, ancora inesplorate, si accavallano l’una all’altra. Ha una traccia. Maigret nel momento in cui sta risolvendo un enigma per Simenon, o Proust con il sapore di madeleine ancora sulle labbra, difficilmente potrebbero essere più felici. In queste immagini c’è qualcosa da scoprire, pensa A-I, un processo cui non sa ancora dare un nome, non del tutto. Tutto l’edonismo intellettuale insito in un tema così sfuggente è lì, steso davanti a lui. Per cui sì, accetta. E qualche settimana dopo scoprirà che al suo libro è già stato dato un titolo, Guardare il mio nome che scorre. E dovrà spiegare, alle orecchie dei suoi collaboratori, afflitti ma piuttosto comprensivi, che uno scrittore ha bisogno di un titolo che sia suo: è un po’ come l’utensile che si costruisce per creare gli altri utensili con cui poi si costruirà una casa. Anche se il titolo è l’ultimo a venire.

Poi c’è un motivo di carattere pratico. Certi uomini di lettere non possono permettersi titoli come Guardare il mio nome che scorre. Norman Mailer potrebbe figurare al primo posto, in questa categoria. Non si devono immaginare le stroncature prima ancora di aver scritto una sola parola (naturalmente i suoi collaboratori potrebbero rispondere che A-I è il nome di una salsa che si usa con la bistecca. Ci sarebbero a disposizione una quantità di commenti, sullo stile come sugo stantio).

banksy

Le strade mormorano, sussurranno, i loro amplificatori sono i muri…

Ma Guardare il mio nome che scorre non gli piace anche per il suo significato esplicito: fa pensare a un collegamento diretto e sentimentale col mondo, e non c’è motivo di essere certi che questi giovani graffitisti abbiano un rapporto così semplice.

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

@magliettefresche

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