Archive for the ‘ Moda e Gossip ’ Category

Il 27 maggio a Milano si parla di #magliette.

mottolese, t-shirts

Vieni a parlare di magliette?

Arriva un momento in cui tutto quello che sai lo devi riversare ad altri, affinchè sia utile, se utile è stato in passato per te. Amare le magliette come veicolo di contenuti, come manifesto del pensiero, come tadzebao politico, come pagina bianca sulla quale scrivere ciò che credi, come marmo sul quale incidere, insomma, se la maglietta può significare “lasciare il segno”, ecco, perchè no, pochi minuti di racconto possono essere tanto.

E allora ne parleremo insieme a Milano di questo media anomalo, pop e indistruttibile. Di questo capo di abbigliamento molto più smart e intelligente di quanto si voglia far credere . La t-shirt parla di te ma parla anche molto di sè. La maglietta può essere poesia e cazzotto, può essere uno sguardo furtivo, può provocare la lotta.

Venite ad ascoltare questa storia. Non ve ne pentirete.

(M.M. per newsfromtshirts)

 

t-shirt

La maglietta è, come dice qui, bella e intelligente. Si riferisce a sè stessa…

 

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Don Roberto (Benigni) sulla via della illuminazione.Una pratica utile: la fede laterale. #idiecicomandamenti

 

Ma lui lo sa di non esserlo? (un santo…)

Ma lui lo sa di non esserlo? (un santo…)

 

Ieri sera ascoltavo la predica di Don Roberto (Benigni) da una stanza diversa da quella “della televisione“. Che strano…non so se è mai capitato ad altri ma è un modo quasi perfetto per valutare non solo i toni e i contenuti di un testo detto, ma anche l’attendibilità di colui che parla, che recita, che si fa intervistare. Non guardandolo ( lo schermo) ci si concentra molto di più sulle parole, sul parlato e meno -ovviamente- sui gesti, l’apparenza, le movenze studiate. Non ci si distrae dal messaggio, insomma.

E’ una pratica che si potrebbe introdurre nei provini televisivi, per valutare chi vuole entrare in video ( come molti)  a farsi fagocitare e rimodellare dal tubo. Provare per credere.

Benigni , a distanza, davvero predicava più di quanto si potesse percepire guardandolo. Come quando si entra in una chiesa, l’altare è lontano e carpisci brani di predica essendo le chiese ormai  dotate di amplificatori che rendono liquida la voce del prete. Era, dunque, come se io fossi in un altare laterale, e ascoltassi la predica senza vederne l’officiante.

E differenze tra quest’ultimo -e l’attore sul freddo palcoscenico dello studio televisivo- davvero non ne riscontravo, fantasticando sul fatto che , almeno per una domenica, in tutte le chiese d’Italia, Papa Francesco potrebbe ordinare la replica della televisiva predica benignesca lasciando per una volta riposare i preti, pur privandoli, certo, della loro personalissima audience alla quale , alcuni, tengono molto. Più o meno quanto un personaggio televisivo.

E così la voce di Benigni troverebbe finalmente il palco più giusto, un palco dal quale, lui assente, far emanare, nel luogo più consono,  la forza elementare della sua predica. Chè, non solo non ha più nulla a che fare con quel Benigni che fece ridere ai suoi esordi, ma probabilmente neanche con il Benigni televisivo, predicatore modello “quinto potere”, organizzato mentalmente e m a t e m a t i c a m e n t e  per fare il boom.

Ringrazio il caso che mi ha illuminato. O forse lo devo alle parole di Roberto che mi hanno aperto la strada della fede “laterale”.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

maglietta: Magliettefresche

METAL-MERCHANDISING – ECCO A COSA SERVE LANDINI: A VENDERE LA FELPA ROSSA CON LA SCRITTA FIOM – ONLINE “SONO MOLTO RICHIESTE”

landini, camusso

Le vie delle T-shirt sono infinite

 

La felpa Fiom va online. L’idea di vendere attraverso internet uno dei prodotti più identitari del merchandising italiano viene discussa in queste settimane dai vertici dei metalmeccanici della Cgil. «Non si tratta certo di un business. Vendiamo le felpe praticamente a prezzo di costo. È vero però che sono diventate molto richieste e c’è anche un mercato di scambi», rivela il segretario organizzativo Enzo Masini.

sindacato

Non male nera e rossa…

Tutto ebbe inizio quattro anni fa quando la Fiom nazionale decise di far produrre in Italia («è un requisito fondamentale », precisa Masini) un certo numero di felpe rosse con la grande scritta bianca Fiom. Per un paradosso della cronaca ripetevano quelle inventate da Lapo Elkann con la grande scritta Fiat.

Ma quante se ne smerciano in un anno? «A livello nazionale dovrebbero essere circa 5.000», dice Masini. A seconda delle regioni (e della maggiore o minore distanza dalle aziende che le producono) le felpe costano tra i 20 e i 25 euro. «Raccogliamo gli ordini e quando ne abbiamo un certo quantitativo le facciamo produrre», racconta Vergnano. Si chiama “time to market”, uno dei criteri base della produzione automobilistica. Non è l’unico punto di contatto con l’industria automobilistica.

camusso, landini

Scajola invece scelse la felpata FIAT. Altri tempi…

«Dopo i primi anni, c’è stata una flessione nelle richieste — dicono alla Fiom di Torino — perché, ovviamente, nessuno cambia una felpa all’anno». Mercato saturo? Ecco che arriva quello di sostituzione: «Molti ci chiedono felpe con particolari sempre nuovi e diversi».

Per restare nella metafora automobilistica, anche le felpe hanno l’abs. «In ogni caso — conclude Vergnano — si tratta sempre di un oggetto identitario, si indossa alle manifestazioni ma è più difficile che venga indossato nel tempo libero o addirittura per andare al lavoro, dove può anche essere rischioso». Brand identitario? Il sogno di ogni pubblicitario. Allora perché non vendere a un prezzo più alto? «Perché siamo un sindacato, non Armani ».

 «Le felpe rosse andarono via in fretta », ricorda Valter Vergnano della Fiom torinese. Da allora ogni federazione provinciale ha iniziato a fare da sé producendo felpe di ogni foggia e colore. «Hanno cominciato gli emiliani con la felpa nera e la scritta rossa. Qualcuno dei nostri ha visto le immagini di Landini che la indossava — ricorda oggi Vergnano — e ha chiesto di averla. È scattato un classico meccanismo di emulazione e oggi noi a Torino ne vendiamo tre o quattro tipi diversi».

Paolo Griseri per “la Repubblica

Amo 80 euro e me ne vanto. Grazie ad una #maglietta.

renzi

Instant t-shirt

Noi continuiamo a dirlo da anni: “dietro ogni maglietta c’è una notizia e dietro ogni notizia c’è una maglietta“.

Prendiamo questo caso; il Presidente del Consiglio sta cercando di chiudere la sua proposta: agli italiani meno abbienti far avere 80 euro in più in busta paga. Ne abbiamo parlato in questo blog da poco https://newsfromtshirts.wordpress.com/2014/03/11/meglio-luovo-oggi-o-la-gallina-domani-carpe-diem-famiglie/ e l’idea che ci siamo fatti è che questi 80 euro siano molto graditi.

Dunque ci appare non solo naturale e normale che sia già spuntata la maglietta ” i love 80 euro”  nel solco di una immagine “cult“, ma troviamo davvero divertente,  e a suo modo sofisticato , che si possa indossare , con notevole facciatosta, un desiderio così minimo.

Segno di crisi ma anche di humor; quell’humor che passa ormai sempre più spesso dalle magliette, testimonial di  sentimenti comuni che le rendono così popolari ed insostituibili. Media popolari e perfetti.

Marco Mottolese per newsfromtshirts

È ora di considerare Galileo un’icona #pop.

Galileo Galilei

Più pop di così…

 

Se si tiene conto dell’importanza che riveste nella storia della scienza (e non solo), è piuttosto sorprendente che Galileo Galilei non abbia mai davvero sfondato come icona della cultura pop. D’accordo, ci ha provato Freddy Mercury canticchiandone insistentemente il nome in “Bohemian Rhapsody”, ma oggettivamente è un po’ poco, per il padre della scienza moderna. L’unico omaggio di una certa rilevanza che mi viene in mente è quello della navetta Galileo della serie originale di “Star Trek”: una specie di personaggio ricorrente, che compare per la prima volta in un episodio che si segnala anche per la presenza di un membro dell’equipaggio di probabile origine italiana (un certo Gaetano, altro non si sa), una mosca bianca nella storia della fantascienza televisiva.

A parte questo, nel panteon del geek contemporaneo Galileo è una figura rispettata ma vagamente defilata. Il problema è che lo scienziato pisano si porta dietro tutta una polverosissima eredità di polemiche secolari tra scienza e religione, cosa che ha finito per trasformarlo, suo malgrado, in una specie di martire laico, immancabilmente circondato da un alone di seriosità e devozione. C’è pure, incredibile a dirsi, una reliquia: un dito conservato nel Museo di Storia della Scienza a Firenze. Il dito, per la cronaca, è il medio della mano destra, e viene esposto in posizione pericolosamente verticale.

scienziati

La rivoluzione passa per la Scienza

 

Insomma, Galileo è diventato un santo, e coi santi non si scherza. Mettiamoci anche la barbona lunga, la solennità corrucciata dei ritratti ufficiali, ma non te lo immagini su una t-shirt o trasformato in un action-figure, al pari di suoi colleghi come Albert “ho perso il pettine” Einstein o persino l’antipaticissimo Newton: e forse è meglio così, per carità. Peccato però che il vero Galileo fosse una persona sanguigna, che frequentava le osterie venete, litigava coi colleghi, ridicolizzava gli avversari, aveva buone entrature politiche ma, soprattutto, amava smanettare con arnesi che potremmo considerare l’equivalente dei più sofisticati gadget tecnologici odierni: pendoli, orologi ad acqua, piani inclinati, e altri congegni. Per non parlare del cannocchiale, che Galileo si era costruito da solo, dopo aver letto (sul “Wired” dell’epoca?) della sua invenzione da parte di un artigiano fiammingo. Era uno che ti riesci a immaginare con le maniche arrotolate e i calzoni sporchi di grasso mentre ripara un meccanismo. Insomma, Galileo era un “hacker” e un “maker”, uno che si è inventato una cosa che non esisteva prima, un metodo per capire il mondo e per produrre innovazione. E in più ce l’ha regalato perché potessimo metterci le mani anche noi: era roba open source. Poi, anche per questo, è finito nei guai, ma di questo si è parlato in abbondanza: e a questo punto anche basta.

 

Scienza

Il dito medio…

 

Forse dovremmo riscoprirlo (e, come italiani, esserne orgogliosi) per la sua modernità, per quello che può insegnarci su come affrontare i tempi che viviamo e costruire quelli che verranno.

Fonte: http://www.wired.it

 

Giovani turchi, pericolose #magliette si aggirano per il mondo…

maglietta

Il più ribelle tra tutti: Einstein

La protesta? Si fa con le t-shirt. La creatività è made in Istanbul.

Les Benjamins nasce ad Istanbul nel 2011, traendo ispirazione dai movimenti sociali, in particolare dalle idee e attitudini dei Giovani Turchi, un gruppo di giovani intellettuali dissidenti che, ai tempi dell’Impero Ottomano, professavano il credo “Unione e Progresso”. Le parodie visuali, attentamente studiate e costruite, sono il cavallo di battaglia di questo giovane brand. Basta guardare la collezione p/e 2014, unione perfetta tra street culture e mondo dell’arte che rende “omaggio” a icone sia del passato che del presente, come Lincoln e la Regina Elisabetta II, attraverso illustrazioni 3D che le ritraggono in un modo inedito e (chiaramente) satirico. Ma attenzione: non si tratta delle “solite” t-shirt usa e getta. Proprio per esaltare la nobiltà dell’ispirazione che sta dietro, la qualità è elevatissima: finezza dei tessuti, delle stampe e delle tecniche di ricamo, elementi di sartorialità tradizionale e dettagli ricercati. Indipendenza è la parola chiave dietro questa collezione. In particolare il concetto di pensiero indipendente tra i giovani, considerati le icone di domani: spiriti liberi, resi protagonisti della campagna pubblicitaria, in cui due modelli ballano nelle strade di Istanbul in compagnia di tradizionali danzatori e suonatori. Una celebrazione della street culture che aggiunge un senso di gioia e divertimento alle immagini.

Fonte:  Angelica Pianarosa per http://max.gazzetta.it/moda

nota di newsfromtshirts: Rispettiamo le opinioni di chi scrive ma non siamo molto d’accordo sul fatto che queste magliette siano “unione perfetta tra street culture e mondo dell’arte”. Queste, per noi, sono magliette 100% “fashion”, non vediamo accenni alla “ribellione” o agli “spiriti liberi”. Sono un bel mix tra moda e pubblicità e vengono ripresi i perfetti stereotipi di questi due business. Bravi. Ma la “protesta” e la vera “Street culture”  passa su altri canali. (M.M.)

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