Archive for the ‘ Spettacolo ’ Category

L’anno di Superman: il logo e le iniziative.

superman

Superman ormai è supergirl. Le donne prendono il sopravvento.

 

In arrivo un cortometraggio animato diretto da Zack Snyder.

Superman compie 75 anni. Le celebrazioni si sono aperte a maggio con l’uscita, in USA, di Superman Unbound, nuovo film d’animazione direct-to-video della serie DC Universe. Il 12 giugno uscirà invece il primo numero di Superman Unchained, la nuova serie regolare DC, scritta da Scott Snyder e disegnata da Jim Lee. L’Uomo d’Acciaio, il film diretto da Zack Snyder e prodotto da Christopher Nolan, uscirà il 14 giugno in USA e il 20 giugno in Italia. Superman avrà inoltre un ruolo di rilievo in Infinite Crisis, il videogame multiplayer on-line in uscita in autunno.

Inoltre, Zack Snyder sta realizzando un cortometraggio di due minuti insieme a Bruce Timm, Jay Oliva, Geoff Johns, Mike Carlin e Peter Girardi e sarà un omaggio ai 75 anni di storia multimediale del supereroe. Un’anteprima del corto sarà presentata al prossimo Comic-Con di San Diego.

Fonte: http://www.mangaforever.net

 

 

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Non si esclude il ritorno: #Califano, la figlia Silvia: non era molto presente ma lo amavo…

Califano

La maglietta di Califano è questa!

 «Non è stato un padre molto presente, non ne era capace. Mi dispiace non aver vissuto delle cose. Io ora sono mamma e penso che ha perso un pò più lui. Però è andata così, gli volevo molto bene»: Silvia Califano (figlia di Franco Califano), ex ballerina classica e ora titolare di una scuola di danza, si racconta a Tgcom24 dopo la morte del padre: «Ero molto scettica a parlare, sono molto riservata, forse qualcuno pensava perfino che mio padre non avesse figli».

«Era una persona molto generosa e disponibile, un burberone, ma era un grande artista e una bella persona. Confermo che sulla sua lapide si scriverà ‘Non si esclude il ritornò», aggiunge. «Voglio invitare tutti a fare attenzione a quello che si dice in giro sul suo conto, perchè non sempre quello che si dice è vero. Voglio che mio padre venga ricordato», conclude.

Califano non ha mai conosciuto sua nipote, Francesca, che oggi ha 14 anni. «Non mi sono resa conto di quanta gente amasse mio papà – dice Silvia – forse più di me, ci siamo voluti bene però ci siamo persi un pezzo di vita insieme. Io sono figlia, ma anche madre di Francesca e penso che mio padre non era tagliato per fare il padre». Silvia racconta «di non aver mai vissuto» insieme al padre Franco. «Ci siamo frequentati per un periodo – aggiunge – ma il fatto di non vivere a Roma bensì a Trieste non ci ha aiutato. Ho perso un po’ di lui, papà era quello che era, era un artista, un grande poeta, ma non era proprio capace di fare il padre». E Califano anche come nonno non ha avuto miglior fortuna. «Non ha mai conosciuto mia figlia Francesca – spiega – ho tentato di portarla a conoscere il nonno un periodo, ma si vergognava. Di sicuro ha perso più lui di me»

t-shirt: www.magliettefresche.it

Fonte: Ilmessaggero.it

Waterfire. Roma.

Il fuoco brucia sull’acqua

 

Altre luci accese, oltre quelle del tramonto: venerdì 21 e sabato 22, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, le acque del Tevere ospiteranno WaterFire, uno spettacolo di falò galleggianti ideato dall’artista Barnaby Evans. L’evento prenderà il via al tramonto e terminerà a mezzanotte di ciascuna giornata.

A creare maggiore atmosfera, le musiche e le danze del Moveable Space, dell’artista Robert Hammond e della coreografa Linda Foster. Ma non solo.
Lo spettacolo (che Evans porta in giro per il mondo da diciotto anni) ha il fine di rivalorizzare in chiave artistica le aree fluviali delle metropoli, con l’evidente contrasto tra fuoco e acqua. Altro obiettivo, il coinvolgimento del pubblico: per questo, WaterFire va avanti da anni, per un periodo ogni volta ininterrotto di sette mesi, coinvolgendo più di dieci milioni di spettatori.

Fonte: http://www.romatoday.it

(nota di newsfromtshirts): Come i bambini, i romani dalle parti del ponte Sisto, si accovacciano, si seggono sulla spalletta del Tevere, sostano sul ponte, camminano lentamente: guardare il fuoco è sempre bello, ma il fuoco, se è sull’acqua, acquista anche maggior significato. E Roma si offre, come sempre, per amplificare questa idea, che infondo serve a ripopolare le banchine del fiume, spesso dimenticate, spesso pericolose. E’ una idea che viene da lontano, questa di rendere vive le banchine e che si incrocia con Waterfire, un format americano che però qui in Italia, assume significati più arcaici, più storici. Chissà…chissà quante volte gli antichi romani hanno acceso falò sulle rive del Tevere; quante volte questi falò sono serviti agli antichi non per giocare nè per sognare, ma semplicemente per sopravvivere. Waterfire reca in sè tanto  ” significato” sebbene in queste due serate romane la popolazione ha più semplicemente goduto del clima mite e dell’odore del fuoco che, sempre più forte, ha coperto quello magari meno avvolgente delle acque dell’ex “biondo Tevere” al quale,  forse,  queste notti , hanno risvegliato ricordi millenari…

(M.M.)

 

Marilyn la musa occidentale.

“Il sesso fa parte della natura, e io seguo la natura” (Marilyn)

Le forme della diva americana giocano con i classici della storia dell’arte, da Botticelli a Warhol…

L’acquamarina di Botticelli si trasforma nell’azzurro Kodachrome dell’Oceano Pacifico e avvolge lentamente Venere. Intorno alle spalle ecco un maglione di lana, pesante, per proteggerla dall’aria del mattino mentre la dea botticelliana diventa Marilyn fotografata da George Barris. Così la musa senza tempo dall’antica Grecia (l’Afrodite di Prassitele, 360 avanti Cristo) passa dalla Firenze del Quattrocento per arrivare a Malibu 1962 e infine a Firenze, anno 2012.

Il capolavoro di Botticelli che digitalmente si trasforma nella famosa foto di Marilyn — stessa posa, stessa curva dei fianchi, stessa espressione misteriosa — è il cuore della grande mostra a lei dedicata dal Museo Salvatore Ferragamo perché a cinquant’anni dalla morte (5 agosto 1962) Marilyn non è mai stata così presente. Alla mostra non ci saranno soltanto i suoi vestiti — che sono comunque più di cinquanta, da sera e da giorno e tanti costumi di scena e l’abito scintillante cucito addosso, a pelle, per cantare Happy Birthday Mr. President a John F. Kennedy nel «buon compleanno» più famoso di sempre —ma anche e soprattutto le opere dei grandi da lei ispirati — i fotografi come Cecil Beaton, Bert Stern,Milton Greene, André de Dienes e gli artisti come Warhol — e quelle che sembrano averla partorita già perfettamente formata, come Minerva, dall’immaginazione degli artisti di tutte le epoche. È la mostra del Canone Marilyn: la Monroe come il marmoreo Alessandromorente di epoca romana ricreato da Beaton attraverso un disegno di Jean-Baptiste Greuze per fissare sulla pellicola in bianco e nero la fragilità della diva de Gli spostati. La Monroe come la ninfa morente di Cecil Beaton, Bert Stern,Milton Greene,Bert Stern,Milton Greene come Cleopatra, come Didone, come Emma Bovary (il suo romanzo preferito: leggeva moltissimo con la ferocia dell’autodidatta). Marilyn come la Violetta di Verdi, Marilyn che visse d’arte e d’amore come Tosca.Marilyn vista dalla Pop art — alla mostra ci sono le «Quattro Marilyn in nero» del museo Warhol di Pittsburgh — e vista dagli stilisti (il museo ha tutte le sue scarpe perché lei di Ferragamo era cliente).

Marilyn che ispira i grandi artisti perché lei nell’arte c’è sempre stata, perché sono stati loro a inventare lei e lei a incarnare la loro idea di bellezza e di fragilità. Come spiegò Oscar Wilde parlando di Amleto. E se, vedi Wilde, l’Amleto di Shakespeare è l’inventore della tristezza — «il mondo è diventato triste perché un pupazzetto, una volta, provò malinconia» — Marilyn può dirsi allo stesso modo inventrice della bellezza.

I grandi scrittori la cercavano: Truman Capote che ci ha lasciato in Musica per camaleonti quel ritratto di «bellissima bambina» che dice le parolacce e prende in giro la regina d’Inghilterra, Arthur Miller che la fece innamorare dicendole «sei la ragazza più triste che abbia mai conosciuto» e al quale rispose «è il complimento più bello che abbia mai ricevuto». Pier Paolo Pasolini le dedicò una poesia ricordata anche alla mostra: Marilyn eroina tragica divorata dalla crudeltà dei tempi moderni, Marilyn-Violetta e Marilyn-Tosca uccisa dal troppo amore come Maria Callas, l’altra icona totale di PPP.

Come spiegare altrimenti l’adorazione assoluta dei fans per le sue reliquie, se anche la curatrice della mostra, Stefania Ricci, racconta a «la Lettura» che «abbiamo già organizzato una grande mostra sulla Garbo e una su Audrey Hepburn ma quello dei collezionisti delle cose appartenute a Marilyn è un caso unico. I pochi abiti che appartengono a musei sono stati restaurati ma è quasi tutto di privati, e loro non li hanno neanche mai fatti pulire, sono stati indossati per l’ultima volta da lei e mai più toccati. Qui c’è l’abito di Quando la moglie è in vacanza, quello sollevato dalla corrente del metrò, ma anche quelli della vita di tutti i giorni e si vede come si vestiva normalmente, andava da Saks e comprava il prêt-à-porter, cose normali. Era meno raffinata di Audrey Hepburn ma era più colta. Le similitudini con tutte quelle opere, esposte qui da noi, rendono difficile capire se fossero sempre i fotografi a dirle di imitare quelle pose come facevano Beaton e de Dienes o se fosse lei a sceglierle. Nei suoi taccuini abbiamo trovato cose incredibili, aveva letto una storia di Firenze e aveva copiato la genealogia dei Medici, era piena di curiosità. Che il mistero sulla morte — suicidio, overdose accidentale o delitto insoluto — abbia amplificato la sua celebrità è inevitabile, ma nessun’altra icona del Novecento continua a interrogarci come fa Marilyn Monroe».

Tra le pieghe dei suoi vestiti si svelano piccole tracce del suo mistero: ilmassimo del sexy negli abiti per le uscite ufficiali e la massima semplicità per tutte le altre occasioni. Infatti Salvatore Ferragamo, che creò le sue scarpe ma non la conobbe mai personalmente perché lei andava in negozio a New York o se le faceva mandare direttamente dall’Italia, analizzava le clienti dividendole in tre categorie e per lui Marilyn era la tipica Venere, «generalmente molto bella, affascinante e sofisticata, eppure dietro il luccichio esterno si cela spesso una donna di casa amante delle cose semplici; poiché queste due caratteristiche sono contraddittorie, la Venere è spesso incompresa: la si accusa di amare troppo il lusso e le frivolezze», cioè esattamente l’accusa che faceva soffrire Marilyn.

Ecco, ancora osservando i suoi abiti da vicino: le misure 90-57-90 impossibili da ignorare sulla struttura di una donna così minuta (le sarte di Ferragamo, prendendo le misure degli abiti, dicono che era alta tra 1,60 e 1,62), le famose scarpe décolleté tacco 11, le differenze tra le misure dei fianchi e della vita tra un anno e l’altro, tra una depressione e una gravidanza drammaticamente non portata a termine. Nella sala degli abiti da sera, una lunga teca ospita i più belli uno accanto all’altro,ma quello del compleanno di JFK domina da solo una parete tutta nera fronteggiato da un Warhol: il volto di Jackie Kennedy, la sua rivale. L’abito è di tulle trasparente e lei sotto gli strass era nuda. L’effetto che deve avere fatto cinquant’anni fa, a un ricevimento elegante la donna più bella del mondo che sospira una canzone d’amore all’uomo più importante del mondo. Ubriaca e vestita di niente. Sola, perduta, abbandonata come la Manon Lescaut delle opere che ascoltava alla radio. L’ultima mossa di una partita più grande di lei e che non poteva vincere, lei che 78 giorni dopo sarebbe andata, come scrisse Pasolini, «oltre le porte del mondo».

t-shirt: www.magliettefresche.it

Fonte: Matteo Persivale per http://lettura.corriere.it

Gun N’ Roses, vietate al concerto le magliette con l’ex Slash. (E poi dicono che le magliette sono innocue…)

Allo show di Londra alcuni spettatori costretti a togliersi le t-shirt

Provate ad entrare al concerto dei G&R con una t-shirt del genere…

 Una rottura è una rottura. E anche solo l’immagine di chi fu amico può infastidire. Anche se solo stampata su una maglietta. Se poi i protagonisti di questa storia sono Axl Rose, frontman dei Guns N’Roses, e Slash, lo storico ex chitarrista della band, allora diventa quasi una regola. Secondo quanto riportato da Nme, durante lo show a Londra del gruppo rock americano alcuni spettatori sono stati costretti a levarsi le magliette raffiguranti Slash.
James Revell è tra gli sfortunati fan che hanno dovuto sottostare al bizzarro divieto. «Ero molto arrabbiato ma ho cercato di far finta di nulla perché ero con mio fratello più piccolo – è lo sfogo del ragazzo sul sito britannico -. Hanno violato la mia libertà di indossare ciò che voglio. Non è stato facile restare calmi in quella situazione». La fonte di Nme presente all’O2 Arena, sorpresa dall’episodio, è andata a chiedere spiegazioni agli addetti alla sicurezza: «Ci è stato detto dalla direzione di non far entrare nessuno con la maglia di Slash – è stata la risposta del responsabile -. Chiediamo di toglierla e, nel caso l’interessato opponga resistenza, lo allontaniamo dallo stadio. Ci è stato detto di fare così».
Un provvedimento che ha dell’incredibile e che mette in cattiva luce una storica rock band, ultimamente al centro di bizzarre cronache che poco hanno a che vedere con la musica. Due giorni fa, ad esempio, Axl e soci si sono presentati sul palco di Manchester con un’ora e mezzo di ritardo, scatenando la polemica del pubblico, in buona parte già uscito dall’arena. Ieri, anche riguardo questo frangente, non è andata molto meglio. «Ho aspettato a torso nudo per oltre un’ora – ha aggiunto Revell -. Io e mio fratello abbiamo ascoltato solo tre canzoni, poi siamo dovuti andare via per non perdere il treno che ci riportava a casa. Tutto ciò è offensivo, Axl Rose non rispetta i suoi fan. Penso sia l’ora che cresca e la smetta di comportarsi come un bambino».

Fonte: lastampa.it

Space Invaders: la street-art che ha conquistato la Terra.

Nice space invaders

 

Space Invader è stato uno dei videogiochi più influenti degli ultimi trent’anni. Dal 1978, anno della sua produzione, questo gioco è diventato presto un cult del settore. Ha pensato bene Invader, street-artist parigino, a reclutare i vari alieni che si danno battaglia nel videogame e a trasformarli in opere d’arte.

L.A. invaders

Realizzati con piastrelle quadrate colorate, disposte a mosaico (a rappresentare i pixel), questi piccoli esseri vengono incollati in ogni angolo della città, ricreando ogni volta delle vere e proprie “Invasioni aliene”.

Il progetto di Invader inizia nel 1998 con l’invasione di Parigi, città in cui risiede l’artista, per proseguire poi in tante altre città francesi. I suoi alieni hanno invaso tutte le grandi capitali europee, ma anche metropoli americane come New York e Los Angeles, spingendosi fino a Oriente, tra cui Bangkok, Tokyo e Katmandu. Nel 2010, tra polemisti e simpatizzanti, ance la città d Roma è stata assediata da un attacco alieno, contagiando anche in Italia il fenomeno Invader.

L’invasione viene documentata con una specifica mappa che consente di ritrovare le diverse posizioni dei mosaici, dislocati nelle varie zone urbane, a volte impensabili.

Le opere di Invader hanno, nel tempo, incluso protagonisti di altri videogames. Tra gli ultimi progetti in cantiere c’è Rubikcubism, opere realizzate con i cubi di Rubik. Invader si è rivelato, inoltre, anche un geek: utilizzando la stessa tecnica dell’invasione, nel suo ultimo lavoro gli alieni sono stati sostituiti da QR Code incollati ai muri. Per poter scoprire il loro messaggio basta fotografarli e grazie a un’app adatta alla lettura del codice apparirà il messaggio segreto.

Grazie alla sua caparbietà, sfruttando uno tra i primi e più acclamati marchi del settore videogames, e la capacità di adattarlo e diffonderlo attraverso la street-art, Invader è diventato uno tra gli artisti più amati, conosciuti e riconoscibili di sempre. Su Flickr vi è un gruppo dedicato al suo lavoro, con più di 11.000 foto e inoltre, il videomaker Raphael Haddad ha realizzato un documentario dedicato interamente all’artista francese.

fonte: http://www.ninjamarketing.it

Il futurista di Hollywood, #saulbass

Il tratto inconfondibile di Saul Bass.

Nato a New York da immigrati russi, s’ispirava ai principi della Bauhaus Cominciò con Otto Preminger, proseguì con registi come Hitchcock, Wilder, Kubrick e Scorsese. Vinse l’Oscar con un cortometraggio documentario e girò una pellicola di fantascienza, il cui manifesto è però all’opposto del suo stile.

Prima di Saul Bass, i titoli di testa dei film venivano proiettati senza neanche darsi la pena di sollevare il sipario. Fu nel 1955, quando uscì L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, che i proiezionisti ricevettero assieme alle bobine un bigliettino: «Alzare il sipario prima di proiettare i titoli». Invece del solito elenco di nomi, gli spettatori videro un gioco di righe bianche su fondo nero che, al ritmo della musica di Elmer Bernstein, si trasformava nella silhouette di un braccio deforme. Dimenticarono per un attimo di sgranocchiare il popcorn: lo spettacolo era iniziato, l’atmosfera del film — protagonista Frank Sinatra, in faticosa disintossicazione casalinga dalla morfina — li aveva già conquistati. La sagoma campeggiava anche sul poster: e ci volle un bel coraggio, in pieno star system, a scegliere l’astrattezza della grafica e non un riconoscibile ritratto dell’attore e cantante.

La collaborazione di Saul Bass con Otto Preminger era iniziata con il manifesto di Carmen Jones, la Carmen all black con Harry Belafonte e Dorothy Dandridge. Dopo i primi successi, Saul Bass disegnò titoli di testa per Alfred Hitchcock, Robert Aldrich, Carol Reed, Billy Wilder, Stanley Kubrick, Martin Scorsese. Una sessantina in tutto, più che sufficienti per collocarlo tra i grandi protagonisti del cinema. E per rivolgergli un pensiero affettuoso quando vediamo pellicole che iniziano direttamente con la prima scena, a volte piuttosto lunga. Poi all’improvviso — quando ormai non li aspettiamo più — arrivano il titolo e il nome del regista.

I suoi titoli di testa, come i suoi manifesti, si riconoscono all’istante. Per i colori decisi e contrastanti, per le scritte a stampatello (il carattere si chiama Hitchcock e, assieme al Silentina che serviva per le didascalie dei film muti, è uno dei due intrecciati con il cinema). Per la modernità, che puntava sulla forza di immagini semplicissime, rinunciando alle cornici elaborate o agli svolazzi da scuola di calligrafia.

Per Uno due tre! di Billy Wilder disegnò una ragazza con tre palloncini bianchi all’altezza del seno: un misto di candore e di sensualità, perfetto per aggirare la censura. Per Bonjour tristesse abbozzò un ritratto di ragazza, con una grossa lacrima rubata a un disegno infantile. La donna che visse due volte ebbe la sua ipnotica spirale, presa da un libro di matematica.

Nessuno meglio di Saul Bass sapeva legare le sequenze animate alla prima scena del film. La griglia di Intrigo internazionale si trasforma nella facciata a specchio del Palazzo delle Nazioni Unite. West Side Story inizia rivelando l’isola di Manhattan, e nei titoli di coda i nomi degli attori appaiono come graffiti su un muro. Il fattore umano, tratto da Graham Greene, ha come icona una cornetta del telefono e un filo attorcigliato che si sfilaccia.

Era nato l’8 maggio del 1920 a New York, quartiere Bronx, da genitori immigrati dalla Russia (il padre faceva il pellicciaio). A sedici anni trovò lavoro in un’agenzia pubblicitaria, e si definiva un «subway scholar», per i molti libri letti in metropolitana. Ebbe come maestro il pittore e designer ungherese Georgy Kepes, che aveva trasportato negli Stati Uniti i principi della Bauhaus (e anche un po’ di costruttivismo russo). Nel 1946 si trasferì a Los Angeles, dove una decina di anni dopo aprì uno studio suo, Saul Bass & Associates.

Terminata la prima stagione d’oro cinematografica, negli anni Settanta si dedicò con la moglie Elaine al disegno dei loghi e delle immagini aziendali. Fece centro un’altra volta. Portano la sua firma la At&t, la Minolta, la Quaker, le United Airlines, i fazzoletti Kleenex, le stazioni di servizio Exxon, molte copertine di dischi e di libri. Preparò anche un’installazione per la Triennale di Milano del 1968, cancellata per la protesta studentesca. Disegnò il manifesto per i Giochi Olimpici del 1984 a Los Angeles.

Magnifica pagina!

A ripescarlo dal dorato esilio fu Martin Scorsese, che da ragazzo lo venerava. E da adulto lo considerava «un genio che trova la bellezza nella modernità e nell’industria». Lo riportò al cinema commissionandogli i titoli di Goodfellas e L’età dell’innocenza. Saul Bass morì nel 1996. L’obituary sul «New York Times» gli riconobbe un talento unico nel sintetizzare in una sequenza d’apertura due ore di film: lo spettatore poteva alzarsi soddisfatto e tornarsene a casa.

Lo celebra di recente un volume con 1400 illustrazioni: Saul Bass. A Life in Film and Design, scritto dalla figlia Jennifer Bass e dallo storico del design Pat Kirkham, con prefazione di Martin Scorsese (Laurence King Publishers). La sua influenza si fa sentire nei titoli di testa della serie tv Mad Men, con la sagoma dell’uomo che precipita sullo sfondo del grattacielo (già evocata nei romanzi L’uomo che cade di Don DeLillo e Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer). Prima, era stato omaggiato da Olivier Kuntzel e Florence Deygas, nei titoli di testa di Prova a prendermi, e da Spike Lee nel manifesto di Clockers. Questa era l’intenzione del regista, ma Saul Bass parlò francamente di furto: la sagoma umana bucata dai proiettili copiava spudoratamente il manichino disarticolato di Anatomia di un omicidio. Con il senno di poi, si pentì anche del braccio deforme: troppi lo avevano imitato.

Volendogli trovare un erede, possiamo pensare al britannico Olly Moss, che riprende la grafica dei classici volumi Penguin degli anni Sessanta e Settanta: ma i titoli son quelli dei videogiochi. Lo stesso artista ha messo in mostra silhouettes di stampo ottocentesco, dedicate però ai personaggi della cultura popolare, dai protagonisti dei Simpson al cuoco Linguini di Ratatouille. I suoi manifesti cinematografici, pubblicati sulla rivista «Empire» e molto ammirati su Internet, usano colori primari e uno stile grafico pulitissimo. Derivano dal lavoro di Saul Bass anche le molte gallerie di minimalist movie poster: pochi tratti, ma il film si riconosce all’istante.

Il lungo rapporto con il cinema — e il terrore mai superato per la pagina bianca, si dichiarava «dotato di poca immaginazione e di molta perseveranza» — gli suggerì un cortometraggio premiato con l’Oscar: Why Man Creates (senza titoli di testa, entra subito in materia). Nel 1974 girò un film di fantascienza intitolato Fase IV: distruzione Terra. Il manifesto è quanto più lontano possibile dallo stile Saul Bass: una realisticamano assalita da una formica assassina. Accade nel deserto dell’Arizona, dove le formiche sono diventate intelligenti, costruiscono colonne simili a Stonehenge e divorano gli umani. Non fu un grande successo.

Un anno prima, a Londra, dichiarò che era stato lui — e non Hitchcock — a disegnare lo storyboard e a girare la sequenza della doccia in Psycho. La versione di Alfred, nell’intervista rilasciata a François Truffaut, dice invece che Saul Bass disegnò lo storyboard per un’altra scena, poi scartato perché «non funzionava». Il regista titolare non commentò mai in pubblico la richiesta di paternità. Mr Bass, che evidentemente non l’aveva presa bene, affidò al giornalista i suoi disegni e la definitiva dichiarazione: «È un genio, ma non capisco perché a un genio si debba perdonare tutto».

Fonte: Mariarosa Mancuso per http://lettura.corriere.it

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