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E’ arrivata la Social propaganda.

Da Gesu' in poi è tutta propaganda...

 

Ogni persona che risiede in rete cerca di costruire uno svincolo che dalla grande autostrada di Internet porti al suo sito. Si tratta di piantare indicazioni segnaletiche (link) riportate sugli stradari (motori di ricerca) che ci aiutino a orientarci in mezzo al guazzabuglio di interconnessioni. È un’opera di pavimentazione della stradina che porta al sito, di cura per fare in modo che il passaggio sia prima evidente, poi agevole e senza attrito. I segnali hanno la funzione di metadato: ci descrivono ciò che troveremo, se riusciremo a convincere i sempre più veloci passanti a imboccare il nostro svincolo.

È evidente che oggi il paesaggio è affollato di segnali, essi si sovrappongono tra loro e, cercando di catturare la nostra attenzione, in realtà nascondono alla vista ciò che potremmo notare da soli, con serendipità. La forma di concorrenza più distorta ed estrema punta persino sulla distrazione per farsi propaganda. Da Wikipedia apprendiamo che: “La propaganda, come azione intesa a conquistare il favore di un pubblico, è un’attività vecchia quanto l’uomo, presente in ogni tempo, luogo e dimensione sociale.” Un tempo non aveva un’accezione negativa come la intendiamo oggi: il ventennio in cui è stata sfruttata dai regimi del primo novecento e il periodo a cavallo degli anni ’80 in cui è stata sfruttata dalle agenzie pubblicitarie hanno storpiato tale concetto. Ora c’è la social propaganda. Vediamo quanto durerà, intanto speriamo che i risultati siano migliori.

È meglio che siano le persone a indicare il sito, anche solo per il motivo di scala. Infatti sono n volte più numerose di tutte le altre intermediazioni da parte dei media. È visibile chi nel tempo ha ottenuto una buona reputazione perché fornisce spunti utili, belli e nuovi, anche con le sole parole o immagini. Lasciandole esprimere per la loro conoscenza, condita da una spruzzata di quasi inevitabile ego, in realtà otteniamo un comportamento altruistico a beneficio della comunità che ci gira intorno. Ricordiamoci però che questa forma di fiducia è un fenomeno comportamentale, quindi né statico né perenne. Alcuni esempi di comportamento nei confronti delle persone incontrate nei social media sono mostrate nelle seguenti frasi.

Propaganda Source: http://architectures.danlockton.co.uk/2012/02/09/if/

Ma non si parla solo di persone, pensate all’impatto per un’impresa o alle conseguenza per un brand. Senza questa sorta di fiducia reciproca come faremo a progredire nel mondo della conoscenza che è così densa di relazioni? Alcune imprese sono riuscite a esportare le idee più innovative incorporandole all’interno delle loro manifestazioni in rete. L’indicazione segnaletica all’inizio della strada è importante ma non determinante. Solo chi è pronto nel dar valore, dall’altro capo della strada, ottiene il meritato riconoscimento.

Fonte: Twitter:@massimochi per http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com

 

Di giovani primavere e street art.

I veri occhi scoprono le "vere" bugie.

 
 

Non solo sui social networks. La rivoluzione si racconta anche sui muri.

La “primavera araba” è esplosa e continua a corrrere su internet, tramite twits in tempo reale, video caricati su youtube, dove la rabbia e la voglia di cambiare si scontrava con l’orrenda macchina di chi la libertà non lo ritiene un bene inalienabile, ma un qualcosa di pericoloso, di mortale, quasi blasfemo.

Lo street artist Ganzeer al lavoro sulla sua ultima opera al CairoLo street artist Ganzeer al lavoro sulla sua ultima opera al Cairo

Ma le testimonianze di quest’onda in piena che continua e si ingrossa, malgrado i riflettori abbiano iniziato ad affievolirsi, non si riducono alla sola capacità di utilizzo dei social networks.

Si lasciano anche sui muri, sulle pareti buttate giù a colpi di mortaio, pezzi di architettura crivellata, inquietante memento che le guerre, in realtà, non finiscono mai. Possono addormentarsi per un pò, salvo poi risvegliarsi, e sempre per tempo.

Muri sfigurati che diventano tele, anzi, il playground di quelli che noi chiamiamo “graffitari”, “imbrattamuri” o proprio “delinquenti” quando la simpatia viene meno.

Al Cairo, così come in Libia, fino a spingersi oltre le barriere dell’Arabia Saudita super conservatrice, dove fare certi “giochetti” può essere veramente pericoloso.
Immagini che raccontano la rivolta, che ricordano i morti, utilizzando metafore, simboli, scritte, utilizzate come “pillole galvanizzanti” che hanno richiamato alla rivolta, alla battaglia.

Giovani artisti di strada, calati nella realtà, che hanno appoggiato questa rivoluzione non solo aderendo al pensiero, ma offrendo alla causa la loro arte come viatico.

E’ fortissima la valenza “sociologica” di questi graffiti, che se da noi, fatte salve le solite eccezioni, hanno da tempo perso di ogni significato e valore, qui, nei luoghi dove ancora tutto è in corso, ancora tutto è da fare, da portare a termine, da cambiare, rappresentano più di quello che si possa cogliere ad un primo sguardo, per quanto attento esso sia.

Il 12 e 13 gennaio scorsi, al British Museum e al Royal College of Art di Londra si sono tenute due giornate di dibattito sul mecenatismo artistico in Medio Oriente, presieduto dalla Serpentine Gallery, dove il tema della portata sociale di questi graffiti è stato ampiamente analizzato e discusso.

Immagini che non lasciano indifferenti, sono racconti veloci, testimonianze forti ed ambiziose, come il murales al quale Ganzeer, uno dei “graffitari”, sta lavorando, dedicato ad ognuna delle vittime dei 18 giorni di rivolte in Egitto, nel gennaio del 2011. Un lavoro impressionante, ma che dice anche molto su quali siano i sentimenti dei “ragazzi della primavera”.

La volontà, il desiderio lacerante di comunicare il cambiamento sperato e radicale, ma anche l’irriverenza della caricatura, specie in Libia, nei confronti del defunto Gheddafi, al quale sono state date, di volta in volta, le sembianze di un topo, di una scimmia, di un vampiro.

Graffiti che sono tutti da leggere come “mappe” nelle quali si possono intravedere contaminazioni culturali, nella “novità di stampo occidentale” del graffito e il modo di rappresentare i morti, gli sconfitti, i dittatori, il popolo.

Opere, queste, che chiedono di essere conservate, di diventare un museo della memoria a cielo aperto, in modo che non si dissolvano, che non perdano la loro forza nel momento in cui, come accade nel fluire della storia, cade la polvere della lontananza temporale.

Opere multifunzionali, che sostituiscono i socials quando si tratta di lanciare messaggi affinché la primavera non imploda e non perda slancio.Forse frutto della globalizzazione, di modelli importati, ma come in tutte le cose, è sempre l’uso che se ne fa a definirne i contorni.

Fonte: Alessia Signorelli per http://www.ghigliottina.it

maglietta: www.magliettefresche.it

(fonte immagine: http://www.csmonitor.com)

Saysdream il Social Network per sognatori!

Un sogno, uno qualsiasi….:-)
 
 

Navigando per web capita spesso di trovare pagine molto originali. Per perdersi fra i meandri della rete a ritmo di click serve veramente poco, così, facendo zapping (forse meglio linking) fra un sito e l’altro, sono finita sulla pagina di Lorenzo Sinisi giovane appassionato di web e programmazione con già un po’ di anni di esperienza alle spalle.

Quello che mi ha colpito e mi ha convinto a provare a scoprire qualcosa in più su di lui sono state le prime righe di presentazione: “… è un sognatore prima di tutto” . Non male come biglietto da visita!

Ed infatti, detto fatto, Lorenzo ha creato un social network proprio sui sogni. Si tratta di Saysdream.com un portale che nasce dalla voglia di andare oltre e di condividere le emozioni ed i sogni.

Alla base della piattaforma esiste la possibilità di raccontare i sogni di ogni notte. Nonstante i sogni siano già argomento di molti libri e trattati, Lorenzo ha cercato di creare un unico incubatore che potesse raccogliere i sogni di tutti e che permettesse di studiarne le relazioni.

Saysdream ha come obiettivo quello di provare a spiegare il “perché” che sta dietro ai nostri sogni, il portale inoltre offre la possibilità di ottere feedback e commenti. Così come avviene sui più “tradizionali” Social, in questo caso non esistono amici o follower ma sogni ricorrenti comuni. E se normalmente ci troviamo a rispondere a domande del tipo: “A cosa stai pensando?” in questo caso dovremmo fare un’eccezione. La domanda è:  “Cosa hai sognato?”.

Fonte:  http://www.tagliatelelatesta.it

maglietta: Impure

 

 
 
 

“Mi retwitti”? Quando il fan molesta Fiorello, Signorini & Co.” (Qui si parla del nostro condominio).

La maglietta del retweettatore o piuttosto dell'imploratore?

 
E’ l’ultima moda in voga sul social network di moda: si diventa “amici” di un Vip “seguendolo” su Twitter e diventando suo “follower”. Gli si scrive e – al 99,9% periodico – non si ottiene risposta. E a questo punto scatta la supplica: “Mi retwitti”?

Spieghiamo: un “retweet” (o “RT”) è la ripubblicazione (o condivisione), sulla nostra “bacheca Twitter”, di una frase (“tweet”) scritta da un’altra persona. Più un utente viene “retwittato”, più diventa popolare e credibile nel suo network. Il “retweet” si effettua semplicemente con un pulsante sulla Home Page di Twitter. In pratica, se si scrive una frase su Twitter e diverse persone la ripubblicano, vuol dire che l’indice di gradimento su quanto è stato scritto è alto. Vuol dire, insomma, che abbiamo scritto una cosa non necessariamente intelligente, ma che piace.

In Italia questa pratica è stata stravolta in modo compulsivo dalle centinaia di migliaia di persone che sono recentemente sbarcate sul social network dell’anno e che sembrano aver capito poco della filosofia di Twitter: diventano “follower” di un Vip e poi gli chiedono, pubblicamente, di essere retwittati. Senza capire che se si scrive a un Vip chiedendogli di essere citati senza aver detto e fatto nulla, se non la richiesta stessa del retweet, si diventa invadenti e soprattutto ci si rende ridicoli. La richiesta, che è sempre ossessiva, ricorda quella dell’autografo, con la differenza che un tempo si poteva barare, e inventare di essere amici del Vip. Con il retweet, invece, non si sfugge, la supplica è ridicolmente pubblica Altro effetto collaterale: chiunque abbia scelto di seguire un Vip su Twitter si trova obtorto collo a leggere non le frasi del Vip, ma le richieste di retweet che gli scocciatori inviano al Vip e che questo, “per non passare da str…” come spiega Fiorello, si sente obbligato ad assecondare.

Per settimane, con la scusa del Natale, del Capodanno e degli auguri al Vip di riferimento, la timeline del popolare social network è stata intasata ed invasa dai maniaci del retweet. Ma qualcuno comincia a mostrare insofferenza, come Fiorello, oltre 360.000 “follower”, che stamattina ha scritto: “Regola numero uno di Twitter : il retweet si fa solo se si twittano cose interessanti o utili alla collettività. No richieste!”. “Non capisco – ha scritto #ilpiùpopolareshowmandopoilweekend – Rt Rt Rt… Ogni tanto li faccio …. Ma che senso ha?? Senza un motivo?… Boohhh… e se non li fai sei… str…”. Inevitabile l’ironia di un’altra “collega” Vip, Federica Panicucci, che poco dopo ha risposto: “Dai ti prego retweetta anche meee!!!! Non so perchè ma lo chiedono tutti!!!!”.

Pochi minuti dopo questo simpatico scambio di battute, sulla timeline si è scatenata una sequenza di retweet ad opera di Alfonso Signorini, registrato da poco su Twitter per promuovere la sua Kalispera e anche lui preso di mira dagli oltre 100.000 fan e follower. Molti pretendono di essere retwittati e lo assillano con le richieste più assurde:

Caro Twitter, se mi consigli ancora di seguire Alfonso Signorini giuro che compro una scatola di cerotti. Mi retweetti please?

Che giornata orribile oggi. Un RT da Alfonso Signorini la renderebbe migliore (eh sì, cominciare la giornata con il retweet di Signorini è un’altra cosa! ndr)

Mi fai fare un retwitt da Vespa almeno????

Chissà dove trovano la voglia, questi Vip, di passare il proprio tempo a twittare con migliaia di fan che vogliono solo fare (finta) bella figura con gli amici al bar: ci vorrebbe una doppia vita per accontentare tutte le sconclusionate richieste dei follower!

Un altro Twitter-addicted è Dj Francesco, al secolo Francesco Facchinetti, compagno di Alessia Marcuzzi e figlio di Roby Facchinetti dei Pooh, che annovera ben 136.000 follower. Anche lui spesso è preso di mira da assurde ed incredibili richieste di retweet (“Francesco please retweet per aiutare i Lillipuziani nella loro battaglia nel legare Gulliver”). Non solo: avendo instaurato con i propri lettori – che confidenzialmente chiama #laciurma – un rapporto amichevole e per nulla altezzoso, si sente costretto a celebrare ogni venerdì un altro rito compulsivo di Twitter, l’FF.
L’FF, o “Follow Friday”, è un consiglio che si dà ogni venerdì, appunto, ai propri follower. “Ti consiglio di seguire queste persone”, si scrive, aggiungendo i nomi delle persone più interessanti da seguire. Il giorno della Befana, il povero Facchinetti ha scritto: “Devo fare 2300 #FF, voglio spirare adesso!”,

Insomma. Chi è riuscito a districarsi nella selva delle nuove terminologie (RT, FF, ecc) che stanno invadendo la nostra vita quotidiana forse sarà arrivato alla nostra stessa conclusione: dove c’è un fan scatenato, c’è anche un Vip solleticato nel proprio ego. Ribellatevi! In fin dei conti, come diceva Proust, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso.

 
Fonte:  Maddalena Loy per  http://www.unita.it      

 
 

“Facebook rispetti la legge europea” LEGGETE CON MOLTA ATTENZIONE, TRE RAGAZZI EUROPEI SFIDANO FACEBOOK E HANNO TUTTE LE RAGIONI. MEDITATE GENTE, MEDITATE…

Ce lo chiediamo anche noi...

 
DAVIDE contro Golia. Un ventiquattrenne austriaco contro il più importante social network del mondo. E’ la storia di “Europe versus Facebook” il progetto in difesa della privacy lanciato da Max Schrems, studente di legge a Vienna. La storia nasce, ancora una volta, un po’ per caso un po’ per talento e intuito. Mentre si trovava negli Stati Uniti per studio, Max entrò in contatto con un ragazzo che lavorava nella compagnia di Palo Alto. Parlando con lui scoprì che tutti gli utenti di Facebook che non sono residenti negli Usa o in Canada (circa il 70% del totale) fanno riferimento alla sede irlandese del colosso.

Da bravo studente di legge, Schrems si rende conto che stando a Dublino, Facebook deve far riferimento alle leggi irlandesi in materia di privacy, ben più rigide e precise di quelle americane. Inizia così la sua piccola campagna a fronte di 22 violazioni che individua nel comportamento del social network, accolte, il 24 agosto 2011, dalla DPC (Data Protection Commissioner) irlandese.

Informazioni sensibili.
L’avventura di Schrems e dei due compagni d’università che seguono con lui “Europe versus Facebook” 1 inizia con una richiesta apparentemente banale. Secondo le direttive europee accolte in Irlanda dal Data Protection Act del 2003, ogni utente ha diritto a richiedere tutte le informazioni personali su di sé conservate dai servizi web. Tra cui, naturalmente, client di posta e social network.

I tre studenti compilano così il form ufficiale di Facebook per la richiesta del proprio file personale (disponibile solo fuori da Usa e Canada, non essendo obbligatorio in quella giurisdizione), e ricevono in risposta dei pdf di 780, 1142 e 1222 pagine. Una lunghezza niente male. Nel testo trovano una mole incredibile di dati su di loro. “Fra le informazioni riportate – racconta Schrems, 24 anni appena compiuti – c’erano un sacco di dati che io avevo eliminato: messaggi, note, amici bannati, poke, i miei nickname precedenti, gli indirizzi mail che usavo all’inizio, tag e foto cancellate”.

Da qui Schrems e i suoi amici constatano le prime violazioni della legge europea. Secondo il Data Protection Act infatti, ogni informazione che l’utente elimina deve essere cancellata anche dal server. Invece Facebook mantiene traccia di tutto. “Nei file che abbiamo ricevuto ci sono tonnellate di dati cancellati – spiega Schrems – alcuni messaggi contenevano informazioni molto sensibili”.

“Io penso che sia uno scandalo – continua il ragazzo – che loro dicano agli utenti che possono rimuovere facilmente i contenuti, se lo vogliono, ma in realtà continuino a conservarli. Da come la vedo io, stanno semplicemente prendendo in giro le persone”. Oltre che violare una legge.

Tanto che, il 24 agosto scorso, la commissione irlandese per la protezione dei dati accoglie la segnalazione dei tre studenti 2 e inizia il procedimento di verifica verso Facebook. Oltre al problema della rimozione delle informazioni dai server, fra le segnalazioni di “Europe versus Facebook” ci sono anche altre anomalie.

Diritto di decidere. Fra i reclami del progetto ci sono, ad esempio, il riconoscimento facciale nelle foto di amici o il processo per cui un utente può inserire un altro in un gruppo senza il suo consenso, o ancora il fatto che gli utenti non siano correttamente informati ogni volta che vengono cambiate le impostazioni di privacy, cosa che avviene tra l’altro molto spesso.

Tra tutti i reclami, uno di quelli a cui Schrems tiene di più è quello del “opt-out”. Nelle impostazioni di Facebook infatti il profilo attiva le scelte di condivisione più ampie (pubbliche), da cui un utente si deve “de-selezionare” se vuole mantenere private le proprie informazioni.

Ma la direttiva europea prevede l'”opt-in” anziché l'”opt-out”, ovvero il fatto che se io voglio un’opzione la devo scegliere volontariamente, non devo esservi iscritto in maniera coatta per poi ricordarmi di deselezionare l’elemento. Ecco così un’altra violazione su cui si scagliano i tre studenti viennesi.

“Negli Stati Uniti non esiste una vera e propria legge generale sulla privacy – spiega Schrems –  ma solo direttive frammentate sulla protezione delle informazioni finanziarie o relative alla salute”, su cui sono tra l’altro molto rigidi. Per tutto il resto la privacy è considerata una questione di opzioni, non un diritto fondamentale 3, come è invece interpretata nel diritto europeo. Per questo i comportamenti di Facebook o delle altre grandi compagnie della Silycon Valley non fanno che applicare delle direttive comuni oltreoceano.

Alla base delle leggi sulla privacy in Europa, invece, c’è l’idea che ogni utente, ogni individuo, debba consentire tutte le volte all’uso e alla circolazione dei dati che lo riguardano. In vari modi Facebook trasgredisce questa norma per noi fondamentale, come sembrano dimostrare questi giovani attivisti. Il loro obiettivo però non è ottenere un risarcimento personale. Anzi. La loro è una campagna è pensata per sensibilizzare i gestori del social network a difesa di tutti gli utenti.

Migliorare, non distruggere. “Io penso che noi dobbiamo migliorare i nostri social media, non ignorarli – dice Schrems – Io voglio rendere Facebook migliore. Mi piacciono i social network, li uso, ma non voglio che solo perché sono giganti possano fare un uso improprio dei nostri dati personali”.

Anche perché, comunque, si tratta semplicemente di rispettare una legge esistente: “Se fanno il loro business in altri Paesi – dice il viennese – devono rispettare la loro legge. Se Facebook viene in Europa deve sottoporsi alla legge esattamente come tutte le compagnie europee che in Usa accettano le loro regole”.

Il rischio, altrimenti, è anche che si arrivi alla concorrenza sleale con chi invece, nato e cresciuto in Europa, rispetta da sempre i nostri stretti parametri sulla privacy.

 
Fonte: Repubblica.it

Le emozioni, i dubbi, la rabbia: Facebook studia il suo popolo. (Per chi ama e utilizza F.B. un articolo da leggere per capire e capirsi).

Se andate fino in fondo all'articolo capirete il perchè di questa t-shirt a commento...

I giovanissimi sono i più irrequieti, con l’età si tende a parlare degli altri e pensare alla famiglia. I pensieri positivi sono molto apprezzati, quelli negativi i più discussi e commentati. Ecco cosa emerge dall’analisi dei messaggi che gli utenti del social network pubblicano sulla loro bacheca.

Un milione di pensieri degli utenti passati al setaccio, tra la popolazione di madrelingua inglese. Questa la via scelta da Facebook per provare a disegnare una mappa sociale basata sulle emozioni e gli stati d’animo, attraverso l’analisi dei messaggi di “status” lasciati dagli utenti. Ne viene fuori un quadro complesso che dipinge le correlazioni tra età e sensazioni condivise, pensieri e parole, argomenti che diventano importanti in orari ben precisi. Che delinea un livello di interazione tra individui finora inedito e che esiste perché esiste lo spazio virtuale del social network.

L’analisi. Facebook ha analizzato la correlazione tra età, argomenti e linguaggio utilizzato per esprimerli. E la linea tracciata dai risultati è chiara: i messaggi con contenuti positivi, spiritosi, ironici, raccolgono molti “mi piace”: gli utenti cliccano volentieri sul pulsante di apprezzamento, un’approvazione silenziosa in termini di parole ma che crea comunque un volume di interesse. Se invece i messaggi sono di tendenza negativa, pensierosa o più articolata, gli utenti/amici di chi l’ha scritto tendono a commentare ed esprimere più dettagliatamente il loro punto di vista sull’argomento. Mal comune mezzo gaudio insomma, ma in questo comportamento si può leggere una strutturazione più complessa della risposta sociale: ti rispondo per aiutarti, ma anche per aiutarmi e per vedere se qualcun altro scriverà qualcosa che potrà aiutare anche me. Insomma, la “rete sociale” nella sua realizzazione ideale.

Età e orari.
Dal punto di vista dell’età, secondo i dati sono gli utenti più giovani quelli più arrabbiati, e focalizzati sulla propria persona. Nei loro messaggi ci sono più emozioni negative e parolacce rispetto a quelli degli utenti più adulti, che invece tendono a privilegiare argomenti come la famiglia, il lavoro e le vite degli altri: più si sale con l’età, più i pronomi si spostano dalla prime persone alla seconde. L’ora del giorno in cui si accede al network incide anche sulla scelta di argomenti e parole. A notte fonda, verso le 4, l’argomento più gettonato è naturalmente il sonno, mentre il lavoro è ciò di cui si parla prima di andare in ufficio. Quando il cielo è buio, intorno all’una di notte, arrivano le emozioni più negative, mentre all’alba, intorno alle sette, i commenti sono positivi e riflettono l’arrivo della luce. La linea emotiva dei pensieri accompagna infatti l’arco solare, iniziando positiva e esprimendo più negatività mano a mano che il sole tramonta.

Un quadro vivente. Con questa analisi, Facebook ha realizzato un’istantanea animata del campione sociale preso in oggetto, che probabilmente alla luce dei modelli di vita non dissimili, si può estendere all’occidente tutto e non solo ai paesi anglofoni. Sono però dati che rimangono dentro Facebook, e che studiati in dettaglio fuori dal social network potrebbero aiutare a comprendere meglio come vivono le persone, cosa spinge la gente a condividere un pensiero, e se davvero la misurazione della qualità della vita può basarsi ancora su parametri antecedenti alle reti sociali. Sono dati che dimostrano l’esistenza di una umanità che utilizza la tecnologia come ausilio alla socialità, dopo che nella scorsa era, quella della tv, l’aveva utilizzata per isolarsi.

Fonte: Tiziano Toniutti per www.repubblica.it

ps: e comunque questo è solo l’inizio…via via attraverso Facebook e i socialnetwork saremo sempre di più sotto la lente di ingradimento del Potere…del Grande Fratello…insomma…di chi ci “gioca”, come diceva il grande poeta Ezra Pound.

(ndr: newsfromtshirts)

L’amore finisce di lunedì lo dicono i dati di Facebook.

Grande interpretazione dell'amore a tempo di Bansky.

Solo un vampiro ti ama per sempre…

Un giornalista ha analizzato 10mila status del social network cercando quante volte ricorrano, in ogni giorno dell’anno, parole come “rottura”. Il grafico delle date a rischio segna un picco il 10 dicembre, il 21 marzo e, in generale, a inizio settimana. Mentre nessuno si lascia a Natale.

SEGNATEVI queste date: due settimane prima di Natale e inizio primavera. Probabilmente di lunedì. Preparate i fazzoletti, una colonna sonora strappalacrime, avvisate gli amici e magari anche i colleghi. Se siete in coppia questi potrebbero essere i giorni della fine della vostra storia. L’avevate chiesto già alle stelle, alle maghe e pure ai fondi di caffè: “Questo amore durerà?”. Se le risposte arrivate non vi avevano convinto, questa volta provate ad abbassare lo sguardo e dare un’occhiata a Facebook. Ora in veste di oracolo, il social network è stato interrogato dal giornalista e grafico inglese David McCandless che, specializzato in rielaborazione visiva di dati, ha analizzato oltre 10mila status di Facebook contenenti le parole “rottura” e “rotto” e ha emesso il suo responso.

GUARDA IL GRAFICO 1

Con due visibilissimi picchi, collocati intorno al 10 dicembre e al 21 marzo, il grafico prodotto da McCandless non lascia dubbi: è proprio in questi periodi che le due parole, rivelatrici di dolore e sofferenza amorosa, ricorrono con più frequenza. E poi di nuovo di lunedì, quei confusi lunedì che vanno da aprile a maggio, quando la natura si risveglia e – a questo punto verrebbe da pensare – anche il desiderio. Ma per il resto dell’anno c’è da stare tranquilli: se si superano le porte dell’estate e dell’inverno le coppie possono progettare con successo vacanze e serate sotto le coperte. Attenzione però a San Valentino, qualcosa inizia a muoversi già dopo la festa degli innamorati, e non sottovalutate l’ironia del consorte: un picco di rotture monta proprio il primo di aprile. Ma se c’è un giorno in cui poter esser certi che il partner non vi abbandonerà quello è proprio il giorno di Natale: il 25 dicembre il picco si inverte verso il basso e raggiunge il punto minimo dell’intero grafico.

La divertente lettura realizzata da David McCandless, e presentata lo scorso luglio alla conferenza TED di Oxford, è diventata, insieme ad altre rielaborazioni grafiche, parte del libro “Information is beautiful”, nel quale il giornalista passa dall’analisi dei dati relativi alla longevità degli utenti attivi su Twitter all’andamento delle somme investite nella difesa. Tutto riletto attraverso geometrie e colori accattivanti. Così anche la triste notizia che forse per molte coppie sta per arrivare la temuta fine pre-natalizia, vista in questi termini sembra meno dolorosa.

Ora non resta che attendere e verificare se Facebook ha ragione. Se così fosse, non temete: sempre da Facebook arriva una gradita soluzione post rottura. E’ di pochi giorni fa infatti la notizia che lo strumento Photo Memories, l’applicazione che faceva apparire sulla barra destra della home page una selezione di immagini caricate negli ultimi mesi negli album dei propri amici, è stato modificato. Il rischio di vedere spuntare a sorpresa il volto dell’ex, che magari ci ha lasciati proprio due settimane prima di Natale, ora non si corre più. Grazie a una modifica all’algoritmo di selezione delle immagini l’ex, se dichiarato a Facebook come tale, viene escluso dalle foto ricordo. Certo, escluderlo anche dalla vita, è tutta un’altra storia.

Fonte:  BENEDETTA PERILLI per repubblica.it

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