Posts Tagged ‘ facebook ’

Sciopero del sesso: lanciato con una #maglietta il boicottaggio della promiscuità tra Russi e Ukraine.

 

 

 

 

 

 

ukraina

Sciopero del sesso transnazionale. I russi si scordino le ukraine.

 

Come si fa a non amare le donne russe o ex russe? Negli ultimi tempi si sono inventate le Pussy Riots, che protestano a suon di rock trasgressivo suonato nelle chiese , a sorpresa, contro Putin.  Poi sono arrivate le Femen, si spogliano ovunque, si scrivono addosso, si fanno arrestare in ogni luogo, sia in Vaticano o sotto la Tour Eiffel. Il seno scoperto come arma impropria. E ora le donne ukraine, che attraverso una maglietta e una pagina facebook lanciano la loro campagna contro i maschi russi : “non darla a un russo”, questo il boicottaggio politico affidato alla t-shirt, lanciando una sorta di passaparola imperativo o parola magica, che di donna in donna dovrebbe circolare per lasciare a bocca asciutta gli invasori. L’onta peggiore per l’invasore senza scrupoli.

Io consiglierei ai grandi pubblicitari del mondo di affacciarsi nell’ex impero russo e dare una occhiata alla ricerca di nuovi talenti perchè la capacità di comunicare e di far parlare di sè che hanno queste donne aggressive è davvero innovativa.

E comunque si affidano alla scrittura, come spesso accade alle donne rivoluzionarie;  che sia stampato su una maglietta o su un corpo nudo con pretese diverse da quelle della seduzione , per loro conta lo slogan, che è come l’incipit della battaglia. La cornamusa degli scozzesi prima dello scontro.

Uomini russi, respinti con feriti, tornate dalle vostre di donne, e state bene attenti alla rabbia di una donna invasa e di una maglietta stampata sul suo petto.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

 

Magliette al tempo dell’iPhone e Facebook indossano QR Code.

Dante aveva previsto tutto, come Steve Jobs.

Al tempo di Facebook e dell’iPhone anche le magliette si aggiornano. Oltre a diventare esse stesse dei computer indossabili, anche il “messaggio stampato” diventa “metamediale”. L’invenzione è di Magliettefresche, filiazione della mitica Parole di Cotone degli anni ’90.

Bagnate dal fiume del costante cambiamento, anche le magliette non potevano rimanere le stesse nel terzo millennio. E così mentre i tessuti diventano sempre più intelligenti, rivelando nelle loro trame trasduttori utili per atleti e lavoratori1 , promettendo (o minacciando?) di diventare dei veri e propri computer indossabili, anche le magliette si aggiornano anche nella loro funzione “passiva”, cioè quella di mostrare agli altri un messaggio. Se le T shirt sono sempre state un emblema del disegno delle proprie forme, è stata un’idea italiana a farle indossare anche a quelli che mettevano su solamente massa neuronale. Negli anni ’90 furono infatti le “Parole di Cotone” a sdoganare le magliette anche per chi si intendeva solo di corpo tipografico, vendute in libreria e diventate un caso internazionale di marketing. Magliette che, come scrive Marco Mottolese, presidente dal 1994 al 2001 proprio di Parole di Cotone Srl, furono un “un contributo alla divulgazione dei libri” con lo slogan rivelatore di “o si è un’opera d’arte o la si indossa”.
Ma in un mondo in cui i concetti sono misurati (prima con gli SMS e poi con Twitter) in 140 caratteri e che passano, per la maggioranza delle persone, attraverso uno schermo “onirico” (tablet, smartphone, notebook che sia) proprio come l’incompreso e profetico film di Wim Wenders “Until the End of The World”, quale sarebbe il senso “rivoluzionario” di stampare ancora una frase su una maglietta che ormai non viene più “guardata” se non attraverso un filtro “mediatico”? E ancora, paradossalmente, che senso ha leggere una frase su un tessuto quando sarà lo stesso tessuto che si connetterà alla rete? (magari usando un software OCR?). Inevitabile quindi che in una società dove si è molto più presenti al proprio prossimo fotograficamente che non di persona (Facebook e il suo taggamento docet) e dove l’abbigliamento tende già ad essere prima di tutto telegenico e ad evitare dominanti, contrasti e “spine di pesce” che potrebbero confondere i sensori delle fotocamere, la maglietta in stile “parole di cotone” non poteva che fare un salto “metafisico” (e metamediatico) mostrando un messaggio non Intelligibile agli esseri umani ma alle macchine.
Un “messaggio” comprensibile agli umani solamente attraverso quegli schermi in cui essi vedono e interagiscono con la realtà. Da una diretta filiazione di “Parole di Cotone” ecco che arriva da  Magliettefresche la maglietta che “è” un Codice QR. Il QR Code è quella specie di “mosaico” (detto dai tecnici, un “codice bidimensionale”) che ormai sta andando ad accompagnare, se non a sostituire, i classici codici a barre. Se fotografato con uno smartphone o con un tablet o con qualsiasi altra fotocamera collegata ad un computer connesso, il codice QR porterà ad un sito o, come nel caso di questa nuova T shirt, ad un libro o a qualsiasi altro contenuto editoriale. Scrive Marco Mottolese sul blog  News from T-shirts: “Un editore potrà avvalersi della maglietta per far conoscere un nuovo testo ed entrare in nuovi mercati; un autore – che magari opera nel sempre più diffuso campo del ‘self publishing’ (produzione e divulgazione in proprio di un testo editoriale) potrà trovare nella t-shirt l’alleato ideale per veicolare i propri contenuti. Il lettore diventa così ‘veicolo’ esso stesso dell’Opera, ‘indossando’ l’Autore preferito”.
Non a caso uno degli slogan di Magliettefresche con QR code è “STOP reading Books. Wear them”, cioè smetti di leggere i libri, indossali, ovviamente, nella loro interezza. Uno dei primi libri liberamente scaricabili “fotografando” una di queste magliettefresche è la Divina Commedia di Dante Alighieri, quantum leap linguistico e culturale per il nostro Paese. Ma gli esperimenti potrebbero essere davvero infiniti per questo nuovo “media”. Si pensi ad “uomini sandwich 2.0” che agli angoli delle strade o dei grandi eventi potranno diventare “fonti” (copiose) di informazioni e di cultura (o di biglietti o di buoni sconto, di plot del film, ecc.). Si immagini i commessi delle offerte speciali nei centri commerciali con le “virtù del latte” nella loro maglietta QR code; oppure ogni venditore porta a porta che, nella sua t shirt, in segno di “trasparenza contrattuale” ha scaricabili da se stesso le policy del suo prodotto; oppure ancora delle “cacce al tesoro” fotografiche dove ogni maglietta fotografata porta ad un indizio (magari un QR code “composto”). Insomma, il fiume del costante cambiamento ha bagnato un’altra volta le magliette, e non potevano che diventare magliettefresche.

Fonte: Fabrizio Laure per http://www.mainfatti.it

 

«Così ho comprato 50 mila follower».

Eloquente questa maglietta….SHITTER !

 

Bastano 20 o 30 dollari per garantirsi migliaia di seguaci. Ma poi c’è l’effetto boomerang.

«L’80% dei fan e dei follower delle aziende italiane è finto». A sentenziarlo Marco Camisani Calzolari, imprenditore digitale che ha puntato il dito contro l’acquisto di pacchetti di seguaci 2.0. Noto in Rete per aver realizzato il network Forzasilvio.it, con la sua società Speakage, Calzolari si è speso in questo caso in maniera autonoma per (ri)accendere i riflettori sul fenomeno del doping della notorietà sui social network.

EGO DIGITALE – «Ho pagato – racconta a Corriere.it – 20 dollari per ottenere 50mila follower su Twitter e 30 dollari per avere 6mila like sulla mia pagina Facebook». Numeri che fanno comodo ai grandi marchi, a piccole realtà che tentano di emergere, a uomini politici alla ricerca di consensi o, semplicemente, a singoli internauti interessati a pompare il proprio ego digitale. All’interno dei pacchetti di proseliti, spiega Calzolari, ci sono due categorie di utenti: «Quelli finti, creati da un bot (programma che genera automaticamente profili falsi, ndr), e quelli veri e iscritti a portali che propongono l’affiliazione come moneta di scambio». Su Letusfollow.com e Growfollowers.com, parliamo del secondo caso, chi mette a disposizione il suo profilo può acquisire punti utili a loro volta alla conquista di un seguito degno di nota.

IDENTITA’ FASULLE – Seoclerks.com è invece il punto di riferimento per chi vuole comprare secchiate di identità inesistenti. E non finisce qui, il portale offre anche link falsi per aumentare l’indicizzazione dei siti e sforna in maniera automatica articoli su un determinato argomento. Basta chiedere e, ovviamente, pagare. Si tratta, secondo Calzolari, di «un mercato nero» che altera il valore delle sponsorizzazioni e della comunicazione in Rete: «Tutte le web agency agiscono in questo modo e tutti comprano i fan. È ora dire basta».

EFFETTO BOOMERANG – Il boomerang, a dire il vero, è già tornato indietro in più di un caso. L’anno scorso l’allora candidato repubblicano alle presidenziali a stelle e strisce Newt Gingrich è stato pizzicato con il 92% dei follower falsi. Rimanendo fra i nostri confini, Gian Paolo Serino è stato protagonista di un caso analogo due mesi fa. Il giornalista sfoggia tutt’ora 53mila follower, molti dei quali sono a occhio nudo quantomeno sospetti: nomi e biografie improbabili, attività inesistente e provenienze fra le più disparate. Diventato bersaglio di sberleffi in azzurro per qualche ora, Serino aveva confermato di aver pescato nei sopracitati pozzi di San Patrizio con le stesse intenzioni di Calzolari: documentare e denunciare la pratica.

PROFILI E QUOTAZIONI IN BORSA – Per rendersi conto delle proporzioni del fenomeno è sufficiente osservare le statistiche relative all’attività sui social network stessi. Secondo le rilevazioni di Semiocast, a fine 2011 su Twitter era attivo poco più di un milione di persone. Lo scorso febbraio, Twopchart, altra realtà che monitora i cinguettii in modo non ufficiale, ha sbandierato il raggiungimento di quota 500 milioni di profili. In mezzo, i curiosi che hanno abbandonato subito le velleità 2.0 e un esercito di identità create a fini commerciali. Numeri, luci e ombre che alla vigilia dello sbarco in borsa di Facebook fanno riflettere. Venerdì 18 maggio, Mark Zuckerberg potrebbe rastrellare una cifra intorno ai 18 miliardi di dollari . Sul piatto ci sono 800 milioni di profili e l’euforia degli inserzionisti, nel 2011 Fb guardava tutti – Google compreso – dall’alto in basso con il 28% del mercato statunitense delle sponsorizzazioni. Rimane l’incognita, in considerazione di quanto detto, del valore reale del coinvolgimento dell’utenza.

Fonte: Martina Pennisi per Corriere.it

“Strip for likes” infiamma Facebook…(nulla di nuovo sotto il sole della pubblicità)

 

Una maglietta Stussy... ma Patta ha qualcosa a che vedere con la campagna pubblicitaria su Facebook?

 

 

Un’originale campagna, creata dall’agenzia di Amsterdam  Arnold per il brand dell’abbigliamento Stussy, ha adottato una strategia molto particolare, che probabilmente riuscirà ad attrarre molti utenti e di certo ha suscitato una notevole publicity per il brand.

 

L’agenzia, sostanzialmente, stimola gli utenti del social network ad iscriversi alla pagina Facebook del brand attraverso incentivi voyeuristici. La modella della campagna, infatti, si esibisce in uno striptease, togliendosi indumenti all’incremento dei Like. Colin Lamberton, direttore creativo di Arnold, ha pubblicizzato l’iniziativa dichiarando: “Come si può immaginare la modella deve soffocare sotto tutti quei strati di vestiti. È quasi un dovere pubblico liberarla… così ci aspettiamo che i fan di Facebook aiutino. Like e svesti.

Qui è ancora bella vestita....ma i " I Like" su FB stanno fioccando di brutto....

 

La campagna oltre a promuovere l’iscrizione alla pagina tramite l’originale meccanismo, favorisce l’utilizzo frequente da parte degli utenti; interessati a osservare i risultati dell’iniziativa, anche se non è chiaro al momento fino a che punto lo strip si spingerà.

 

L’originale idea susciterà di certo polemiche e discussioni. Forse la vera questione, però, è se aldilà dell’audience raggiunta il ritorno di immagine per il brand sarà positivo o negativo. In ogni caso, la lotta per i Like raggiunge nuovi livelli di intensità.

Fonte: http://www.techeconomy.it

Nota di newsfromtshirts:   ….però, c’è un però…nel 1981 una campagna pubblicitaria (affissioni in città)  fece scalpore in Francia e anche altrove. Una modella annunciava che, nel corso delle settimane successive, si sarebbe spogliata. Via il pezzo di sopra, via il pezzo di sotto. Bastava attendere…un “teasing” di grande intensità, esattamente come questo ideato da Stussy di Amsterdam (al quale va il nostro bravo! per l’idea di cui tutti parlano…). La differenza è che allora ( 31 anni orsono, pensate…) Myriam si spogliava quando lo decideva il pubblicitario e il suo cliente ( una concessionaria di affissione stradale che intendeva far capire che “manteneva le promesse…”) ; oggi, invece, è la gente, il popolo, insomma coloro che costituiscono i “social” che possono accellerare lo “svestimento” e la rivelazione delle nudità…sarà per questo che la modella di Stussy inizia iper vestita con giacche,giacconi, maglioni e quattro cappelli? Comunque è alla donna, come sempre, che sono affidate le sorti della pubblicità…

(M.M.)

 

Ecco la sintesi della campagna dell’epoca…

Pub Avenir avec Myriam Szabo en 1981 sur des affiches 4×3 qui ont fait scandale pour les féministes de l’époque…(illustration music…Aphrodite’s Child 666) Agence:  CLM/BBDO . Cliente: Avenire

 

 

 

Non solo gli amici, ora su Facebook puoi scegliere anche i tuoi nemici. ( Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare)

Finalmente i nemici!!!

 

 Sul social network li sceglieremo con ‘EnemyGraph’, la social app politically uncorrect. Con buona pace dello spirito del ‘tutti amici su Fb’ che ha finora contrassegnato l’esperienza sul social network più diffuso del mondo
E ora arrivano i nemici su Facebook. Sul social network li sceglieremo con ‘EnemyGraph’, la social app politically uncorrect. Chi vuole (?) potrà anche da oggi potrà visualizzare i propri nemici: pagine e persone che potremo contrassegnare come enemies (nemici), appunto.

 Con buona pace dello spirito del ‘tutti amici su Fb’ che ha finora contrassegnato l’esperienza sul social network più diffuso del mondo.In realtà finora non erano mancati gruppi contro, o di critica a qualcuno o qualcosa. Ma si trattava di pagine occasionali e collettive che al massimo generalizzavano un dissenso da condividere.

 Con la nuova app ora gli oltre ottocento milioni di utenti potranno crearsi una pagina ‘parallela’ personale, dove vedremo anche i post delle persone che detesti, magari ricambiati con la stessa medaglia.

 Già si immaginano politici, vip e vicini di casa additati, col pollice verso, che popolano la pagina dei tuoi nemici principali. Inoltre c’è la possibilità di vedere quali sono i nemici dei tuoi amici. E tutti gli incroci possibili. Un mondo nuovo. Di cattivi.

 Infine una funzione (dissonance report) ti informa poi quando un tuo amico ha dato un like a una persona che hai indicato come nemico (o viceversa).

 A oggi comunque, al di là delle beghe personali, quelle di chi si sfoga contro qualcuno per privatissimi motivi, nella top ten di chi è considerato nemico troviamo il ‘razzismo’, odiato dal popolo che usa la creatura di Mark Zuckerberg, poi bersagli più concreti, in carne ed ossa. Come Rick Santorum, attualmente in testa, e Barack Obama, meno odiato, più in basso. Non mancano i nemici dei vampiri di Twilight.

Fonte: http://www.adnkronos.com

 

 

 

 

Altro che “popolo di twitter” o “popolo di facebook”. Qui ormai è il linguaggio che si “twittizza”. Per dire: I tweet di Mario Monti per Panorama domani in edicola …

O guidi ( il Governo) o twitti...Ohi, Mario, mica si può fare le due cose insieme! Multa per chi twitta guidando....

 

In occasione dei primi cento giorni di governo, che si compiono venerdì 24 febbraio, il premier Mario Monti ha accettato di ripercorrere in 42 tweet (le frasi di massimo 140 battute per comunicare sul popolare social network Twitter) i momenti fondamentali o più emozionanti vissuti da lui e dal suo esecutivo da novembre a oggi. Panorama, in edicola da domani, dedica la copertina, titolo «I pensieri di Mario», ai tweet del presidente del Consiglio. Specificando che Monti non è su Twitter, ma che, al contrario, ci sono molti «fake», falsi profili del premier, che circolano sul social network.

Nei 42 tweet che Mario Monti ha scritto per Panorama il premier parla di alcuni personaggi della scena politica internazionale e italiana: Angela Merkel, Barack Obama, Silvio Berlusconi. «Lo sento spesso, ma non lo disturbo su ogni cosa. Gli sono molto riconoscente perché il suo atteggiamento è stato di grande responsabilità verso il Paese». Ironico con l’eurodeputato della Lega Francesco Speroni, con cui ha avuto un battibecco a Strasburgo una settimana fa: «Lo ringrazio vivamente per la complessità dei punti filosofico-sistemici con cui si è rivolto a me. Li leggerò con attenzione».

Mario Monti "obamizzato" in stile Shepard Fairey . Che grande novità!

 

I PRIMI CENTO GIORNI. Nei   tweet ci sono anche i primi cento giorni di governo. Il premier si sofferma  sulle proprie emozioni. Riguardo al momento più bello dice: «La prima volta che ho parlato in Senato, quando ho scoperto che forse potevo farcela. Per me non era una cosa così scontata». Su quello più difficile: «Ce ne sono stati tanti in questi 100 giorni, ma sono certo che ne arriveranno altri». In relazione alla copertina che gli ha dedicato il newsmagazine americano Time: «Io l’uomo che salverà l’Europa? Non esageriamo, l’Ue non ha bisogno di essere salvata da nessuno».

CRISI, RIFORME, LIBERALIZZAZIONI, PENSIONI, EVASIONE FISCALE. Sono altri temi affrontati dal premier  nei tweet su Panorama. Dove non mancano anche riflessioni anche sul mercato unico, le Olimpiadi a Roma, le elezioni.

E tu che tweet vorresti inviare al presidente del Consiglio?

Scrivilo su Twitter a #panoramamonti

 

nota di newsfromtshirts: siamo certi che Monti non si sia prestato a questo giochino un pò puerile di lasciarsi intervistare sotto forma di twit. Panorama ha strappato al Premier una intervista e per essere “up-to-date” si è inventat0 questa cosa dei twits con i quali Monti risponde. Peraltro solo poche settimane fa Panorama aveva dedicato una delle sue copertine al fenomeno twitter in Italia. Ora, noi siamo più che felici che un media un pò vecchiotto come Panorama (seppur di grande tradizione e storia giornalistica) si occupi del social network del momento. Il problema è che se ne occupa un pò “alla Famiglia Cristiana” direbbe Celentano e cioè uscendo dal seminato. Perchè costringere fittiziamente il Presidente del Consiglio a stare dentro 140 battute considerando che sarà stata sicuramente la redazione ad effettuare il taglio, non certo Monti a fornirne la giusta misura..? Perchè mescolare politica e linguaggi web? Per rendersi accattivanti? E l’immagine “obamizzata” è sempre per rendere il tutto ancor più credibile in quanto Obama a suo tempo si appoggio molto sui social network per essere eletto? Comunque in Italia il boom della rete e il suo sviluppo di utenti si appoggia a questi media (fu così anche per Facebook) certo poi diventa difficile lamentarsi che alla fine, salvo pochi casi, è il cazzeggio che prevale in rete mentre dal web potrebbero arrivare  soluzioni e svolte, per la crisi e per i giovani. Twitter e Facebook da noi rimangano il lato infantile dell’adulto; il suo parco giochi privato. Il suo “vuoto” a perdere…Grazie Panorama. Riceverete migliaia di twit per Monti; ci raccomandiamo: fateglieli avere….

Marco Mottolese per newsfromtshirts

Twitter vs Facebook, è guerra tra gli iscritti? ( Interessante analisi e dati U.S.A. sui due social network).

Facebook contro Twitter....e chissenefrega !

 
 

Creato l’hashtag #TornateSuFaceBook. Ma c’è chi dice: «È solo snobismo». E una ricerca smentisce la contrapposizione.

Twitter va all’attacco di Facebook. O, meglio, gli utenti amanti dei messaggi in 140 caratteri si scagliano contro chi si iscrive a Twitter senza capirne le regole e rimanendo fedele alle regole del social network di Mark Zuckerberg. Risultato è l’hashtag #TornatesuFacebook, primo nella classifica dei trend topic italiani.

 SUPERIORITA’ INTELLETTUALE – Tantissimi i messaggi postati, con inviti più o meno “minacciosi”. Scrive un utente: «È inutile iscriversi a #Twitter per postare solo foto e link. Se non avete niente da dire #tornatesuFacebook». O, ancora, «#tornatesufacebook se avete bisogno di affetto, se non potete fare a meno del “buongiorno” e della “buonanotte”». Si chiede di abbandonare anche a chi «cerca la chat e il mi piace, quelli qui non esistono». Stesso discorso con quelli che non possono fare a meno dei giochi online come FarmVille perché «su Twitter non si coltivano orti e non si dà da mangiare alle mucche». Qualche utente si scaglia anche contro l’abitudine dei seguaci di Zuckerberg «che postano 150 foto delle loro vacanze che non interessano a nessuno». Poi, c’è anche chi la prende con ironia e scrive: «Sono iscritto su Twitter da 10 minuti ma devo fare il figo, quindi #TornateSuFaceBook» E se la serie di messaggi ha principalmente l’obiettivo di dimostrare la superiorità intellettuale di Twitter, considerato social network dove si discute di argomenti più intelligenti, parecchi utenti non hanno gradito l’hashtag e l’hanno tacciato di snobismo. «Dov’è finita la democrazia? Ciascuno può scrivere quello che gli pare», si chiede un liberale della sfera. «Siete degli squadristi», accusa un altro. E così il dibattito va avanti per ore.

DALLO SCHERZO ALLA RICERCA – E mentre gli utenti italiani si divertono a contrapporre i due social network, negli States sono già state condotto ricerche di mercato per capire le differenze tra chi preferisce l’uno e chi invece usa più l’altro. Secondo lo studio «Social media around the world 2011» basato sull’analisi di 9.000 profili, Twitter pare essere innanzitutto più utilizzato dagli uomini (il 55% degli utenti è di sesso maschile). Facebook, invece, piacerebbe di più alle donne, con un 53% degli iscritti appartenti al gentil sesso. Poi, un’altra sostanziale differenza: Facebook porta via più tempo, ossia 37 minuti di media al giorno, contro i 21 su Twitter. Sempre secondo la ricerca, però, è sbagliato contrapporre a priori i due social network: intanto solo il 16% degli utenti iscritti a Twitter effettivamente usa il profilo. E, aspetto più importante, solo il 13% di chi ha un profilo su un social network usa esclusivamente Twitter. Il restante 87% è iscritto anche Facebook e lo privilegia per le comunicazioni quotidiane. Come dire che se #tornatesufacebook venisse davvero preso sul serio, a cinguettare rimarrebbero davvero in pochi.

Fonte : Marta Serafini per Corriere.it
twitter:@martaserafini

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: