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Il ritorno della plastica?

Siamo tutti "plastici"...w la plastica!

Tutto ebbe inizio, pochi anni fa, con una borsa diventata famosa nel mondo partendo dall’Inghilterra: I’m not a plastic bag, recitava il ricamo sulla borsa di tessuto. L’idea e lo stile erano di AnyaHindmarch e la borsa fece il giro del mondo al braccio di Kate Moss e altre star conquistandosi inoltre decine di tentativi di imitazione.

Petra Nemcova a passeggio con la capostipite...

Ora, qualche anno dopo, la brand “magliettefresche” –già attiva nel campo delle t-shirts- lancia una non così lontana “parente” della borsa della Hindmarch. Riveduta, corretta ma anche un po’ s-corretta…!

www.magliettefresche.it

Sarà famosa?

I’m an italian plastic bag, “urlano”, infatti, dai fianchi, le borse e le trousse iper colorate posizionate per ora sugli scaffali dei negozi COIN ; quasi fosse il ritorno di un eco distorto della borsa inglese; e urlano accoppiando coraggio ( la “plastic” oggi, anche se di riciclo, non viene sempre compresa…) e stile. E nell’ orgoglioso aggettivo:  ITALIAN, è racchiusa tutta la sicurezza di chi può permettersi, in virtù di una tradizione che detta legge nello stile mondiale, di arrivare sul mercato con il sempre più  chic  vinile/pvc ; perché lo stile si fonda su  idee e  personalità ma anche sull’utilizzo di materiali controcorrente.

Oggetto del prossimo desiderio?

 E, per appartenenza o passione, indossando questi accessori, portati e indossati in giro per il mondo, non solo paleseranno una bandiera e una nazionalità, ma  ridaranno linfa e sostanza a un materiale che ha definitivamente cambiato le usanze e i costumi dei cittadini del mondo modificandone profondamente la storia.

 (Marco Mottolese – newsfromtshirts)

Moschino per San Valentino: poco cheap ma molto chic…

Se siete amanti dei regali a tema e volete l’ispirazione per il San Valentino che sta arrivando allora questa T-shirt fa al caso vostro. Di certo solo Moschino e pochi altri avrebbero potuto permettersi questa scelta stilistica tanto banale quanto redditizia…semplicemente un cuore rosso su maglia bianca e qualche paillettes che fa molto “Cheap and Chic” (d’altronde è il nome della collezione…) per quanto può essere “cheap” una maglietta di Moschino.

E’ curioso infatti come sempre più case di moda sfruttino la parola “cheap”, spesso in maniera inappropiata considerando che la vera moda “economica” portata alla ribalta grazie a catene di abbigliamento come H&M offra davvero abbigliamento di moda a basso costo.

L’impressione è che si stia invertendo la tendenza in materia di brand: prima ogni marca puntava a palesare il proprio marchio, come lo stesso Moschino propone su alcune delle sue t-shirt , ora si cerca di far sembrare “popolare” qualcosa che popolare non sarà mai perché compresa in una categoria di prezzo non accessibile a tutti. C’è da dire però che se facessi stampare questa t-shirt dalla mia serigrafia di fiducia non otterrei lo stesso risultato…vi immaginate che significa incollare 5 paillettes una ad una?

Apparte le mie considerazioni, influenzate dalle frequenti passeggiate in superstore a basso costo, bisogna dire che i tessuti, le cuciture e soprattutto la durata di questi capi non sono nemmeno paragonabili agli standard di queste catene ma forse 150 euro per celebrare una festa fin troppo commerciale è uno schiaffo alla cultura della moda e  a tutti quei ragazzi che hanno donne così fashion victim…

Un consiglio? Con 150 euro regalatele una bella cena fuori, non sarà tanto glamour ma farà felice entrambi

Sara Vecchiarelli

News from T-shirts

Come direbbero i francesi…dopo il “feuilleton”, voilà, le business… Mezzo mondo si organizza intorno all’icona Assange.

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Per chi è abituato a vagabondare, per lavoro o per diletto, nella Rete, non è difficile capire che, dopo il misterioso e, tutto sommato scarsamente duraturo, oggetto “Obama” ora è il momento del non meno misterioso e forse non più duraturo Mr. Assange.

Si parla di lui, si scrive di lui; una sorta di filosofo “Don Giovanni” al passo coi tempi; un Bernard Henry Levi con il supporto informatico; un Serge Gainsbourg senza coito evidente; un George Best che sa come fare goal. (Ricordate la mitica frase di Best? Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato. ).

Insomma Julian Assange, anzichè prete s’è fatto “marchio”…capita. E’ capitato a Obama, è capitato a Bin Laden (a proposito… pensate ad un bel tè nel deserto tra Bin Laden e Assange, infondo entrambi distruttori del mondo occidentale, anche se uno dei due, Bin, ha un vizietto -quello di uccidere- che fortunatamente Julian non ha…) insomma s’è fatto marchio “malgré soi” in pratica senza volerlo. Assange oggi vale; è come se avesse vinto Wimbledon, oppure una importante gara alle olimpiadi. Assange è noto; Assange, ormai si sa, ama le donne e le violenta in maniera amorosa…Assange non ha quaranta anni; Assange viene dagli antipodi. Julian si è fatto marchio per riscattare l’intero genere. Per riscattare Obama, che non è durato. Per riscattare Cristiano Ronaldo, ormai papà, che non è amato dai ragazzini. S’è fatto marchio perchè Jeff Bezos di Amazon è brutto come la fame e Steve Jobs non è solo malato; ma è anche vecchio. E da vecchi i geni interessano solo agli altri vecchi. Si è fatto marchio, Assange, perchè del brufoloso inventore di Facebook nessuno vuole sapere nulla. Quello che ha fatto ha fatto e si goda i suoi miliardi di $. Senza disturbare…Per non parlare, infine, di Che Guevara, il riferimento secolare di tutti coloro che “si sono fatti marchio” . Ma il “Che” lo è diventato marchio (o brand) da morto. Esserlo da vivi è molto più imbarazzante. Appiccicoso.

Divertitevi da soli. Dunque. Girate nella rete. Bighellonate. Fate sega ( si dice ancora così quando non si va a scuola di nascosto?)  per mezz’ora dalle cose più importanti che state facendo. E scoprite quante immagini, quanti prodotti, quanti articoli ruotano intorno a Julian Assange ( però , che nome perfetto per diventare Mito temporaneo…).  E allora a vostra disposizione avrete t-shirts e borse, tazze all’americana e tovagliette. Sarete pronti ad indossare Julian, mangiare con Julian, illuminarvi con Julian (nel senso di lampade personalizzate…)  trasportare le varie nostre cianfrusaglie dentro “Julian”. Probabilmente giocare con i vostri figli con giocattoli “targati” Julian.

Come dicono bene i francesi…feuilleton…Assange è già un romanzo d’appendice. E mica per colpa sua…

Marco Mottolese per newsfromtshirts

Statuette di Assange a Napoli. Per il Presepe.

 

il successo dell’anti-brand

Concordiamo con Wait Fashion, lo sfruttamento dell’immagine dei grandi stilisti, ironicamente condito, ma ormai in tutte le salse, sta cominciando a stancare, ma le t-shirt Article sono davvero carine. Quelle di Burberry, Lanvin, Terry Richardson, sono tra le migliori, una chiave un pò diversa e irriverente, che si differenzia un pò dall’ormai visto e rivisto simbolo Chanel, preso e trasformato da troppi brand, o dall’immagine di Kaiser Karl, che appare ovunque.

(fonte: fashionblog.it)

Nuovo scontro sul Colosseo tra Comune di Roma e Beni culturali.

Ma,scusate, il Colosseo non era di Totti e Russell Crowe?

Se il David è dei fiorentini, il Colosseo è dei romani. Non la proprietà: di rivendicarla nessuno ha il coraggio. Ma quella degli incassi è un’altra storia. Non ha paura a dirlo, col consueto garbo, l’assessore capitolino alla Cultura Umberto Croppi. I modi sono da vedere, spiega, ma “il problema va posto”. Perché “il Colosseo è uno dei simboli del Paese, che contribuisce a fare di Roma la porta del turismo nazionale. E la città sostiene il peso di milioni di visitatori senza ricavarne benefici diretti”. Partecipare alla gestione dell’anfiteatro Flavio? “Dal 2008 ne discutiamo col ministero dei Beni culturali”. E se parlare di “proprietà” “è prematuro”, non lo è “ipotizzare una gestione partecipata, anche sul piano finanziario e di marketing, per far rientrare il Comune degli oneri”.

La grande occasione? È il varo, in autunno, dei decreti legislativi su Roma capitale. Che definiranno fra l’altro il ruolo della città nella valorizzazione del suo patrimonio artistico. E anche del Colosseo, che con oltre 4 milioni di visitatori vale da solo 35 milioni all’anno. Ecco perché la politica cittadina si muove compatta: anche il Pd ha aperto sul tema dopo che Mollicone, presidente della commissione Cultura, aveva avanzato là la richiesta del 30% degli introiti.

Il primo passo del “federalismo alla romana” è strappare una quota sul prezzo dei biglietti. L’idea ha salvato Alemanno, nelle ore calde della battaglia sul bilancio, dalle ire degli albergatori sul piede di guerra per la tassa di soggiorno. E sul punto, il Mibac sembra disponibile a varare un provvedimento ad hoc. “un aumento di un euro o due non sarebbe uno scandalo – assicura il vicesindaco con delega al Turismo Mauro Cutrufo – : la Tour Eiffel costa 15 euro, il Big Eye 15 sterline”. E 7 milioni in più all’anno, per il Campidoglio, non sarebbero pochi. Ma il vero obiettivo è la “gestione partecipata”. “Solo per la valorizzazione – promette Cutrufo – La tutela spetta allo Stato: la Costituzione è chiara”. Come esempio virtuoso di cosa significhi “valorizzazione” per un brand stimato di recente in 91 miliardi, cita gli sponsor per il maxi restauro. E spiega che “serve una concertazione sulla gestione dei beni culturali romani. In quest’ottica, perché non trattenere parte dei fondi da reinvestire su quegli stessi beni? Il ministero non potrà che essere d’accordo”.

“Niente affatto”, ribatte il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro. Intanto perché “la Soprintendenza ai beni archeologici di Roma è già economicamente autonoma. Cosa facciamo coi soldi? Li usiamo già per valorizzare il patrimonio”. Va respinta dunque la proposta del Campidoglio di partecipare alla gestione delle entrate? “Prima dovremmo sederci e concordare le priorità. Come spende oggi il Comune? Estate romana, Carnevale romano, Natale romano… Noi che criticavamo Veltroni”. Ecco il punto, per il sottosegretario: “Chi amministra Roma, di qualsiasi colore, tende a usare le sue bellezze per fare cassa. Non sono un signornò, ma bisogna capire che tutela e valorizzazione sono due facce della stessa medaglia. Non si può trasformare la città in una scenografia per grandi eventi. I tour operator non ci chiedono musica e stand di prodotti tipici. Ma di pedonalizzare, cacciare i camion bar, smontare quel suq all’amatriciana”. La battaglia è aperta. Chi avrà l’ultima parola? “Concordare è bene – avverte Giro – ma i decreti li scrive il governo”. Anche perché, conclude, “il Colosseo è un patrimonio mondiale, non nazionale né romano. E a chi sostiene che per la città sia solo un peso ricordo che crea un indotto da 1,5 miliardi”.

  Fonte:  Chiara Righetti per www.repubblica.it

I 50 marchi più noti secondo Forbes. Non ce n’è nemmeno uno italiano.

Ecco, così salviamo la faccia, e almeno una ditta italiana è stata inserita...

MILANO – Non ci sono italiani tra i 50 marchi più celebri – e quindi remunerativi del mondo – classificati dalla rivista statunitense Forbes. Malgrado l'”antennagate” dell’iPhone4, Apple resta il marchio più noto e valutato del mondo (57,4 miliardi di dollari).

 GUCCI ULTIMO – È un trionfo di brand tecnologici. Seconda è Microsoft, seguita da Coca-Cola, Ibm, Google, McDonald’s, General Electric, Marlboro e Intel. A interrompere la serie “made in Usa” la finlandese Nokia, seguita dalla giapponese Toyota e dalla britannica Vodafone. La prima tedesca è Bmw al 16esimo posto, la Francia conquista il 18esimo con Louis Vuitton. Al 29esimo l’elvetica Nescafe, al 37esimo la svedese Ikea. Un nome italiano compare, buon ultimo nella lista: è quello di Gucci, gruppo però acquistato da tempo dalla società francese Ppr di Francois-Henri Pinault. (Fonte: Agi)

Fonte secondaria: corriere.it

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