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La ragazza con la giacca rossa santa subito: come diventare icona degna di T-shirt.

Ora finito il mistero forse tutto rientrerà nella norma…
istanbul

Eccola la mitica ragazza di Istanbul. La ragazza dalla giacca rossa.

 

 

A Piazza Taksim è avvenuto un miracolo. O piuttosto è stato stabilito un record. Diventare “icona” degna di decorare una maglietta in 48 ore non è cosa da poco. L’imprendibile, coraggiosa e misteriosa “woman in red” è già oggetto di culto in Turchia e forse anche altrove. Per ora sono manifesti e stickers in giro per la città, ma presto sicuramente magliette.

E’ bastata una carica della polizia, una manifestazione ancora ai suoi primi vagiti, e uno scatto, tanto casuale quanto ormai consueto, in tempi di iper connessione e di devices digitali. In poche ore la foto della sconosciuta “rivoltosa” ha fatto il giro del mondo trasformando questa ragazza in una icona degna del miglior merchandising.

turchia

La donna in rosso non si scompone. E diventa “cult”

Nel secolo appena trascorso per avere dignità di “maglietta” dovevi: morire precocemente (vedi Jim Morrison o Marilyn Monroe); essere ucciso in circostanze misteriose ( Che Guevara); essere un genio riconosciuto, simpatico e compreso (Einstein) oppure essere una icona politica da indossare per esorcizzare il terrore che il leader “indossato” ha distribuito al suo popolo in vita (Mao Tse Tung). Tutto ciò prevedeva tempi lunghi; sedimentazione di critica. Prevedeva che il mondo “digerisse” il personaggio, lo accogliesse tra i miti e ne lanciasse il culto. Prevedeva i tempi della Storia.  Ci piace includere tra questi anche James Dean e Hendrix, ma la lista potrebbe allungarsi notevolmente. Soprattutto se parliamo di musica rock.

La maglietta è sempre stata un termometro della notorietà da morti, ancor più che da vivi. Indossare il volto iconico di un personaggio vivo non funziona. E’ da groupies, è da coatti. In realtà anche Andy Warhol, che di questi passaggi se ne intendeva, prima di diventare l’ideologo della effimera notorietà -riservata ad altri, non certo a lui- e mentre formulava la sua nota tesi dei 15 minuti, ovviamente non era ancora “degno” di essere “indossato”.

La donna in rosso di Istanbul in poche ore ce l’ha fatta. Senza volto, forte di un colore e di una immobilità sprezzante del pericolo,una immagine da neorealismo di cui sarebbe stato orgoglioso Rossellini ecco, lei ha battuto ogni record; e in poche ore è entrata di diritto nell’empireo degli umani che si trasfigurano in una maglietta; la sacra sindone della notorietà, prolungata dai vivi come tributo a coloro morti troppo presto per essere dimenticati e troppo tardi per non essere nessuno.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

Quella sua maglietta fina. (Le #magliette sono pericolose…)

berlusconi

I e le Papi girls devono stare molto attenti/e

 

 

Vi sembra normale che la professoressa d’inglese di un istituto per geometri di Caserta abbia ordinato a un allievo di togliersi la maglietta recante l’effigie del senatore Berlusconi? Già l’idea di obbligare qualcuno a spogliarsi davanti a Berlusconi, sia pure soltanto in effigie, appare irta di insidie. E poi la professoressa d’inglese (o di sovietico?) non si è limitata a costringere il piccolo fan a togliersi la t-shirt. Gliel’ha fatta indossare al rovescio, come se tenere il Sorrisone a contatto della pelle fosse meno urticante che sbatterlo in faccia alle professoresse del comunismo mondiale. L’insegnante d’inglese (o di nordcoreano?) si sarebbe comportata allo stesso modo se la maglietta avesse avuto il volto di Vasco Rossi o Che Guevara, per citare due popstar altrettanto note, anche se meno poliedriche? E non ci venga a dire, la prof d’inglese (o di cubano?), che indossare a scuola la maglietta di un politico significa fare propaganda. Berlusconi non è un politico. Berlusconi è un’idea. La sua foto sprizzante voglia di vivere e di fregare il prossimo rientra nel catalogo delle icone moderne come la Marilyn di Andy Warhol.

 

Il sopruso compiuto dalla docente d’inglese (o di tedesco dell’Est?) contraddice l’appello alla pacificazione lanciato dalle più alte cariche dello Stato. Quel ragazzo, che in realtà ha 82 anni e infatti è un giovane dirigente del Pd, indossava la maglietta di Berlusconi per dare il suo contributo al governo di larghe intese. Avergliela fatta togliere rivela il vero obiettivo di certe professoresse d’inglese: gettare questo Paese nel caos.

Massimo Gramellini per lastampa.it

nota di newsfromtshirts: non ci stancheremo di dire che le magliette sono armi. Armi improprie. Basta sbagliare maglietta e sei fregato. Come accadeva negli anni ’70 quando sbagliavi quartiere magari col giornale in tasca che non corrispondeva ai “gusti” di quella zona. Erano botte, bastonate; erano dolori. Ecco, con le magliette accade la medesima cosa se non si sta attenti. Indossi una maglietta con Berlusconi e ti rovini la giornata a scuola e finisci sui giornali. Indossi “Che Guevara” e rischi la vita. Indossi “Balotelli” e NON sei razzista. Indossi Valentino Rossi e sei ormai un perdente. Indossi Jovanotti e sei meno che pop. Sei banale. Attenzione dunque a questa arma che ti mette a rischio. Studiare il problema; la maglietta non scherza affatto…E anche Gramellini si è messo a studiare, finalmente.

(M.M.)

 

 

 

Street love therapy: i murales sulle tshirt. “La Street Art è verità, è futuro, è un modo di guardare con amore le cose che stanno intorno a noi”. #Fiorucci

t-shirt

Dal muro alla maglietta.

 

Parola di Elio Fiorucci. Lo stilista e designer milanese è approdato alla quinta edizione della manifestazione Arte Accessibile Milano con la mostra- evento dal titolo “Street Love Therapy. Moda arte design nel mondo: Elio Fiorucci”. In 33 pannelli la storia di oltre 40 anni di carriera e di incontri con i grandi dell’arte contemporanea: da Warhol a Haring, passando per Basquiat. Un percorso di immagini ma anche di oggetti vintage direttamente dalla collezione personale dello stilista: dalle manette di peluche utilizzate per una pubblicità che scandalizzò il mondo, agli occhiali pop in stile Studio 54, passando per una delle prime scarpe in plastica mai realizzate e per un telefono piumato rosa.

“Essere liberi, comodi, stare bene: è questa la nuova eleganza. La moda nasce in strada: la Street Art è un’espressione del mio stile – sottolinea Fiorucci – Ho iniziato ispirandomi alle cose che vedevo in giro camminando, agli abiti etnici. Lo stesso Andy Warhol sosteneva che la sua arte nascesse dai neon della Grande Mela “.

E l’elemento simbolo dello streetwear, si sa, è l’immancabile t-shirt , che è stata declinata dallo stilista in versione maxi per l’occasione. Su tre magliette di dimensioni monumentali (2,20 x 1,60 metri) hanno avuto campo libero, proprio come fossero pareti bianche da riempire, due tra i writer più celebri del panorama italiano e non solo: Gola e Teso.

“All’inizio eravamo un po’ preoccupati perché non avevamo mai utilizzato un supporto del genere – raccontano gli artisti – poi abbiamo capito che si tratta di una base innovativa e perfetta per il nostro lavoro: i colori si assorbono benissimo.

I due writer hanno graffitato anche diverse magliette “taglia convenzionale”. “Alcuni street artist sono costretti dal mercato a comprimere il loro estro su tela. Meglio creare piccole t-shirt, pezzi unici che vengono indossati e subiscono l’usura, proprio come accade in questo tipo di arte” precisa Raffaella Caruso, curatrice della mostra.

Gola e Teso si sono esibiti anche davanti al pubblico della manifestazione, creando un murales per reinterpretare il nano-icona della Love Therapy: lo gnomo della nuova avventura stilistica di Fiorucci è portatore di quei valori di gentilezza e rispetto che anche il nuovo modo di concepire la Street Art vuole veicolare.

GUARDA IL VIDEO 

T-shirt: http://www.magliettefresche.it

Fonte: Benedetta Bragadini per http://www.ilgiornale.it

 

I topless di Hans-Juergen Watzlawek . Perverso o artista? (O entrambi?)

Cosa avrebbe pensato Travis Bickle del suo collega berlinese? Meglio non saperlo…

Travis Bickle , il personaggio intepretato da Robert De Niro nel film Taxi Driver,  sta per essere offuscato dal taxista berlinese Hans-Juergen Watzlawek il quale, alla veneranda età di 67 anni si trasforma in artista (street-artist, vogliamo dire…) convincendo decine di donne a presentarsi a seno scoperto davanti ad uno sconosciuto, di notte, in un taxi.

C’è molta decadenza in questa storia che potrebbe essere affidata direttamente a Cronenberg per creare una pellicola dai toni acidi e molto “dark-sexy“. Del taxista, ad esempio, ci piacerebbe saperne di più. Ha sempre fatto questo mestiere? E’ imparentato ad Helmut Newton che sicuramente è rimasto affascinato da questa storia? E in che modo approccia le signore in taxi? . ” Le posso fotografare il seno signora?”. Oppure: ” fammi vedere le tette, bella”!  O, ancora: ” vuole accompagnarmi nella storia dell’Arte d’impulso?”. E si, perchè al di là di tutto anche Andy Warhol sarebbe felice di questa idea che un tempo sarebbe stata realizzata con una Polaroid (a chi sarebbe rimasta però l’unica, scottante copia a disposizione?). In tutti i casi, qui di seguito, una mini-galleria dei primi scatti trapelati (che vengono evidentemente rilasciati dalla Galleria che lancerà la mostra completa) con la distillante sapienza delle rock-star con i nuovi dischi o con l’accuratezza delle case di produzione con le scene scottanti dei nuovi film…Non manca, ovviamente, l’autoscatto del taxiartist. (O la foto è realizzata da una cliente/modella per restituire il “favore” ?).

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E comunque, dopo aver visto che Hans, aiutato dalla Rete, può solleticare con la sua idea, non solo gli innumerevoli voyeurs europei ( e perchè no anche di altri in-continenti) ma anche cineasti, fotografi e artisti, non possiamo che fargli i complimenti perchè -sempre stando a Warhol- e almeno per ora, il taxista berlinese ha trovato un modo originale e abbastanza unico ( a quando gli scatti dei membri maschili?)  per conquistare i suoi quindici minuti di notorietà; e se poi questi minuti si trasformassero in ore o giorni o anni, beh, allora vorrà dire che è nata una stella.

Ah, la mostra si terrà nella Galleria Casablanca di CHARLOTTENBURG a Berlino.(Anche questo nome è tutto un programma…)

t-shirt “De Niro-Taxi Driver”: www.magliettefresche.it

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

Brigitte Bardot e Gunter Sachs . All’asta il ritratto di un amore.

Brigitte, solo lei

 

In vendita la collezione privata del playboy morto un anno fa. Tra i pezzi, un Andy Warhol da 3-4 milioni di sterline.

Dalla foto di Avedon il capolavoro di Wharol

 

 L’uomo dei grandi gesti. Lo ricordano tutti così Gunter Sachs. Non a torto. Una volta, per conquistare la futura moglie – niente meno che Brigitte Bardot – lanciò da un elicottero una cascata di rose rosse nel giardino dell’attrice. In un’altra occasione organizzò (nel 1972) una mostra al suo amico Andy Warhol ad Amburgo, ma nessun’opera fu acquistata. Per non ferire Andy, comprò lui stesso la metà delle opere esposte. Facendo uno dei più grossi affari della sua vita. Ora, a un anno dalla morte (7 maggio 2011), la casa d’aste Sotheby’s mette in vendita la sua ricchissima collezione d’arte, che comprende trecento lotti con opere che spaziano dal Surrealismo al Nouveau Realism, dall’Art Decò al Design, dalla Pop Art al Graffitismo. L’intera raccolta è stimata intorno ai 20 milioni di sterline. Sachs era stato, oltre che fotografo e playboy, anche regista e studioso di astrologia. La madre era la figlia di Wilhelm von Opel, fondatore dell’omonima casa automobilistica. Il nucleo centrale della collezione, tra le più desiderabili mai apparse sul mercato, è rappresentato da maestri Pop come appunto Warhol, ma anche Tom Wesselmann e Roy Lichtenstein. Con opere acquistate tra la fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta direttamente dagli artisti o commissionati per il suo appartamento di St Moritz. Tra gli highlights di questo nucleo, “Flowers” di Andy Warhol, 121.9 x 121.9 cm – una delle sole sei opere realizzate in questo formato – del 1964-65 e acquistato nel 1979. Oggi è valutato 3-4 milioni di sterline. Stessa valutazione per il ritratto di BB realizzato nel 1974 sempre da Andy Warhol tratto da una nota fotografia del 1959 di Richard Avedon (anch’essa presente nella collezione). L’appuntamento per l’asta è a Londra il 22/23 maggio. Una data da segnare in agenda per i collezionisti di tutto il mondo. Obbligati a presentarsi in sala armati di portafoglio e molta grinta. Si prevedono infatti grandi battaglie a colpi di rilanci, specie su alcuni lotti.

t-shirt: www.magliettefresche.it

Fonte:  Paolo Manazza per Corriere.it

 

 

Lou Reed: io, Warhol e i miei settant’anni.

Rock Star (vera…)

NEW YORK – l divo del rock che camminava sul lato selvaggio della vita a settant’anni ha ancora gli incubi di un debuttante qualsiasi. “Mi trovo nel deserto: e ho dimenticato le scarpe. Sono sull’autobus: e ho dimenticato la chitarra. Finalmente arrivo al concerto: ed è già tutto finito. Ecco, questo è il più ricorrente”.
Ecco, questo è Lou Reed. L’ex ragazzo che a quattordici anni visse l’orrore dell’electroshock, per superare quelle che allora chiamavano “turbe omosessuali”, il 2 marzo ha compiuto settant’anni, ma la moglie Laurie Anderson (“L’artista più geniale che conosca: ma forse sono un po’ di parte”) ha dovuto organizzargli una festa a sorpresa per superare la ritrosia a festeggiare il Big Birthday. Una carriera lunga e provocatoria come il vero rock: dai Velvet Underground fondati da Andy Warhol ai Metallica snobbati dai critici, che lui solo poteva portare a reinterpretare insieme Lulu, il capolavoro espressionista di Frank Wedekind. “E i loro fan ora mi odiano” dice nell’ufficio-studio nel cuore del West Village, muri a vista e parquet (“Niente scarpe, please”), le chitarre in un angolo e il mega-iMac da 22 pollici nell’altro. “Pazzesco: mi odiano – devono avere il quoziente intellettuale di una sedia”.

Andrei a tutte le inaugurazioni anche di una toilette

Lou Reed ha settant’anni: e come si sente? “Fortunato. Non mi muovo con la sedia a rotelle e posso alzarmi da solo sulle mie gambe”.
Woody Allen dice che quando si guarda allo specchio rivede lo stesso ventenne. “Abbastanza vero: anche per me. Del resto l’Oscar per la sceneggiatura l’ha preso lui: lasciamogli la battuta”.
Segue il cinema? La sua prima e ultima volta in un film è stato Blue in the Face di Paul Auster: diciotto anni fa. “Veramente io volevo fare l’attore”.
E perché ha cambiato idea? “Perché ho sempre avuto una cattiva memoria. E non pensavo di essere bravo abbastanza. Così ho cominciato a scrivermi i miei monologhi in musica: piccole commedie con me come protagonista”. I Velvet Underground sembrano il frutto del matrimonio segreto tra  Bob Dylan e il marchese de Sade. Chi l’ha detto?. Richard Goldstein, lo storico reporter dei diritti gay, New York Magazine, 1967. Ma senta quest’altra: “Tre mesi prima di Sgt. Pepper’s, i Velvet Underground hanno chiuso il gap tra il rock e l’avanguardia”. E questo è Alex Ross, 2010, l’acclamatissimo critico del New Yorker. Quale definizione sceglie. “Non ci penso proprio. Paragoni e confronti non mi piacciono. Solo i giornalisti lo fanno. Ti danno i voti: come a scuola”.
Questa fama di non sopportare i giornalisti: ma non ha studiato giornalismo? Lo scrivono tutte le biografie… “Ho studiato scrittura. Regia”.
Niente giornalismo. “Appena un semestre: e ne ho avuto abbastanza. Ti insegnavano come esporre tutte le informazioni all’inizio dell’articolo. Dicevano: le opinioni tenetele per voi. Mollato subito. Ma non credo che la categoria abbia sentito la mia mancanza”.
Però lei col giornalismo, una volta famoso, ci ha comunque provato: è vero che una celebre rivista le rifiutò un articolo? “Come no: Rolling Stone. Volevano fare qualche correzione. E io: voi volete fare qualche correzione a me?”.
Magari qualche suggerimento. “Qualche suggerimento, certo: ma io non voglio suggerimenti. Dicono che ti correggono la grammatica e tutt’a un tratto suoni come chiunque altro. Quando Andy Warhol fondò Interview le interviste erano tutte piene di “Oh!”, “Uh!”, “Ah!”. Lui voleva che si scrivesse come la gente parla davvero”.
Andy Warhol è il suo eroe. “Io non ho eroi. Detto questo: un uomo incredibilmente grande. E che fortuna averlo incontrato. Terribile non avere intorno, oggi, uno del suo genio”.
Oggi abbiamo il digitale, internet, YouTube: tutto un altro mondo. “Mi devo ricordare di ripulire il mio profilo su Google: in questi giorni scattano le nuove regole della privacy. Ma non è incredibile? Voglio dire: io sono il primo a passare lì sopra tutto il tempo – ma che diritto hanno di conservare i miei dati? Oppure YouTube: ormai tutto è su YouTube. Interviste di cinquant’anni fa, che avresti voluto bruciare, dove sei al peggio di te: Dio mio!”.
Le fa paura? “Guardate Amy Winehouse: così giovane e perseguitata fino alla morte dalla stampa. Senza scampo”.
Accusa i media della sua morte. “Oh yes. Voglio dire: non aveva scampo. Tutta quella attenzione su di sé. Sei lì che vomiti, e c’è subito una bella foto in rete di te che vomiti. Buona fortuna”.
Ma non è piuttosto il frutto dell’ideologia del rock maledetto? “Forse sono destinato a morire giovane: in fondo tutti i grandi cantanti di blues sono morti giovani”. Lo scriveva Lou Reed: nel 1970. “L’ho scritto io? Ah sì, dopo la morte di Brian Jones dei Rolling Stones. Ma che dicevo? Non lo ricordo più”.
Che viene un momento nella vita di ogni rocker in cui la pressione del pubblico ti costringe a rispondere alle aspettative create dalla maschera. “Nessuno dovrebbe rispondere alle aspettative di nessuno. E poi: ma quali pressioni? E allora chi lavora in miniera? Respiri tutta quella merda, paga orribile. Altro che aspettative: riempito di botte a morte – come un cane. Mentre i signori di Wall Street vengono salvati dal governo e ti fottono tutto quello che possono. A proposito: dov’è finito il nostro uomo? Barack Obama…”.
Deluso? “Mi piace pensare che si tenga le ali ben strette per ottenere un secondo mandato. Ma avete visto l’opposizione? Rick Santooooorum? Oh my God: that’s fantastic. Se fossi uno di quei paranoici direi che Obama ha organizzato il tutto per farsi rieleggere. Però finora dov’è stato? Un giorno dà un discorso davanti alla statua di Martin Luther King: ma Martin Luther King quel giorno sarebbe stato con i ragazzi di Occupy Wall Street. È per quello che l’abbiamo eletto. E invece no: Obama missing in action. Disperso in battaglia”.
Quando gli chiedono della rivoluzione anni ’60, Ralph Metzer, il professore che con Timothy Leary diede il là alla cultura psichedelica, oggi dice: “Ma quale rivoluzione. Gli anni ’60 sono stati solo un pallido assaggio di quello a cui stiamo assistendo adesso”. “Per forza. Oggi è l’intero mondo a bruciare. Guardate in Siria. In Egitto è ancora tutto all’aria. E che succederà con l’Iran? Ha diritto ad avere l’atomica? Ok, saranno dei pazzi fottuti – e probabilmente davvero pensano che sia una bellezza mandare all’aria il mondo intero. Io non lo so: spetta a menti più eccelse della mia. E la Siria? Perché questo tizio non prende e se ne va? Ecco, questi sono tutti i soldi che vuoi, ma prendi la tua bella moglie-trofeo e sparisci. Ma spetta poi a noi continuare a fare i poliziotti del mondo? Lasceremo fare agli israeliani?”.
Lei che ne pensa? “Dice un mio amico che dovremmo prendere Israele e trasferirlo nello Utah: adesso basta, ragazzi, fuori da qui. Insomma: è terribile quello che succede con i palestinesi”.
Sta dicendo cose molto discutibili e politicamente scorrette: Israele è un paese sotto minaccia. E poi, scusi, lei non è ebreo? “Ebreo di origine russo-polacca. Mi considero democratico senza confini”.
Ha detto: “Vorrei realizzare nella mia musica il Grande Romanzo Americano”. “Ogni disco è un capitolo”.
Molti ambientati a New York. “Non sono mica Gore Vidal, seduto nella sua bella villa italiana a scrivere dell’Italia”.
E com’è cambiata la sua New York dai tempi in cui cominciò? “Dovremmo andare avanti a parlarne per cinque giorni… Molto gentrificata, tutti giovani professionisti. Gli artisti non possono viverci più. Molto molto molto molto molto molto molto molto più cara. La gente si sposta a Brooklyn e anche Brooklyn è ormai cara”.
Lei è nato a Brooklyn: le manca? “Mi mancano così tante cose”.
“Penso che la vita sia troppo breve per concentrarsi sul passato. Io guardo piuttosto al futuro”: Lou Reed, 1988. Che cosa vede nel futuro ? “È vero: non mi interessa rivangare il passato. Preferisco il presente”.
Sì, ma il futuro? “Vivo nel presente: o almeno cerco di. E poi: quale futuro? Per carità: adesso non voglio fare filosofia spiccia. Sono solo un musicista di rock’n’roll”.
Forse qualcosa in più. “Diciamo che ho mandato avanti anche un altro paio di cosette”.
Soddisfatto? “Mai saputo cosa voglia dire”.
“Sarebbe divertente avere un bambino da portare in giro”: così cantava in New York, 1989. Le manca un figlio? “Sarebbe davvero divertente: ma non ne ho. Lì mi divertivo a immaginarlo. La parola chiave è: sarebbe”. Solo fantasie. “Ma chi l’avrebbe detto, per esempio, che uno come me avrebbe dovuto avere un ufficio? Ho fatto di tutto nella mia vita per non finire in un ufficio: poi alla fine hai bisogno di un posto dove portare avanti tutte le tue cose ed eccomi qua. In un ufficio. Naturalmente è in un palazzone di artisti: e non mi ci trovo poi così male”.
Una rockstar in ufficio. “Ma io dormivo sui treni, nelle lobby degli hotel, c’erano le sale dei cinema che restavano aperte tutta la notte:  tanti non avevano dove andare a dormire”.
“La celebrità esige ogni tipo di eccesso”. È l’inizio di Great Jones Street, il romanzo del rock di Don DeLillo. Ed è il 1973: un anno dopo la sua Walk on the Wild Side, la canzone-simbolo di una vita tutta sesso, droga e rock’n’roll. “La celebrità non richiede un bel niente. E ciò che fai della tua vita e del tuo corpo dipende solo da te. Nessuno ti ha chiesto nulla. E non c’è nessuna clausola da rispettare nel contratto”.
Mai sentito schiacciato dalla celebrità? “Ripeto: la vera pressione la senti in miniera. Avere a che fare con queste stronzate della celebrità non è pressione: è un gioco”.
Rimpianti? “Nessuno”.
Niente da recriminare? “C’è questo bellissimo rotolo giapponese di quattro secoli fa. Mostra uno scheletro seduto nella posizione del fior di loto che cerca di ottenere un buon karma: dopo una vita vissuta pericolosamente. L’ho mostrato a Laurie che me ne ha fatto una copia: bellissima. Ma avete presente? Uno scheletro che cerca la posizione per avere un buon karma: forse un po’ troppo tardi, no?”.

Fonte: ANGELO AQUARO per Repubblica.it

T-shirt: http://www.magliettefresche.com

La lotta dei modelli in vetrina: “Anche il nostro è un lavoro”.

Tutta questa vicenda è in pieno stile warholiano

Tutti in vetrina, con il cartello “Anche fare il modello è un lavoro”. La vetrina è quella della Coin, nella centralissima piazza Cinque Giornate, una delle mete dello shopping più gettonate. Fuori l´afa incombe ma la gente si ferma a guardare lo show di quei ragazzi in bermuda e quattro ragazze rispettivamente in bikini, short e minigonne, che inalberano i cartelli in difesa del loro lavoro. Così i ‘giovani manichini viventi’ di diverse nazionalità (ci sono anche brasiliani e polacchi) hanno risposto alla polemica lanciata dalla Cgil contro l´iniziativa della Coin di mettere in vetrina ragazzi e ragazze, in costume da bagno, per promuovere speciali prodotti da spiaggia, come il telo mare con amplificatore di iPod incorporato.

I modelli in vetrina

«No alla mercificazione dei giovani» aveva denunciato l´altro giorno la Cgil che in un nota contestava l´operazione fatta dalla Coin, precisando che l´obiettivo era «difendere il decoro dei lavoratori e l´intelligenza dei clienti». Il documento aveva la doppia firma della Filcams Cgil e la Camera del lavoro (con sede a due passi dalla vetrina dello scandalo). Dopo le polemiche sembrava che lo show fosse stato cancellato. Invece, no. I modelli sono tornati, con i cartelli di protesta. «Non c´era motivo per rinunciare all´iniziativa – spiega Francesco Sama, il direttore generale di Coin – l´abbigliamento dei ragazzi non era sconveniente. Il pudore e la decenza sono sempre stati rispettati. E poi la vetrina di un department store è il medium per eccellenza. Abbiamo ospitato anche artisti».

I ragazzi da parte loro, hanno scelto come portavoce Matteo Cupelli, 19 anni, abruzzese di Teramo, “uno dei cento più bei ragazzi d´Italia”. «Altro che umiliazione, questo è un lavoro che ci gratifica, pagato regolarmente. Sono 50 euro netti, per cinque ore. E poi meglio qui che fare il muratore». Lui stava in vetrina e fuori, sul marciapiede c´era Graziella Carneri, il segretario generale della Filcams, pronta a replicare. «Non credo proprio che questi cartelli siano frutto dell´iniziativa dei ragazzi. Magari fossero così bravi ad organizzarsi. Dietro c´è lo zampino dell´azienda. La denuncia era doverosa. C´è un limite a tutto. Da tempo, ci stiamo battendo per un uso differente dell´immagine della donna nella pubblicità».

E nonostante la polemica della Cgil non sia stata ben accolta sui blog dei giovani, Graziella Carneri non demorde: «Non siamo bacchettoni. Sappiamo benissimo che in altri store i commessi accolgono i clienti a torace nudo ma un´opera di sensibilizzazione va fatta. C´è modo e modo di fare il modello. Un conto è una sfilata, altro è stare in vetrina, alla stregua di un oggetto». E mentre la polemica imperversa, i ragazzi fanno il loro lavoro: sorridono e sono pronti a fare foto di gruppo con i passanti che li invitano a mettersi in posa.

«Sono così carini…» dice una giovane mamma, mentre un´altra seccata, aggiunge «Vorrei vedere se ci fosse sua figlia in quella vetrina!». Oggi lo show si ripete. I modelli saranno lì tutto il pomeriggio per promuovere i prodotti di Hi-Fun, firmati da Guido, il figlio dell´imprenditore Giorgio Falck e dell´attrice Rosanna Schiaffino.

Maglietta: www.maglietterfresche.it  (in tutti i Coin d’Italia)

Fonte: Repubblica.it

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