Archive for the ‘ Solidarietà ’ Category

Marni for H&M per il Giappone.Iniziativa charity.

Naif, come sono i giapponesi...

 

A fine novembre è stata annunciata la prossima incursione nel mondo del lusso di H&M: l’8 marzo 2012 approderà negli store della catena fast fashion la capsule collection realizzata da Consuelo Castiglioni di Marni.

Solo pochi giorni fa, invece, è stata annunciata un’interessante iniziativa charity collegata alla linea Marni for H.

Si tratta di una t-shirt unisex, la cui vendita –esattamente il 25% del ricavato– servirà per raccogliere fondi in favore della Croce Rossa giapponese per le vittime del terremoto e dello tsunami che si è abbattuto sul Giappone nel marzo scorso.

Fonte: http://www.luxgallery.it/

Chador addio.

Il nuovo volto delle donne iraniane?

 

Chador addio. Al suo posto cappotti sbottonati che mettono in mostra il corpo e hijab dai colori sgargianti che coprono a malapena il capo. Le donne iraniane già gridano alla ‘rivoluzione’, per gli analisti è un’operazione per catturare qualche voto del ceto medio in vista delle prossime elezioni. Ma tutti concordano: la linea di moda ‘all’Occidentale’ approvata dal governo di Teheran cambierà il modo di vestire nella Repubblica Islamica.

Una ‘svolta-fashion’, quella voluta dal governo, che riflette lo scontro in atto tra il clero ultraconservatore e l’ala ‘laicista’ vicina al presidente Mahmoud Ahmadinejad, che viene accusata di deviazionismo e di voler rifondare i valori di riferimento del Paese. Madri e figlie intanto guardano entusiaste gli abiti di velluto e le sciarpe indossate dai manichini nella ‘fashion-show’ organizzata dal ministero della Cultura e della Guida Islamica. Tra le giacche dai colori accesi, il chador nero, l’austero abito tradizionale che copre le donne iraniane fino ai piedi, sembra solo un lontano ricordo.

«La adoro» spiega Shoukoufeh Arabpour, studentessa di fashion design, riferendosi a una mantella di velluto blu tagliata sopra il ginocchio, lontana un abisso dall’abito nero che l’avvolge. Intorno a lei oltre 100 modelli in competizione per il premio di miglior abito ‘islamico’. «Purtroppo – commenta la ragazza, 23 anni, al ‘Washington Post’, – in confronto alle altre Nazioni, non possiamo indossare i vestiti che ci piacciono».

La linea di moda lanciata dal governo non trasformerà di certo le vie di Teheran in una sfilata di aspiranti Lady Gaga, ma ha l’obiettivo di regolare il codice di abbigliamento femminile, ritenuto una giungla inestricabile. Malgrado le leggi in vigore e i tentativi degli ultraconservatori di renderle più severe, sempre più ragazze indossano abiti occidentali e arrivano perfino a tingersi di biondo platino, giocando sul sottile filo di ciò che è lecito e ciò che non lo è. Un comportamento biasimato dagli ayatollah che chiedono di rispettare le norme etiche e che può portare anche all’arresto. Lo sanno bene centinaie di ragazze che ogni anno vengono incarcerate per avere l’hijab fuori posto o per non aver obbedito al codice di abbigliamento.

La linea approvata dal governo si pone proprio l’obiettivo di conciliare moda e tradizione, permettendo alle donne di indossare abiti simili a quelli che si vedono nelle vetrine delle capitali occidentali a patto che siano in conformità con i valori fondamentali della Repubblica Islamica. Zahra Ranjbar è l’organizzatrice della ‘fashion show’ e spiega gli scopi dell’iniziativa voluta dal governo. «Vogliamo mettere dei codici sugli abiti approvati ufficialmente dal governo e fornire un permesso scritto alle donne che decideranno di indossarli in modo da impedire che siano arrestate», sottolinea la Ranjbar. «Stiamo facendo questo per la gente, per proteggerla», aggiunge.

Intanto, proprio oggi, le autorità hanno annunciato che manderanno in tv uno spot per reclamizzare 32 modelli di chador. Secondo Parvin Salihi, consigliere della Tv di Stato iraniana, si tratta di modelli disegnati da stilisti iraniani con l’obiettivo di re-islamizzare la società, in accordo con la moda che seguono le più giovani. Le aperture sul codice di abbigliamento riflettono le trasformazioni in corso nella società iraniana, composta per il 70% da giovani under 35.

Sempre più donne, anche quelle filo-conservatrici, oggi guardano su internet video e film occidentali, postano i loro messaggi su Facebook e, nel caso possano permetterselo, trascorrono le loro vacanza sulle spiagge turche o di Dubai. Sono abituate quindi a un certo modello di vita e non vogliono rinunciarvi anche a costo di rischiare il carcere.

Per gli osservatori, la querelle sulla linea di moda del governo sembra invece aprire un nuovo capitolo dello scontro ai vertici della Repubblica Islamica tra Ahmadinejad e la Guida Suprema Khamenei, sostenuto dai ‘falchi dello schieramento ultraconservatore che accusano il presidente e il suo entourage di ‘deviare dai valori fondamentali alla base del sistema politico-religioso dell’Iran. Sullo sfondo la lotta già aperta per le elezioni parlamentari di marzo, vero banco di prova dei rapporti di forza nel campo conservatore in visto della ‘battaglia per la presidenza dell’anno successivo.

 Fonte:“Leggo.it”

Da Bergamo la civetta Molla fa impazzire il web.E’ una civetta allevata dai Falconieri delle Orobie a Villa d’Adda, comune del Bergamasco. Naturalmente, su Facebook impazza la pagina dedicata a lei. Il video spopola on line.

La civetta la sa lunga...

 

Sette milioni di clic su Youtube in due settimane. In Rete è nata una stella: si chiama Molla. E’ una civetta allevata dai Falconieri delle Orobie a Villa d’Adda, comune del Bergamasco. Naturalmente, su Facebook impazza la pagina dedicata alla Lovely Owl, l’adorabile civetta, così s’intitola il video girato quasi per caso, durante una manifestazione dei Falconieri.

L’autore del video è Giuseppe Pantano Arnone, 32 anni, agrigentino, residente in provincia di Monza, art director di un’agenzia pubblicitaria brianzola. Giuseppe ha ripreso Molla accarezzata da Martina, 12 anni, figlia di Massimo Iona, leader del Gruppo Falconieri.

Le immagini della civetta rimbalzano di sito, di tweet in tweet e il successo planetario è assicurato. Lovely Owl finisce sul sito della Bild, sui giornali del Canada e della Nuova Zelanda. “Questo video è un trampolino di lancio per la falconeria e ne siamo immensamente felici – ha osservato Iona – Pochi sanno che questa antica arte è considerata patrimonio dell’umanità dall’Unesco”.

maglietta: www.magliettefresche.it

Fonte: http://qn.quotidiano.net

 

Myanmar, Aung San Suu Kyi potrà candidarsi alle prossime elezioni.

Aung sulla t-shirt reperibile al Festival del Cinema di Roma in corso in questi giorni.

L’icona dell’opposizione in corsa
dopo il carcere e l’allontamento
dagli incarichi politici: secondo
gli osservatori la giunta militare
lo farebbe solo per legittimarsi

Con i suoi seguaci...

 Aung San Suu Kyi, icona e leader dell’opposizione in Myanmar, potrà candidarsi alle prossime elezioni dopo che il suo partito l’ha reinserita nelle liste elettorali. Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, era stata interdetta dagli incarichi politici e incarcerata dalla giunta militare. Un portavoce del National League Democracy citato dalla Reuters ha spiegato che la sessantaseienne ha avuto l’appoggio del comitato centrale del partito. Secondo gli osservatori internazionali, però, le riforme annunciate dal regime, compresa la liberazione di oltre duecento prigionieri politici, sarebbero un tentativo di legittimarsi di fronte alla comunità internazionale, in particolare con l’Asean, l’associazione degli stati dell’Asia del Sud.
 

La scelta terribile di Aung San Suu Kyi. Besson: “Icona di amore infinito”.

Besson "indossa" Shepard Fairey...

 

“Le offriamo la libertà di decidere: la lasciamo partire immediatamente per l’Inghilterra, lì potrà ricongiungersi con suo marito e i suoi figli”, dice uno dei grigi, orrendi ufficiali dell’esercito birmano. E lei, la straordinaria Aung San Suu Kyi interpretata dalla diva cinese-malese Michelle Yeoh, risponde con veemenza: “Ma se me ne vado voi non mi farete mai più tornare qui… Che libertà è quella che mi costringe a scegliere tra il mio Paese e la mia famiglia?”.

"The Lady" Aung nella interpretazione di Cristiano Cascelli.

 

E’ in questa sequenza il cuore autentico di The Lady, il film diretto da Luc Besson che apre la sesta edizione del Festival di Roma. Un’opera che è, e vuole essere, un omaggio a una grandissima figura di donna: l’attivista rimasta agli arresti domiciliari per quasi 15 anni a Rangoon, premio Nobel per la pace 1991, simbolo di tutte le lotte non violente dei popoli oppressi. Questa sera, alla proiezione ufficiale della pellicola, viene letto un  messaggio inviato proprio da Aung San Suu Kyi: “Ciò che conduce l’uomo ad osare e soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali: verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere”. Queste le sue parole. A inaugurare una manifestazione che fa delle presenze femminili il suo fiore all’occhiello.

VIDEO Il trailer di “The Lady”

Ma non ci c’è solo la storica battaglia per i diritti umani. Lo spiega oggi il regista, incontrando i cronisti: “Non mi interessava esplorare tanto gli aspetti politici, quanto la dimensione umana del personaggio. All’inizio, mentre la studiavo, devo dire che quasi non mi era simpatica. Anche se questa pellicola l’abbiamo fatta per aiutare la sua causa. Alla fine, però, ho compreso profondamente l’amore infinito di questa donna, per le persone che le erano più care. La nostra storia ruota tutta intorno al seguente quesito: come ha poturo prendere quella decisione, scegliere la la famiglia e il suo Paese? Una cosa non tanto diversa da quanto accaduto a molti nostri nonni, partigiani che si allontanarono da casa per combattere per la nostra libertà”.

Quella della protagonista, insomma, è – parafrasando un celebre vecchio film con Meryl Streep – una sorta di “La scelta di Aung Suu Kyi”. La pellicola segue le vicende della nostra eroina tra il 1988 e il 2007. Tutto comincia quando da Oxford,  dove vive col marito inglese (l’attore David Thewlis) e due figli, lei torna a Rangoon perché la mamma ha avuto un ictus. E da lì non si muoverà più: perché a Suu – figlia di un generale dell’esercito divenuto martire nel 1942 per un colpo di mano dei militari – la sua gente guarda come a un punto di riferimento. Avvengono bagni di sangue, persecuzioni. Poi i lunghi arresti domiciliari, l’isolamento completo. Ai familiari viene impedito di andarla a trovare, e lei sa che se parte per andarli a trovare gli impedirebbero di tornare in Birmania. E il suo popolo perderebbe la sua guida morale. Da qui lo strazio di non potere nemmeno dire addio al marito morente…

Un film che la vera Suu non ha potuto vedere, anche se – come ricordano Besson e la Yeoh – uno dei figli, che loro hanno incontrato, lo ha visto proprio un paio di giorni fa: “Ci ha detto che lo ha trovato bello – racconta il regista – quanto a sua madre, ovviamente non l’abbiamo incontrata, trattare con rispetto una persona vivente, ma che non abbiamo conosciuto di persona, è stata la nostra sfida più grande”. “Interpretare una figura del genere è stato un impegno enorme – dice la protagonista Michelle, in miniabuto scuro rigato, accompagnata fin dentro la sala Sinopoli dell’Auditorium dal marito Jean Todt – non dovevo imitarla, anche se ho studiato il birmano e perso cinque chili per poterle assomigliare, ma interpretarla. Mi sono concentrata sul fatto che è una persona che si esprime con gli sguardi più che con le parole. Questo film è un atto d’amore verso di lei”. Anche la Yeoh poi sottolinea il dilemma della scelta che il suo personaggio è stata costretta a compiere: “Il suo dramma mi ha fatto comprendere il significato dell’amore vero. Il senso di sacrificio, la passione, l’impegno, l’ho imparato da lei. Dopo aver girato sono diventata una persona migliore: vi invito anche a sostenere Useyourfreedom, il nostro sito per la causa della libertà birmana”.

Perché in quel Paese lontano, chiuso e misterioso, la democrazia è ancora lontana. Anche per la stessa Aung San Suu Kyi: “La sua è una libertà molto limitata – conclude Besson – non può espatriare perché altrimenti non la farebbero tornare, non  può tenere riunioni politiche. Credo che una nomination agli Oscar potrebbe aiutare ad accendere di nuovo i riflettori su di lei. Spero che un giorno diventerà presidente o primo ministro. Anche perché, al contrario di fenomeni recenti come la primavera araba o la Libia che hanno comportato spargimenti di sangue, la sua vittoria insegnerebbe noi tutti che la democrazia si può ottenere con la non violenza”.

Fonte: CLAUDIA MORGOGLIONE per Repubblica.it

Ci piace ricordarlo così il grande Sic.

Che forte che era!

 
Marco Simoncelli indossando la nuovissima T-shirt Dedikato 2011, che richiama nella colorazione la maglietta celebrativa realizzata nel 2001 per il pilota giapponese Daijiro Kato in occasione della vittoria del campionato modiale di motociclismo, ha voluto sostenere la campagna di beneficenza per la vendita delle magliette il cui incasso, così come negli anni precedenti, sarà interamente devoluto a favore della Fondazione per a ricerca sulla Fibrosi Cistica presieduta da Matteo Marzotto.

Come ormai da tradizione la grafica dell’esclusiva T-shirt è stata firmata dal designer dei motociclisti, Aldo Drudi ed è in vendita a soli 10 euro nell’Info Point Misano Eventi di via dei Platani 23 -si legge in una nota ufficiale-.

(Era il 25 agosto di quest’anno..)

Breaking News: schiaffo al figlio nelle vie di Stoccolma. Arrestato un consigliere di Canosa.

Magari era solo un "allegro" schiaffetto....

Come una piacevole vacanza con la famiglia, nella bella Stoccolma, si può trasformare in un soggiorno forzato. A raccontarlo potrà essere Giovanni Colasante, 46 enne consigliere comunale di Canosa di Puglia, centro a pochi chilometri da Andria. Per lui fatale è stato uno schiaffo diretto al figlio 12 enne motivato da un rimprovero tra le strade della capitale svedese. Un gesto non consentito dall’ordinamento locale che ha causato l’arresto dell’uomo poi trasformato in obbligo di firma fino al giorno del giudizio (previsto il 6 settembre). Resta a Stoccolma anche la moglie, mentre il figlio è dovuto tornare a casa assieme al resto della compagnia vacanziera.

LA SANZIONE – In Svezia non è tollerato usare anche forme lievi di violenza contro i figli. È un reato grave che corrisponde al maltrattamento. L’uomo, martedì scorso, è stato ammanettato, denunciato dalle autorità locali e tenuto in carcere per tre giorni. Per questo ha dovuto rinunciare alla gita in nave tra i fiordi prevista per il giorno successivo, in attesa del giudizio. La famiglia si è stretta nel massimo riserbo, ma nella città pugliese qualcuno ha diffuso la notizia e si è subito sparsa la voce. Ora si aspetta la decisione definitiva del giudice svedese.

Fonte: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it

 

nota di newsfromtshirts:  e vai…questa storia ci ricorda un pò la poesia di Prevert in cui i pesci sono felici nel giorno della crocefissione memori della pesca miracolosa…

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