La tempesta in arrivo, chiamata #Streetart, vista nel 1973 da Norman Mailer. Anteprima esclusiva. Alle origini del fenomeno #Graffiti.

Norman Mailer

La copertina della prima ristampa del libro dal 1974.

 

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

 

(…) Visto che la metafora della vita vegetale si era infiltrata in tutta la sua trattazione dei graffiti (quasi che detta metafora reclamasse un suo diritto nei confronti di parte della giungla), A-I si recò con un certo qual profitto al Museum of Modern Art, perché lì ebbe conferma del concetto di carattere botanico col quale aveva esordito: che se i graffiti della metropolitana non fossero mai esistiti, qualche artista avrebbe ritenuto necessario inventarli, dato che si trovavano all’interno di quella catena evolutiva. Essendo la pittura moderna sempre disponibile a essere descritta quale entropia delle forme rappresentative, si potrebbe anche supporre che gli artisti abbiano rinunciato alla terza dimensione della prospettiva spaziale al fine di guadagnare la possibilità di una visione della quarta, cosa che nel peggiore degli stati d’animo sarebbe anche un modo di poter affermare che l’arte era rotolata lungo una linea di caduta da Cézanne a Frank Stella, da Gauguin a Mathieu. Su una mappa del genere, i graffiti della metropolitana rappresentavano un delta alluvionale, l’imboccatura incrostata di fango di un centinaio di corsi d’acqua pittorici. Se l’obiezione, ovvia, era che si potevano anche intervistare migliaia di neri e portoricani che si precipitavano a scrivere il loro nome senza aver mai avuto in mente, e addirittura aver mai visto, un dipinto di arte moderna, la risposta, senz’altro meno ovvia, era che le piante parlano con le piante. Parente dei graffiti, una forma potrebbe parlare a un’altra forma attraverso l’aria: una rosa dai petali straordinari che cresce su una sponda di un fiume della giungla potrebbe sentirsi in grado di ispirare analoghi petali in un’altra rosa, situata in alto, sui precipizi al limitare della giungla, troppo in alto perché il polline riesca a salirvi. Non abbiamo neanche incominciato a comprendere il potere telepatico delle cose.

Il famoso Backster-delle-piante una notte attacca gli elettrodi del suo poligrafo a una pianta di filodendro e si domanda, sull’onda di quell’impulso trasmesso, in che modo poter testare il vegetale alla ricerca di qualche reazione emotiva. Pensa di bruciarne una foglia. Di colpo il poligrafo registra un’intensa agitazione emotiva: all’interno del filodendro, a un pensiero tanto orrendo, scorre una corrente (quando Backster effettivamente brucia la foglia il poligrafo invece non registra praticamente nulla: a quel punto la pianta è insensibile. La sensibilità sembra essere la sua vita, la sofferenza un’astensione dalla vita stessa). Secondo la nuova, forse inaudita musica dell’esperimento, le piante devono essere una sorta di apparecchio radio naturale (e, in effetti, cosa ci ha insegnato Picasso, se non che ogni forma propone un suo tipo di urlo, quando viene ferita?) La radio allora altro non è che una protesi della comunicazione, laddove le piante parlano con altre piante, e sono a conoscenza della morte di un animale dall’altra parte della collina. Alcuni artisti potrebbero persino giurare di averlo saputo da sempre, perché si considererebbero come degli stimolanti che iniettano percezioni nelle vene di questo o di quel fiume sotterraneo della visione cieca del secolo (e, come un drogato, il secolo va verso l’apatia per via dell’iper-intensità delle sue iniezioni?)

Al che, se si tocca l’argomento di quel che potrebbe influenzare i writers di graffiti, non si è pertanto obbligati a parlare soltanto di insegne al neon, decalcomanie su auto personalizzate e fumetti, produzioni televisive e l’ego massiccio della TV – quella “nave dello Stato” contemporanea, col suo chiacchiericcio e sfarfallio – si ha il diritto più che legittimo di ritenere che i ragazzi senza volerlo siano stati arricchiti da qualunque tipo di arte che offra allo sguardo una somiglianza familiare con i graffiti. Il che ci permetterebbe di parlare di Jackson Pollock e del graffito astratto delle sue confluenze e diramazioni, della drammatizzazione operata da Stuart Davis, dei caratteri in quanto presenza che cresce di dimensioni e si gonfia, potremmo addirittura includere Memoria in Aeternum di Hans Hoffman, in cui quei rettangoli rossi e gialli galleggiano come enunciazioni di un nome sulle sottostanti, indistinte spruzzate di colore, o la La danza blu e verde di Matisse (in cui gli arti si avvinghiano uno all’altro come le grafie a edera dei graffiti di New York). Si potrebbe anche far riferimento a qualsiasi opera che parli di emozioni da ghetto, ovunque, all’Eco di un grido di Siqueiros, alla Notte stellata di Van Gogh. Se le storie famigliari delle famiglie più incasinate hanno tutte il caos da bidone della pattumiera della Donna di de Kooning, non c’è da stupirsi che i writer della metropolitana fossero orgogliosi dello stile e dell’éclat – come detto, “hai una scrittura incasinata” era l’espressione di una stroncatura definitiva.

unplug, magliette

Con i graffiti nascono piccoli capolavori tessili.

Pensandoci bene, però, non è che il vecchio A-I stesse tentando di insaporire con un po’ di salsa la distribuzione dell’arte dai musei alle masse, tramite i media, contrabbandare un po’ di antiquato compatimento su come i figli della sotterranea potessero anche non aver mai visto Memoria in Aeternum in cima allo scalone del MOMA, ma il dipinto gli era comunque filtrato attraverso il tramite degli imitatori di Hoffman e della sua influenza non riconosciuta ufficialmente sugli artisti della pubblicità che lavoravano per strutture? Ma che grande stronzata! Diciamo piuttosto che l’arte ha generato arte, e le migrazioni non c’entravano. Perché se le piante fossero telepatiche gli umani vivrebbero in un mare psichico in cui ogni forma d’arte passerebbe anche attraverso il mercato del sognatore nel suo sonno, e ogni parte della società parlerebbe con tutte le altre, anche se solo con un’imprecazione. Una volta Lyndon Johnson tenne un discorso sulla “grande società”, e i ghetti di New York gli risposero, ego davanti a ego, con la loro grandezza, che qualche anno dopo incominciarono a stendere sui muri. (…)

The Faith on Graffiti, una esclusiva Newsfromtshirts

T-shirt: http://www.magliettefresche.com

 

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