Norman Mailer, “La fede nei graffiti” un altro brano. Alle origini delle gesta di #Banksy a #Newyork

jon naar

Eccole, le facce, dei “padri” del grafitismo. I primi streetartists. Ognuno mostra il proprio nome/tag. Un capolavoro, col senno di poi.

Un paio di aneddoti:

Il primo è una storiella ebraica. Forse la storiella ebraica. Due nonne si incontrano. Una delle due sta spingendo una carrozzella. “Oh,” fa l’altra, “che splendida nipotina…” “E questo è niente,” ribatte la prima, cercando il portafogli. “Aspetti di vedere il suo ritratto!”

Il secondo sembrerebbe apocrifo. Willem de Kooning regala un disegno a pastello a Robert Rauschenberg, il quale se lo porta a casa e immediatamente lo cancella con la gomma. Dopodiché mette la firma sulla cancellatura e va a venderselo. Forse quello che Rauschenberg vuole dirci è: “L’artista ha lo stesso diritto di stampare denaro del finanziere?” Già, in questo caso Rauschenberg ci offre poca arte, ma un grande insegnamento. La certificazione di autenticità impressa sullo spazio vuoto è denaro. E l’Io è capitale convertibile in moneta, attraverso l’utilizzo del nome. Ah, i legami inesplorati tra produzione e distribuzione all’interno dell’economia psichica dell’Io! Nell’arco di sei secoli e mezzo siamo passati dalla scoperta dell’umanità alla diffusione del nome, progredendo da una relazione profonda e primitiva con la paura, talmente assoluta che un tempo la pittura se ne restava appiattita nel campo delle due dimensioni (quasi che l’occhio dell’uomo medievale non fosse ancora pronto a lasciarsi andare). Poi l’arte ebbe l’ardire di elevarsi fino alla liberazione rinascimentale dall’ansia, che sciolse l’attitudine pittorica e le permise di addentrarsi nella prospettiva spaziale di volume e profondità. Oggi, con i graffiti, facciamo ritorno nella prigione delle due dimensioni. O è la mono-dimensionalità del nome, la forma-arte che urla attraverso lo spazio di un’unilineare linea della sotterranea?

graffiti

Si inizia così…

C’è un po’ di tutto questo nella mente del nostro Detective Estetico, mentre se ne sta seduto in una stanza sulla West 161 a Washington Heights, a chiacchierare con CAY 161 e JUNIOR 161 e LI’L FLAME e LURK. Parlano del nome. Il Detective Estetico ha acconsentito a scrivere il testo per un libro illustrato sui graffiti a opera di Mervyn Kurlanski e Jon Naar, ha acconsentito nel momento stesso (in una camera d’albergo a Los Angeles) in cui l’ha visto – presentazione per il tramite di Lawrence Schiller – le meravigliose fotografie e le sue riflessioni sull’argomento, ancora inesplorate, si accavallano l’una all’altra. Ha una traccia. Maigret nel momento in cui sta risolvendo un enigma per Simenon, o Proust con il sapore di madeleine ancora sulle labbra, difficilmente potrebbero essere più felici. In queste immagini c’è qualcosa da scoprire, pensa A-I, un processo cui non sa ancora dare un nome, non del tutto. Tutto l’edonismo intellettuale insito in un tema così sfuggente è lì, steso davanti a lui. Per cui sì, accetta. E qualche settimana dopo scoprirà che al suo libro è già stato dato un titolo, Guardare il mio nome che scorre. E dovrà spiegare, alle orecchie dei suoi collaboratori, afflitti ma piuttosto comprensivi, che uno scrittore ha bisogno di un titolo che sia suo: è un po’ come l’utensile che si costruisce per creare gli altri utensili con cui poi si costruirà una casa. Anche se il titolo è l’ultimo a venire.

Poi c’è un motivo di carattere pratico. Certi uomini di lettere non possono permettersi titoli come Guardare il mio nome che scorre. Norman Mailer potrebbe figurare al primo posto, in questa categoria. Non si devono immaginare le stroncature prima ancora di aver scritto una sola parola (naturalmente i suoi collaboratori potrebbero rispondere che A-I è il nome di una salsa che si usa con la bistecca. Ci sarebbero a disposizione una quantità di commenti, sullo stile come sugo stantio).

banksy

Le strade mormorano, sussurranno, i loro amplificatori sono i muri…

Ma Guardare il mio nome che scorre non gli piace anche per il suo significato esplicito: fa pensare a un collegamento diretto e sentimentale col mondo, e non c’è motivo di essere certi che questi giovani graffitisti abbiano un rapporto così semplice.

The Faith of Graffiti

testo di Norman Mailer

fotografie di Jon Naar

traduzione italiana di Andrea Marti/Grandi&Associati

@magliettefresche

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