“Adesso i tatuaggi ve li disegno sulle magliette” Intervista a Nicolai Lilin

tatuaggio

La mia arte è (sotto) le maniche

Lo scrittore e depositario di simboli misteriosi lavorerà per una linea per Happiness: “Le mie storie? Amore, viaggio e opposizione alle dittature”

 

Nicolai Lilin è come i suoi libri: alto, bello, inquietante e al tempo stesso dolcissimo. Ha anche quel tipo di voce che alle ragazze dai nove ai novant’anni fa battere il cuore.

Nato nel 1980 in Transnistria (oggi regione indipendente della Repubblica Moldava ma allora parte dell’Unione Sovietica) vive in Italia dal 2004 e viene chiamato «Il Saviano siberiano».
La definizione non gli piace per niente, ma dopo il successo clamoroso del suo primo romanzo, Educazione Siberiana, pubblicato in 24 Paesi (in Italia da Einaudi) e portato al cinema dal premio Oscar Gabriele Salvatores, ha ricevuto pesanti minacce dall’ultrasinistra e dai fondamentalisti islamici. «Adesso si sono un po’ calmati» dice lui che non ha mai accettato la scorta ma ha il permesso di girare armato per via dei violentissimi messaggi lasciati sulla sua pagina Facebook. Del resto nei suoi libri (dopo il primo sono usciti: Caduta libera, Il respiro del buio, Storie sulla pelle) parla della resistenza del popolo siberiano deportato e quasi sterminato dai comunisti oltre che dei due anni passati come cecchino in Cecenia, una guerra che a suo parere è «la più grande operazione antiterroristica di sempre». Il bello è che lui ha cominciato a scrivere soprattutto per raccontare la tradizione del tatuaggio siberiano di cui è praticamente l’ultimo depositario. Scrittore, artista, ma soprattutto tatuatore (dalle sue parti si dice «kol’šik», sacerdote e custode del segreto dei simboli), Lilin ha accettato di collaborare con il marchio Happiness per una capsule collection – tre T-shirt, un poncho e uno zainetto – che verrà presentata al Pitti di Firenze dal 18 al 21 giugno. In questa intervista esclusiva spiega le ragioni di una scelta destinata a far scalpore.

Perché ha deciso di svelare il segreto del tatuaggio siberiano?
«Non l’ho rivelato né mai lo farò perché senza segreto non esisterebbe la tradizione che è formalmente scomparsa ma in ogni caso conserva l’infinita potenza dei simboli. La loro importanza si nasconde nel significato non nella semplice presenza estetica. Infatti i simboli sono come un alfabeto: messi insieme raccontano una storia. Una delle regole del tatuaggio siberiano è che nessuno può sapere cosa significa tranne chi conosce la tradizione».

Insomma è un modo per comunicare tra iniziati?
«In un certo senso sì, ma l’iniziazione non avviene attraverso una cerimonia. È un atto di fiducia tra chi sa e chi vuol sapere, qualcosa che non si può spiegare ma solo vivere letteralmente sulla propria pelle».

Lei però ha trasferito tutto questo su delle T-shirt…
«Sì e sono felice di averlo fatto: è come se avessi tatuato tantissime persone. Il metodo è lo stesso, la struttura narrativa non viene cambiata dal supporto. Anzi, quando lavoro sul corpo di un uomo non posso fare di testa mia, sono come inscatolato dal suo destino. Invece lavorando sulla tela bianca della T-shirt come su quella di un quadro, posso dare libero sfogo alla fantasia. È un’operazione artistica».

Chanel diceva che la moda non è arte, deve morire perché viva il commercio. Lei cosa ne dice?
«In generale penso che nella moda ci sia tantissimo spazio per le storie e la fantasia. In quella italiana, poi, c’è più ricerca e rigore che in qualsiasi altra. Non è la prima volta che mi chiedono di realizzare qualcosa nel settore, ma stavolta ho capito di poter fare di più. Ho preparato tre storie universali valide sia per le donne che per gli uomini: l’amore, il viaggio, l’opposizione a tutte le dittature. Ciascuno le interpreterà a modo suo traducendo i simboli come meglio crede, ma tutti noi viviamo queste situazioni: siamo uniti dai nostri destini diversi. Quel che ci rende umani, una grande specie dominante, è proprio l’essere uguali nella diversità».

Qualcuno dirà che l’ha fatto per soldi, non pensa?
«Si accomodino, non è la prima e non sarà l’ultima volta che mi attiro delle critiche. Sono stati molto coraggiosi i titolari di Happiness perchè fare questo progetto è come fare una dichiarazione pubblica di libertà mentale. Se tu ti limiti a stampare dei simboli su una maglietta rischi di sbattere contro un iceberg intellettuale. Non dimentichiamoci che adesso i criminali russi evitano accuratamente di tatuarsi per nascondersi meglio ed evitare di autodenunciarsi».

Cosa pensa del suo Paese?
«Sono tornato in Transnistria nel 2009 e penso che sia un posto molto triste. La gente vive sotto la soglia di povertà per cui ovunque vedi traccia di traffici illeciti: droga, armi, perfino esseri umani. E poi manca la libertà di parola perché in Russia non c’è mai stata la borghesia, una grande classe media in grado di assicurare la democrazia. Il mio Paese è governato da militari e questo genera sempre intolleranza e squilibrio. È la cosa che temo di più perché in Cecenia e in molte altre situazioni della mia vita ho visto a cosa può portare la mancanza di equilibrio, un orrore senza fine».

Fonte: Daniela Fedi per Ilgiornale.it

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