Trent’anni di #emoticon.

Natale si avvicina gli emoticons si rendono utili…

Stati d’animo in un’immagine: così le storiche faccine hanno cambiato la comunicazione digitale.

 

Faccina, “emoticon”, “smiley”: chiamatela come volete, tanto il succo non cambia. Così come non cambia l’importanza che ha nella comunicazione quotidiana. La faccina si usa in chat, sui social network, nelle mail (anche in quelle di lavoro, ormai), negli sms.
È una sorta di riflesso condizionato, un gesto spontaneo che ha l’obiettivo di arrivare là dove non arrivano le semplici lettere. Con l’aiuto delle faccine si sostituisce – sia pur in parte – l’assenza della voce, si trasmette meglio il senso delle frasi e soprattutto lo spirito con cui vengono scritte.
UNA FACCIA PER OGNI ESIGENZA. Stai dicendo qualcosa in modo sarcastico, ironico o, al contrario, con la massima serietà? Sei giù di morale, allegro, imbarazzato, arrabbiato, annoiato? In piena fase di corteggiamento, nervoso, incredulo, armato di cattive (o buone) intenzioni?
Niente paura, c’è una faccina adatta a ogni esigenza. E le emoticon hanno segnato la comunicazione multimediale degli ultimi anni. Per l’esattezza gli ultimi 30 (compleanno appena festeggiato).
COMBINAZIONI DI PUNTEGGIATURE. Il loro creatore è l’informatico statunitense Scott Elliot Fahlman, che nel settembre del 1982 inviò un messaggio a una bacheca elettronica della Carnegie Mellon proponendo di usare queste particolari combinazioni fra segni di punteggiatura per distinguere i messaggi seri da quelli giocosi.
Per amor di precisione, però, bisogna anche dire che il primo, vero autore della più famosa faccina – quella gialla e sorridente, composta da due puntini e una parentesi – fu Harvey R. Ball: correva l’anno 1963, quindi più lungimirante di così si muore.

Emoticons e magliette, sono perfette.

Fahlman utilizzò invece i caratteri Ascii e ne propose altre, così da creare un vocabolario parallelo in grado di “riscaldare” la comunicazione digitale rendendola – appunto – anche più comprensibile. Fahlman non detiene nessun copyright, dunque non ha mai ricevuto compensi legati all’utilizzo delle emoticons:
«Nel bene o nel male», ha spiegato, «lo considero il mio piccolo regalo al mondo».
L’ISPIRAZIONE CON MISSION IMPOSSIBLE. Un altro nome degno di nota (e di memoria) è quello di Ofer Adler, professione broker. Nel 1996 si trovava in un cinema di Tel Aviv per assistere a Mission Impossibile: «C’è un momento», è il suo racconto, «in cui Tom Cruise manda una email. Sullo schermo, quando clicca, si vede il disegnino di una busta che si chiude e vola via».
A Ofer quel disegnino è piaciuto talmente tanto che il giorno dopo s’è messo alla sua ricerca, ma senza risultati: era un’invenzione degli sceneggiatori. Allora ha deciso di pensarci lui: «Mi misi a lavorarci con mio cugino Yaron, mago dei computer. E così inventammo emoticon, immagini, musichette».
UN SOFTWARE DI POSTA CREATO AD HOC. Per condividerli crearono il software di posta elettronica IncrediMail, oggi secondo solo ad Outlook:
«Non è un mercato per ragazzini» tiene a precisare Adler. «Il 69% degli utenti è fra i 40 e i 50 anni». L’azienda, che adesso si chiama Perion Interactive, si è notevolmente ingrandita e propone anche altri prodotti fra cui Smile Box, PhotoJoy e Fixie. E tutto è cominciato con quel disegnino. Oggi le faccine sono tante, di ogni tipo. E continuano ad aumentare.
Non solo: qualsiasi appassionato può idearne di nuove, addirittura personalizzate con un’immagine o la propria firma. Come? Con Photoshop oppure con programmi gratuiti come Emoticons Maker o Emote Maker.
LE EMOJI, LE ULTIME EVOLUZIONI. Il percorso evolutivo ha portato fino alle emoji, che potrebbero essere descritte come versioni più “avanzate” delle emoticon.
Esistono dagli Anni 90 in Giappone, laggiù sono molto amate a utilizzate anche nelle email. Per quanto riguarda gli altri Paesi, soltanto da poco tempo risultano accessibili ai proprietari di iPhone.
Gli occidentali, tuttavia, non sembrano particolarmente entusiasti. Forse perché le emoji sono statiche. O forse perché propongono ciotole di ramen, palline di riso, tazze di sakè.
Forse una bella pizza margherita e un piatto di spaghetti sarebbero stati più convincenti.

Fonte: Nadine Solano per http://www.lettera43.it

 

 

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