Marilyn la musa occidentale.

“Il sesso fa parte della natura, e io seguo la natura” (Marilyn)

Le forme della diva americana giocano con i classici della storia dell’arte, da Botticelli a Warhol…

L’acquamarina di Botticelli si trasforma nell’azzurro Kodachrome dell’Oceano Pacifico e avvolge lentamente Venere. Intorno alle spalle ecco un maglione di lana, pesante, per proteggerla dall’aria del mattino mentre la dea botticelliana diventa Marilyn fotografata da George Barris. Così la musa senza tempo dall’antica Grecia (l’Afrodite di Prassitele, 360 avanti Cristo) passa dalla Firenze del Quattrocento per arrivare a Malibu 1962 e infine a Firenze, anno 2012.

Il capolavoro di Botticelli che digitalmente si trasforma nella famosa foto di Marilyn — stessa posa, stessa curva dei fianchi, stessa espressione misteriosa — è il cuore della grande mostra a lei dedicata dal Museo Salvatore Ferragamo perché a cinquant’anni dalla morte (5 agosto 1962) Marilyn non è mai stata così presente. Alla mostra non ci saranno soltanto i suoi vestiti — che sono comunque più di cinquanta, da sera e da giorno e tanti costumi di scena e l’abito scintillante cucito addosso, a pelle, per cantare Happy Birthday Mr. President a John F. Kennedy nel «buon compleanno» più famoso di sempre —ma anche e soprattutto le opere dei grandi da lei ispirati — i fotografi come Cecil Beaton, Bert Stern,Milton Greene, André de Dienes e gli artisti come Warhol — e quelle che sembrano averla partorita già perfettamente formata, come Minerva, dall’immaginazione degli artisti di tutte le epoche. È la mostra del Canone Marilyn: la Monroe come il marmoreo Alessandromorente di epoca romana ricreato da Beaton attraverso un disegno di Jean-Baptiste Greuze per fissare sulla pellicola in bianco e nero la fragilità della diva de Gli spostati. La Monroe come la ninfa morente di Cecil Beaton, Bert Stern,Milton Greene,Bert Stern,Milton Greene come Cleopatra, come Didone, come Emma Bovary (il suo romanzo preferito: leggeva moltissimo con la ferocia dell’autodidatta). Marilyn come la Violetta di Verdi, Marilyn che visse d’arte e d’amore come Tosca.Marilyn vista dalla Pop art — alla mostra ci sono le «Quattro Marilyn in nero» del museo Warhol di Pittsburgh — e vista dagli stilisti (il museo ha tutte le sue scarpe perché lei di Ferragamo era cliente).

Marilyn che ispira i grandi artisti perché lei nell’arte c’è sempre stata, perché sono stati loro a inventare lei e lei a incarnare la loro idea di bellezza e di fragilità. Come spiegò Oscar Wilde parlando di Amleto. E se, vedi Wilde, l’Amleto di Shakespeare è l’inventore della tristezza — «il mondo è diventato triste perché un pupazzetto, una volta, provò malinconia» — Marilyn può dirsi allo stesso modo inventrice della bellezza.

I grandi scrittori la cercavano: Truman Capote che ci ha lasciato in Musica per camaleonti quel ritratto di «bellissima bambina» che dice le parolacce e prende in giro la regina d’Inghilterra, Arthur Miller che la fece innamorare dicendole «sei la ragazza più triste che abbia mai conosciuto» e al quale rispose «è il complimento più bello che abbia mai ricevuto». Pier Paolo Pasolini le dedicò una poesia ricordata anche alla mostra: Marilyn eroina tragica divorata dalla crudeltà dei tempi moderni, Marilyn-Violetta e Marilyn-Tosca uccisa dal troppo amore come Maria Callas, l’altra icona totale di PPP.

Come spiegare altrimenti l’adorazione assoluta dei fans per le sue reliquie, se anche la curatrice della mostra, Stefania Ricci, racconta a «la Lettura» che «abbiamo già organizzato una grande mostra sulla Garbo e una su Audrey Hepburn ma quello dei collezionisti delle cose appartenute a Marilyn è un caso unico. I pochi abiti che appartengono a musei sono stati restaurati ma è quasi tutto di privati, e loro non li hanno neanche mai fatti pulire, sono stati indossati per l’ultima volta da lei e mai più toccati. Qui c’è l’abito di Quando la moglie è in vacanza, quello sollevato dalla corrente del metrò, ma anche quelli della vita di tutti i giorni e si vede come si vestiva normalmente, andava da Saks e comprava il prêt-à-porter, cose normali. Era meno raffinata di Audrey Hepburn ma era più colta. Le similitudini con tutte quelle opere, esposte qui da noi, rendono difficile capire se fossero sempre i fotografi a dirle di imitare quelle pose come facevano Beaton e de Dienes o se fosse lei a sceglierle. Nei suoi taccuini abbiamo trovato cose incredibili, aveva letto una storia di Firenze e aveva copiato la genealogia dei Medici, era piena di curiosità. Che il mistero sulla morte — suicidio, overdose accidentale o delitto insoluto — abbia amplificato la sua celebrità è inevitabile, ma nessun’altra icona del Novecento continua a interrogarci come fa Marilyn Monroe».

Tra le pieghe dei suoi vestiti si svelano piccole tracce del suo mistero: ilmassimo del sexy negli abiti per le uscite ufficiali e la massima semplicità per tutte le altre occasioni. Infatti Salvatore Ferragamo, che creò le sue scarpe ma non la conobbe mai personalmente perché lei andava in negozio a New York o se le faceva mandare direttamente dall’Italia, analizzava le clienti dividendole in tre categorie e per lui Marilyn era la tipica Venere, «generalmente molto bella, affascinante e sofisticata, eppure dietro il luccichio esterno si cela spesso una donna di casa amante delle cose semplici; poiché queste due caratteristiche sono contraddittorie, la Venere è spesso incompresa: la si accusa di amare troppo il lusso e le frivolezze», cioè esattamente l’accusa che faceva soffrire Marilyn.

Ecco, ancora osservando i suoi abiti da vicino: le misure 90-57-90 impossibili da ignorare sulla struttura di una donna così minuta (le sarte di Ferragamo, prendendo le misure degli abiti, dicono che era alta tra 1,60 e 1,62), le famose scarpe décolleté tacco 11, le differenze tra le misure dei fianchi e della vita tra un anno e l’altro, tra una depressione e una gravidanza drammaticamente non portata a termine. Nella sala degli abiti da sera, una lunga teca ospita i più belli uno accanto all’altro,ma quello del compleanno di JFK domina da solo una parete tutta nera fronteggiato da un Warhol: il volto di Jackie Kennedy, la sua rivale. L’abito è di tulle trasparente e lei sotto gli strass era nuda. L’effetto che deve avere fatto cinquant’anni fa, a un ricevimento elegante la donna più bella del mondo che sospira una canzone d’amore all’uomo più importante del mondo. Ubriaca e vestita di niente. Sola, perduta, abbandonata come la Manon Lescaut delle opere che ascoltava alla radio. L’ultima mossa di una partita più grande di lei e che non poteva vincere, lei che 78 giorni dopo sarebbe andata, come scrisse Pasolini, «oltre le porte del mondo».

t-shirt: www.magliettefresche.it

Fonte: Matteo Persivale per http://lettura.corriere.it

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