Il futurista di Hollywood, #saulbass

Il tratto inconfondibile di Saul Bass.

Nato a New York da immigrati russi, s’ispirava ai principi della Bauhaus Cominciò con Otto Preminger, proseguì con registi come Hitchcock, Wilder, Kubrick e Scorsese. Vinse l’Oscar con un cortometraggio documentario e girò una pellicola di fantascienza, il cui manifesto è però all’opposto del suo stile.

Prima di Saul Bass, i titoli di testa dei film venivano proiettati senza neanche darsi la pena di sollevare il sipario. Fu nel 1955, quando uscì L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, che i proiezionisti ricevettero assieme alle bobine un bigliettino: «Alzare il sipario prima di proiettare i titoli». Invece del solito elenco di nomi, gli spettatori videro un gioco di righe bianche su fondo nero che, al ritmo della musica di Elmer Bernstein, si trasformava nella silhouette di un braccio deforme. Dimenticarono per un attimo di sgranocchiare il popcorn: lo spettacolo era iniziato, l’atmosfera del film — protagonista Frank Sinatra, in faticosa disintossicazione casalinga dalla morfina — li aveva già conquistati. La sagoma campeggiava anche sul poster: e ci volle un bel coraggio, in pieno star system, a scegliere l’astrattezza della grafica e non un riconoscibile ritratto dell’attore e cantante.

La collaborazione di Saul Bass con Otto Preminger era iniziata con il manifesto di Carmen Jones, la Carmen all black con Harry Belafonte e Dorothy Dandridge. Dopo i primi successi, Saul Bass disegnò titoli di testa per Alfred Hitchcock, Robert Aldrich, Carol Reed, Billy Wilder, Stanley Kubrick, Martin Scorsese. Una sessantina in tutto, più che sufficienti per collocarlo tra i grandi protagonisti del cinema. E per rivolgergli un pensiero affettuoso quando vediamo pellicole che iniziano direttamente con la prima scena, a volte piuttosto lunga. Poi all’improvviso — quando ormai non li aspettiamo più — arrivano il titolo e il nome del regista.

I suoi titoli di testa, come i suoi manifesti, si riconoscono all’istante. Per i colori decisi e contrastanti, per le scritte a stampatello (il carattere si chiama Hitchcock e, assieme al Silentina che serviva per le didascalie dei film muti, è uno dei due intrecciati con il cinema). Per la modernità, che puntava sulla forza di immagini semplicissime, rinunciando alle cornici elaborate o agli svolazzi da scuola di calligrafia.

Per Uno due tre! di Billy Wilder disegnò una ragazza con tre palloncini bianchi all’altezza del seno: un misto di candore e di sensualità, perfetto per aggirare la censura. Per Bonjour tristesse abbozzò un ritratto di ragazza, con una grossa lacrima rubata a un disegno infantile. La donna che visse due volte ebbe la sua ipnotica spirale, presa da un libro di matematica.

Nessuno meglio di Saul Bass sapeva legare le sequenze animate alla prima scena del film. La griglia di Intrigo internazionale si trasforma nella facciata a specchio del Palazzo delle Nazioni Unite. West Side Story inizia rivelando l’isola di Manhattan, e nei titoli di coda i nomi degli attori appaiono come graffiti su un muro. Il fattore umano, tratto da Graham Greene, ha come icona una cornetta del telefono e un filo attorcigliato che si sfilaccia.

Era nato l’8 maggio del 1920 a New York, quartiere Bronx, da genitori immigrati dalla Russia (il padre faceva il pellicciaio). A sedici anni trovò lavoro in un’agenzia pubblicitaria, e si definiva un «subway scholar», per i molti libri letti in metropolitana. Ebbe come maestro il pittore e designer ungherese Georgy Kepes, che aveva trasportato negli Stati Uniti i principi della Bauhaus (e anche un po’ di costruttivismo russo). Nel 1946 si trasferì a Los Angeles, dove una decina di anni dopo aprì uno studio suo, Saul Bass & Associates.

Terminata la prima stagione d’oro cinematografica, negli anni Settanta si dedicò con la moglie Elaine al disegno dei loghi e delle immagini aziendali. Fece centro un’altra volta. Portano la sua firma la At&t, la Minolta, la Quaker, le United Airlines, i fazzoletti Kleenex, le stazioni di servizio Exxon, molte copertine di dischi e di libri. Preparò anche un’installazione per la Triennale di Milano del 1968, cancellata per la protesta studentesca. Disegnò il manifesto per i Giochi Olimpici del 1984 a Los Angeles.

Magnifica pagina!

A ripescarlo dal dorato esilio fu Martin Scorsese, che da ragazzo lo venerava. E da adulto lo considerava «un genio che trova la bellezza nella modernità e nell’industria». Lo riportò al cinema commissionandogli i titoli di Goodfellas e L’età dell’innocenza. Saul Bass morì nel 1996. L’obituary sul «New York Times» gli riconobbe un talento unico nel sintetizzare in una sequenza d’apertura due ore di film: lo spettatore poteva alzarsi soddisfatto e tornarsene a casa.

Lo celebra di recente un volume con 1400 illustrazioni: Saul Bass. A Life in Film and Design, scritto dalla figlia Jennifer Bass e dallo storico del design Pat Kirkham, con prefazione di Martin Scorsese (Laurence King Publishers). La sua influenza si fa sentire nei titoli di testa della serie tv Mad Men, con la sagoma dell’uomo che precipita sullo sfondo del grattacielo (già evocata nei romanzi L’uomo che cade di Don DeLillo e Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer). Prima, era stato omaggiato da Olivier Kuntzel e Florence Deygas, nei titoli di testa di Prova a prendermi, e da Spike Lee nel manifesto di Clockers. Questa era l’intenzione del regista, ma Saul Bass parlò francamente di furto: la sagoma umana bucata dai proiettili copiava spudoratamente il manichino disarticolato di Anatomia di un omicidio. Con il senno di poi, si pentì anche del braccio deforme: troppi lo avevano imitato.

Volendogli trovare un erede, possiamo pensare al britannico Olly Moss, che riprende la grafica dei classici volumi Penguin degli anni Sessanta e Settanta: ma i titoli son quelli dei videogiochi. Lo stesso artista ha messo in mostra silhouettes di stampo ottocentesco, dedicate però ai personaggi della cultura popolare, dai protagonisti dei Simpson al cuoco Linguini di Ratatouille. I suoi manifesti cinematografici, pubblicati sulla rivista «Empire» e molto ammirati su Internet, usano colori primari e uno stile grafico pulitissimo. Derivano dal lavoro di Saul Bass anche le molte gallerie di minimalist movie poster: pochi tratti, ma il film si riconosce all’istante.

Il lungo rapporto con il cinema — e il terrore mai superato per la pagina bianca, si dichiarava «dotato di poca immaginazione e di molta perseveranza» — gli suggerì un cortometraggio premiato con l’Oscar: Why Man Creates (senza titoli di testa, entra subito in materia). Nel 1974 girò un film di fantascienza intitolato Fase IV: distruzione Terra. Il manifesto è quanto più lontano possibile dallo stile Saul Bass: una realisticamano assalita da una formica assassina. Accade nel deserto dell’Arizona, dove le formiche sono diventate intelligenti, costruiscono colonne simili a Stonehenge e divorano gli umani. Non fu un grande successo.

Un anno prima, a Londra, dichiarò che era stato lui — e non Hitchcock — a disegnare lo storyboard e a girare la sequenza della doccia in Psycho. La versione di Alfred, nell’intervista rilasciata a François Truffaut, dice invece che Saul Bass disegnò lo storyboard per un’altra scena, poi scartato perché «non funzionava». Il regista titolare non commentò mai in pubblico la richiesta di paternità. Mr Bass, che evidentemente non l’aveva presa bene, affidò al giornalista i suoi disegni e la definitiva dichiarazione: «È un genio, ma non capisco perché a un genio si debba perdonare tutto».

Fonte: Mariarosa Mancuso per http://lettura.corriere.it

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