Marguerite Yourcenar e la love story . La prima icona gay della Storia. La mostra di Villa Adriana a Roma.

Antinoo a Villa Adriana

«Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare l’Età dell’oro». A parlare è Adriano, afflitto da idropisia del cuore e ormai vicino alla morte. L’imperatore ricorda con nostalgia il viaggio in Asia Minore di un’estate lontana. Una sera, durante un incontro letterario, intravede un giovinetto in disparte, dall’aria pensosa e distratta al tempo stesso: ne rimane subito colpito, accosta la sua immagine a quella di un pastore nel cuore della foresta, lo avvicina.

Da allora Antinoo diventerà il prediletto dell’imperatore e lo seguirà ovunque come un animale: «Quel bel levriero, ansioso di carezze e di ordini, si distese sulla mia vita». Adriano, che porta via fisicamente il giovinetto dai suoi luoghi, è costretto a subire in realtà il rapimento più profondo, quello sentimentale: il dominatore del mondo viene soggiogato dalla bellezza acerba di Antinoo, dalla sua allegria che si mescolava con l’«indolenza di un cucciolo», dalla sua innocenza, dalla sua «amarezza ardente».

Nelle pagine centrali delle sue Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar punta sui risvolti tragicamente romantici della relazione: il potere universale si inchina, fino alla totale prostrazione, di fronte alla bellezza selvatica del ragazzino. Il loro rapporto entra in una cornice bucolica quando Adriano decide di accompagnare il suo giovane amico in Arcadia, dove si lascia possedere dalla forza trascinante del canto mentre osserva le dita del suo compagno muoversi delicatamente sulle corde tese della lira.

Ma nonostante le dolcezze reciproche non sarà un amore felice, perché il ragazzino è attratto dalla morte e ogni suo gesto ha il sapore della fine.

A suicidio avvenuto (Antinoo a vent’anni sceglie di affogare nelle acque di un fiume egiziano), Adriano si chiede se i rimorsi che lo hanno animato non fossero anch’essi «un aspetto amaro di possesso», un modo per assicurarsi «d’esser stato fino alla fine lo sventurato padrone del suo destino», una maniera per impadronirsi delle responsabilità del ventenne in fuga dalla vita. Perché «avvilire quel raro capolavoro che fu la sua fine»? Lasciargli il merito della sua morte è l’ultimo, necessario, atto d’amore, forse il più doloroso.

Fonte: Paolo Di Stefano per Corriere.it

info@ http://www.villaadriana.com/va/menu.html

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