I vizi capitali possono aiutare: “scopri la gioia del peccato”.

Sento un peccato arrivare...

 

I SETTE VIZI capitali? “Se riusciamo a maneggiarli con saggezza, possono tornarci estremamente utili”. Parola di Simon Laham, psicologo dell’università di Melbourne, che delle nostre debolezze ha guardato la faccia meno scontata scoprendone gli intriganti punti di forza. Nel libro “Joy of Sin” (“La gioia del peccato”, per il momento disponibile solo in inglese), il cui titolo fa il verso a quel “Joy of Sex” che fu uno dei manuali più famosi degli anni ’70 in America, Laham ripercorre la scienza del nostro senso morale. Scoprendo che i vizi che definiamo da secoli come “capitali” sono in realtà del tutto in sintonia con la nostra natura. E se riusciamo a padroneggiarli senza farci trascinare – è il messaggio – possono addirittura acuire le nostre migliori caratteristiche.
“La morale – così Laham spiega la genesi del suo libro – è un aspetto molto più complesso di quel che pensiamo. Etichettare qualcosa come “giusto” o “sbagliato” fa perdere molte sfaccettature interessanti. Dei sette vizi capitali è stato detto per secoli che sono da evitare a ogni costo. Ma quando si guarda alle evidenze scientifiche, si scopre che in realtà hanno molti aspetti positivi”. La lussuria, per esempio, aguzza il cervello. “Ci rende più attenti ai dettagli e più efficienti nella scomposizione dei problemi alla ricerca di una soluzione. In una parola, migliora il ragionamento analitico” spiega lo psicologo australiano. Sprona poi la nostra creatività, un tratto sempre grandemente apprezzato dalla persona corteggiata.
Ma cosa sarebbe la lussuria senza la gola. Laham ha una parola buona anche per chi indulge a cibo e dolci: “Uno studio citato nel libro dimostra che un individuo che ha appena mangiato una fetta di torta è più disposto a dare soldi in beneficenza rispetto a un individuo affamato. Chi è a dieta, d’altra parte, tende ad avere difficoltà nei test di problem solving”. La stessa avidità, entro certi limiti, ha i suoi aspetti positivi. “Denaro vuol dire opportunità, e quindi occasioni per essere felici”, trova Laham. “Se l’avidità non è eccessiva e non compromette le nostre relazioni sociali o la salute, non ci sono controindicazioni alla voglia di arricchirsi”.
Lavorare per guadagnare va bene, ma senza compromettere il sacrosanto riposo. Così anche per la pigrizia arriva da Melbourne una riabilitazione. “Correre tutto il giorno ha come effetto secondario la tendenza a concentrarci solo sui nostri problemi. È stato dimostrato invece che rallentare e oziare ci mette in sintonia con gli altri. Per questo i pigri sono meno egoisti e più attenti alle esigenze di chi si trova in difficoltà”. Dormire a lungo e con soddisfazione, spiegano poi molte ricerche citate nel libro, alleggerisce il cervello e migliora le funzioni cognitive come memoria e creatività.
Se poi proprio qualcuno si deve invidiare, è bene sceglierlo con oculatezza. “Confrontarci con chi è migliore di noi è sempre positivo” spiega ancora Laham. “Ma diventa controproducente se l’oggetto dell’invidia è una figura irraggiungibile”. E un confine sottile separa anche l’orgoglio che è giusto riconoscimento di un successo dall’eccesso di presunzione che ci si ritorce contro come un boomerang. “Parlare dei propri risultati come frutto di duro lavoro paga sicuramente. Attribuirli a ipotetiche qualità innate o a puro talento ci porta invece ad apparire tracotanti”.
Come infine testimoniò Lutero (“Non lavoro mai tanto bene come quando sono ispirato dalla rabbia”) un’ira giustificata che si trasforma in indignazione rende più vibranti le nostre facoltà. “Proviamo rabbia quando ci troviamo di fronte a un’ingiustizia o quando incontriamo degli ostacoli che ci allontanano dalla meta” conferma Laham. “In entrambi i casi, l’istinto ci porta a lottare per raggiungere la meta o per ripristinare la giustizia sociale”. Per chi credeva che peccare fosse solo una questione di lasciarsi andare, ecco dimostrato quanta storia c’è dietro a una scienza delle tentazioni tanto antica quanto Adamo ed Eva.

Fonte: Elena Dusi per Repubblica.it

 

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