“Io non scrivo canzoni, solo poesie che corteggiano la musica… per dirla con Yeats, sono lo straccivendolo del cuore” Nuovo disco di Leonard Cohen.

Un vecchio e snobbissimo poeta

 
 

Ha quindici anni, è il 1949. A Montreal il vento è gelido, tagliente. Il ragazzo non ha una lira in tasca, per riscaldarsi entra nel suo spazio di poesia, un negozio di libri usati. Ne sfoglia uno. Lo prende, poi passerà a pagare. “Da quel giorno non ho più abbandonato Federico Garcia Lorca”, dice Leonard Cohen.

La voce baritonale è magnetica, anche quando ironizza. Sulle belle donne, sugli anni che passano, sui vizi e le virtù della vecchiaia. E’ entrato in quella fase della vita in cui gli uomini si restringono, tornano bambini. Sembra fragile, quasi scompare dentro il doppio petto. Il Borsalino gli tiene gli occhi in ombra. Deve ringraziare quella voce ancora torbida e sexy se è entrato da mattatore nella terza età con un tour da record di 247 date (2008-10) che ha prodotto un paio di album live e un dvd.

Il 31 gennaio, a otto anni da Dear Heather, pubblica Old ideas, un cd di inediti, alcuni musicati da Patrick Leonard, storico collaboratore di Madonna. Ma non sono motivetti. “Io non scrivo canzoni, solo poesie che corteggiano la musica”, mette in chiaro Cohen.

I suoi concerti hanno richiamato un pubblico degno di un idolo pop. Merito della musica o della poesia?
“La poesia viene prima di tutto. Solo raramente i versi diventano canzoni. Per buona volontà di amici o della mia compagna Anjani (Thomas)”.

Era un passo quasi obbligato, la sua manager le aveva rubato

cinque milioni di dollari lasciando il suo conto a secco mentre lei era nel monastero di Mt. Baldy.
“Non sempre scrivere è un lusso, qualche volta è una necessità. E le assicuro che il poeta non vive in una comfort zone in quest’epoca in cui si parla per slogan. Sono rimasto il Leonard che ero. Non hanno sempre detto che le mie canzoni sono autoindulgenti e mosse da un istinto suicida? Me l’ha ripetuto anche Patrick Leonard quando ha letto il testo di Going home. Come dargli torto? E’ un soliloquio”.

Otto anni per dieci nuove canzoni sono tanti.
“Non ci sarebbero state neanche queste se la recente tournée non avesse rimesso in moto le energie. L’entusiasmo del pubblico mi ha illuminato. E ringiovanito. Non capisco perché ho aspettato 15 anni. Ero diventato come Ronald Reagan negli anni del declino. Ricordava di aver avuto una buona parte, quella di presidente in un film; io ricordavo a malapena di essere stato un cantante. Quanto alle composizioni… vorrei poterle dire che la mia casa trabocca di manoscritti, che ho così tante idee da avere ogni volta l’imbarazzo della scelta. Non è così. Sono un poeta scoraggiato, ho sempre l’impressione di raschiare il fondo del barile, di essere, per dirla con Yeats, lo straccivendolo del cuore. La poesia è un processo misterioso, inspiegabile, incontrollabile, pericoloso anche; dipende da una certa grazia, dall’illuminazione del momento. E se indugi troppo, rischi la paralisi. Ho un’idea alla volta. E su quella posso lavorare un’eternità”.

Ad esempio?
Hallelujah, una bella canzone che hanno cantato in troppi. E’ stata sulla scrivania per quattro anni. Alla fine aveva ottanta strofe”.

Ora che ha riscoperto la vita on the road ci sarà un nuovo tour?
“Vede, per conservare questa voce devo fumare moltissimo. Cosa che ho fatto ininterrottamente da quando ho lasciato il mio rifugio zen (nel 1999). Ho quasi 78 anni, potrebbe essere pericoloso. Però se smetto rischio di diventare un soprano”.

Ha una compagna di 25 anni più giovane, ma la sua reputazione di tombeur de femmes resta proverbiale. Ci sono ancora ventenni che l’aspettano dopo i concerti.
“Alla mia età è un sollievo avere una certa reputazione con le donne, così non devi perdere tempo in interminabili preliminari”.

Com’è finita con Federico Garcia dopo quel primo “incontro” a Montreal?
“Ho mantenuto con lui una relazione intima – mia figlia si chiama Lorca (a febbraio è diventato nonno, Lorca Cohen, 36 anni, ha avuto una bimba, Viva Katherine, da Rufus Wainwright, ndr). Le cose che scopri da adolescente ti restano attaccate addosso. Yeats e Lorca erano poeti che capivo al volo – ci ho messo anni per penetrare i sonetti di Shakespeare”.

Fu qui a Londra che prese forma il suo primo romanzo.
“Sì, nel quartiere di Hampstead, era il 1959. L’affittacamere, una signora burbera, mi chiese: che lavoro fa? Lo scrittore. Quante pagine al giorno scrive? Tre. Ok, la controllerò ogni giorno, se non saranno tre finirà in strada. Così nacque Il gioco preferito (1963)”.

Che ha in mente per il futuro?
“Le rispondo con i versi di Darkness: ‘Non ho futuro / So che ho i giorni contati / Il presente non è così piacevole / Solo tante cose da fare / Pensavo che il passato mi sarebbe bastato / Ma l’oscurità ha inghiottito anche quello'”.

E’ tempo di riconoscimenti: il New Yorker ha messo in streaming Going home; la Random House lo ha inserito nella collana Everyman, in buona compagnia con Byron e Keats; la Spagna le ha conferito il Principe de Asturias, il più alto riconoscimento letterario; una giuria formata tra gli altri da Bono, Salman Rushdie e Paul Simon le ha assegnato a nome del Pen New England il “Song lyrics of literary excellence”…
“… insieme a Chuck Berry. Che soddisfazione! Vorrei aver scritto io il verso “Roll over Beethoven and tell Tchaikovsky the news””.

 
Fonte : GIUSEPPE VIDETTI per Repubblica.it
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