Il sesso compulsivo di Fassbender e la disperazione del vuoto nella pellicola scandalo dell’ultimo festival di Venezia.

Contemporaneo o primitivo?

 
 

Alcuni lo chiamano Maschio Alpha: il capo, il leader ma soprattutto il predatore del gruppo. Le donne – pare – li adorano, se li contendono, cadono ai loro piedi a frotte per poi giurare di aver avuto l’esperienza sessuale più elettrizzante mai provata. Ma lui non è stanziale e quindi, avuto quel che cercava, riparte alla caccia. Maschio che più maschio non si può, vincente, naturalmente solo ed eternamente insoddisfatto. Il confine con la patologia è labile, si parla di ipersessualità o sex addiction (chi non ricorda il caso di Michael Douglas addirittura ricoverato in clinica qualche anno fa?).

I loro antenati diretti sono i playboy degli anni 60, 70 e 80: belli, benvestiti ma soprattutto che sapevano come corteggiare una donna; poi con l’arrivo di internet tutto è cambiato: la pornografia a portata di click, i social network, le escort on line. Shame di Steve McQueen (sì omonimo del mitico attore, il regista inglese del tostissimo Hunger) ne fa un inquietante ritratto per il grande schermo, pieno di umanità pur nella sua freddezza. Il protagonista del film (il bello, bravo e sempre più famoso Michael Fassbender) è un single quarantenne che vive solo in un elegante appartamento newyorkese in stile minimal e trascorre le sue giornate fra masturbazione, film porno, rapporti sessuali con prostitute e donne di tutti i tipi, lavoro e jogging.

Unico “affetto”: la sorella (Carey Mulligan, davvero magnetica nel lungo piano sequenza in cui canta New York, New York) cantante senza futuro, con diversi tentativi di suicidio alle spalle. Un viaggio allo stesso tempo respingente e affascinante (anche grazie a una regia semplice e precisa, indimenticabile la carrellata laterale che segue Fassbender che corre per le strade di una New York notturna e desolata) attraverso lo squallore di un certo tipo di sesso usa e getta, per raccontare la ricerca e insieme il rifiuto dell’Amore.

Fonte: Francesca Felicetti per Vogue.it

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