Arrivederci Andrea! (Quando muore un poeta è un problema: quanto tempo ci vorrà prima che se ne formi un altro? Vero?)

Solitario; grande.

 

È morto il poeta Andrea Zanzotto.

L’usuraio atroce, come Andrea Zanzotto definì il tempo nella poesie “De senectute”, ha finito di erogare il suo prestito. Il poeta solighese è morto attorno alle 11 di questa mattina all’ospedale di Conegliano per una crisi respiratoria. Aveva acqua nei polmoni, gli mancava il respiro. Appena otto di Cristina Battocletti – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/BTCld

 

Arrivederci Poeta

Alt. Questo è un invito a fermare gli orologi, ad arrestare il fiume di notizie dalla rete. Mentre ancora riecheggiava il fracasso degli scontri di Roma, è morto un piccolo grande uomo. Andrea Zanzottoci ha lasciati, portandosi via un pezzo dell’Italia che conta.

Per chi non lo sapesse, Zanzotto era un poeta con la p maiuscola. Tipo Ungaretti, Quasimodo, Pasolini. Tipo, per dire alla stregua, ma si sa, ogni poeta è unico, ogni poeta è la sua voce, che tanto più è inconfondibile, tanto più sarà indimenticabile. Questo ometto ha collaborato persino con Fellini ed ha scritto per riviste e quotidiani, valorizzandone le pagine culturali.

La sua morte è scivolata via, tra annunci frettolosi alla radio e qualche notizia di chiusura. Eppure Zanzotto ha combattuto tra le fila dei partigiani, opponendosi al regime fascista e rischiando la vita. Un uomo che ha conosciuto la sofferenza ma anche la bellezza della natura e del paesaggio. Un uomo curioso, affamato di conoscenza e di verità, che ha trovato nella poesia un porto da cui partire e in cui tornare, sempre.

Zanzotto è stato mani, braccia, mente dell’Italia e gli dobbiamo almeno un “grazie”. Ma è stato anche fragile, solo, contro la depressione. Solo ma sempre con la poesia, salvifica. Una poesia illuminata dalla fiamma di una ragione irrazionale, a metà tra la storia e l’esistenza in quanto tale. Poesia come filosofia, come ricerca implacabile. L’uomo e la natura come esseri viventi, prodotti del creato, scaraventati in una realtà complessa, impenetrabile, eppure dicibile.

La lirica di Zanzotto è il tentativo blasonato di evocare l’umano, la sua pochezza materiale e la sua immensità d’animo. Parole come pietre,  rosse di sangue e sporche di terra. Parole edificanti, spesso ancestrali, che sfidano la precarietà della storia. Un gioco di mine, di spilli acuminati. Corpi martoriati, ossa rotte, vetri frantumati.

Poesia come vita, poesia come l’anima. L’anima di Andrea Zanzotto.

Fonte: Marina Bisogno per http://www.caffenews.it/

L’attimo fuggente:

 

Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell’incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m’affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch’io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v’ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l’immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
È questo il sospiro che discrimina
che culmina, “l’attimo fuggente”.
È questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell’anno.

 

 

 

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