Ormai Marzullo è un modo di essere.

Maglietta marzulliana...

Da tempo non seguivo più un programma di Marzullo e devo dire che il vecchio Gigi non delude mai. In pochi possiedono la sua straordinaria capacità di condurci verso il nonsenso, il paradiso dell’ebetudine, lo stupore gioioso che deve aver preceduto l’intelligenza delle cose.

Marzullo non è più una persona, è una condizione dello spirito («Testimoni e protagonisti», Raiuno, giovedì, ore 23.35). Parlava di Sabrina Ferilli e ne parlava nell’unica forma che sa praticare, l’eulogio: quell’esaltazione che unisce indissolubilmente il cacciatore alla sua preda. Di Marzullo stupiscono due cose: la sua chioma, e la capacità di coinvolgere persone. Non so se le due cose siano collegate, temo di sì, visto che la permanente del Nostro assomiglia a un salice piangente, esattamente come gli interventi dei suoi ospiti. Che erano: i registi Giorgio Capitani, Neri Parenti, Enrico Oldoini, Stefano Reali, il sociologo Domenico De Masi (quello dell’ozio creativo, giusto per dimostrare che si sopravvive anche alle proprie idee) e una psicologa di cui, fortunatamente, non ho capito il nome. Più decine e decine di intervistati.

 Il ritratto che ne veniva fuori della Ferilli era senza capo né coda, e forse è giusto così: primeggiare nella tecnica delle quisquilie è un’arte concessa solo ai filosofi o ai cialtroni. Marzullo chiedeva spesso ragione a una certa Natalia Gomez, una starlet capitata lì quasi per caso, in una di quelle interviste che danno l’impressione festante dell’abbordaggio sicuro, una specialità apprezzata molto in Rai, anche da ex direttori generali. Ma il momento culminante della serata è stata l’intervista telefonica a Luciana Castellina, sì proprio lei, la combattente, la fondatrice de il manifesto , gli anni meravigliosamente portati, l’impareggiabile innocenza di chi ha creduto di poter cambiare il mondo e in fondo ci ha provato, con grazia e dedizione. Ebbene, Luciana Castellina si è lasciata vessare dalla fatalità: «Chi è, secondo lei, Sabrina Ferilli?». A che pro disfarsi di un vecchio mondo per ricadere nella prosopopea della permanente?

Fonte :  per Corriere.it

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