Fermi tutti, parla la Poesia ( intervista a s s o l u t a m e n t e da non perdere a Milo De Angelis)

Intingere la penna nella intelligenza segreta del verso.

di Carlo Carabba, 08/07/2011
 
 
Lontano dalle discussioni oziose e televisive. Difficile da leggere e da vendere. Ecco il poeta del XXI secolo.
Incontro con Milo De Angelis, vincitore di Cetonaverde edizione 2011.
 
Delle forme che può prendere la parola scritta, la poesia è la più antica. I primi scrittori, al suono della lira e nei teatri, plasmavano gesta e emozioni in versi musicali e ritmati, respiro dell’anima presto divenuto regola e tradizione. Eppure la poesia oggi è ignorata, molti dei grandi editori hanno rinunciato a pubblicarla, le raccolte che escono si fa fatica a trovarle e restano lontane non solo dalle classifiche di vendita ma anche dal cuore dei lettori, che se ne tengono alla larga tra soggezione e diffidenza.

Pur se conosciuti da un pubblico più ristretto che in passato, grandi poeti, però, ce ne sono ancora: tra questi Milo De Angelis. Somiglianze, il suo primo libro, uscito nel 1976, fu uno degli ultimi grandi esordi per qualità e impatto sui lettori, immediatamente colpiti da una lingua che fuggiva effetti patetici e aridità intellettualistiche e puntava dritto al cuore delle cose e delle passioni umane, capacità che la poesia di De Angelis ha saputo rinnovare e mantenere intatta fino a Quell’andarsene nel buio dei cortili, uscito quest’anno per Mondadori e vincitore adesso del Premio Cetonaverde. Il premio, biennale, è solo alla quarta edizione ma è già consolidato per importanza e albo d’oro, che conta tra i vincitori passati alcuni dei principali poeti italiani (Conte, Magrelli e Viviani) e stranieri (Adonis, Strand, Heaney).

De Angelis, quali pensa possano essere essere le cause della disaffezione generale nei confronti della poesia, della sua marginalizzazione nel dibattito culturale italiano? «Credo che la poesia in quanto tale sia un’esperienza segreta e segregata, difficile per natura. Difficile da scrivere e da leggere. E difficile anche da trovare in libreria. I conti tornano. Guai se fosse una creatura seduttiva o al passo con i tempi. La poesia è storica in un senso lacerante: appartiene a questa pagina del calendario, ma mira a strapparla e a spargerla in ogni stagione. Quanto al dibattito culturale, i poeti che amo l’hanno sentito con sospetto, l’hanno sentito come un luogo mondano e potenzialmente televisivo. Anch’io».

Uno degli argomenti più usati dai non lettori di poesia è «io la poesia non la capisco». Edoardo Sanguineti ebbe a dire: «Non mi capiscono? Che studino! ». È d’accordo?
«Sono d’accordo sul fatto che il nocciolo dell’incomprensione non riguarda solo il poeta. Però non è con lo “studio” che se ne viene a capo. Entrare nella parola poetica – e dunque anche nella sua oscurità – esige ben altro, esige uno scuotimento di tutto il proprio sapere, un farsi esile e inerme, ridursi alla nervatura della foglia».

Ma cosa si sente di dire a un lettore titubanteper tentare di riavvicinarlo alla poesia?
«A dire il vero, non penso che titubante sia un aggettivo spregevole… un certo grado di esitazione appartiene all’uomo serio e serve ad aguzzare la vista… forse gli direi di restare in questa titubanza e di lasciarla vivere nel proprio sguardo. D’altronde la poesia è uno specchio ustorio e, prima di fissarla negli occhi, bisogna pensarci due volte».

E, visto che il Premio Cetona organizza un agone letterario per under 35, che consiglio darebbe a un giovane poeta?
«Gli direi di fermarsi su una singola parola, di frequentarla a lungo, farsela amica, riempirla di domande, attenderla con trepidazione, proprio come attende una ragazza all’uscita della scuola. E poi gli direi di non sentirsi un giovane poeta, ma un poeta e basta».

In tema di consigli (e di estate che si avvicina) obbligatoria la domanda sul libro da portare in vacanza, magari due, un classico e un contemporaneo.
«Riunisco classico e contemporaneo in una sola risposta e in un solo nome: Yves Bonnefoy, di cui è uscita da poco in un Meridiano Mondadori l’opera completa. D’altra parte in Bonnefoy vive l’antico e l’attuale, vivono molti secoli di poesia: la potenza arcaica dei grandi poemi greci, il Rinascimento e la passione per la prospettiva; vive un Romanti ismo eroico che si avventura tra le ombre più minacciose; e vive anche un’epoca contemporanea nel palpito della sua lingua in fiamme».

E, in generale, quali sono i libri che ha più amato, in versi e prosa?
«L’Orestea di Eschilo e L’idiota di Dostoevskji ».

Tornando ai nostri giorni, nello scontro tra poesia sentimentale e poesia antilirica e concettuale, lei che posizione sente di occupare?
«Credo che i poeti più profondamente sentimentali siano anche quelli meno privati. E credo anche che l’intelligenza debba sempre pulsare nel cuore della parola lirica, pena l’intimismo. Può essere un’intelligenza nitida, come quella di Leopardi, può essere un’intelligenza ferita, pericolante, con improvvisi bagliori di acume, come in Paul Celan. In ogni caso, non ho mai sentito come contrapposti – anzi! – la potenza del pensiero e il rasoio della lirica».

A proposito di privato, alcuni suoi libri la espongono molto, trattano di esperienze intime e sconvolgenti, la disperazione, il lutto. È possibile scrivere nel pieno del dolore? Che poesia ne scaturisce?
«Vorrei rispondere con un aforisma di Franz Kafka: Nessuno canta con voce più pura di coloro che precipitano nel profondo del proprio inferno: quello che noi prendiamo per il canto degli angeli, è il loro canto».

il Venerdì – la Repubblica

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