Vespucci, il veliero eterno che forgia i marinai del futuro.

La Vespucci (scusate, per noi rimane al femminile...) è un mito anche negli U.S.A.

Compie 80 anni la nave scuola più celebre: issare le vele a mano educa all’high tech.

Come ha detto? La Vespucci? No, guardi, è il Vespucci. Per noi della Marina le navi sono maschili. Alcuni allievi antepongono l’articolo femminile? Se avessi la ventura di sentirli li farei fustigare a sangue…». Scherza, naturalmente, il capitano di vascello Paolo Giacomo Reale, il comandante dell’«Amerigo Vespucci», la nave scuola della Marina Militare italiana che martedì compie 80 anni di vita e soprattutto di mare.

Alberi e Gps
La battuta, però, ci fa gioco per introdurre quell’atmosfera un po’ da «Master & Commander» che ancora, sull’unità più anziana in servizio della nostra flotta e ritenuta «la nave più bella del mondo», si respira. Il compleanno sarà festeggiato a La Spezia, dove il «Vespucci» è ai lavori. Poi, superate le prove tecnche di fine maggio, la nave ripartirà per la sua settantasettesima campagna addestrativa, una crociera appunto da «Master & Commander», della durata di alcuni mesi, che segnerà per sempre il cursus honorum dei futuri ufficiali.

Ecco il tre alberi unico al mondo. Sapevate che aveva una gemella chiamata "Colombo" requisita dai Russi dopo la guerra e per lungo tempo battello fluviale dopo averle troncato i tre alberi?

È così dal 1931, anno di varo e consegna della nave: ad ogni viaggio dai 120 ai 150 allievi si aggiungono all’equipaggio base, 278 uomini, dei quali 16 ufficiali (due donne), per un confronto con il mare e le sue leggi. «E soprattutto con se stessi», aggiunge il comandante Reale.
Un viaggio che è anche a ritroso nel tempo. Termini marinareschi desueti, perché altrimenti l’augelletto, la trinchettina e il contro velaccino parlando di vele si sentirebbero soltanto nei film di pirati. Galateo navale e bon ton: le posate al tavolo rettangolare della Sala Consiglio, la più prestigiosa, sono d’argento e sono disposte come da tradizione dell’Ottocento. E poi, le manovre, che sono quelle dell’epopea dei velieri: 24 le vele, la più grande di 345 metri quadrati, da issare a forza di argani e braccia, quelle degli allievi e dei nocchieri. Vele in olona, tessuto di canapa, cavi in manila (un «gomitolo» di oltre 20 mila metri). E andature (il «Vespucci» predilige il gran lasco) da inseguire ai colpi di fischietto del nostromo, che trasmette così gli ordini del comandante. A proposito: Reale è il numero 116, mentre dal 1931 di nostromi a bordo se ne sono succeduti soltanto sedici.

Tradizione, insomma. Che nell’era di Facebook potrebbe anche suonare un po’ agé. In realtà, la nave è dotata della tecnologia più avanzata, dal radar al Gps, ma per la Marina Militare italiana il mare conta ancora respirarlo da vicino.

E poi, vale anche la pena di vivere la leggenda. Il «Vespucci» ha percorso oltre un milione di miglia in ottant’anni, incluso un giro del mondo di 28 mila (nel 2002/2003). A bordo si parla ancora della risalita del Tamigi con la nave completamente invelata del comandante Ugo Foschini e del record di velocità di 14,6 nodi segnato nel 1965 dal comandante Agostino Straulino. Eroe della vela italiana, quest’ultimo, che si dice abbia anche rifiutato l’aiuto di un cargo scandinavo, nella Manica col «Vespucci» paurosamente piegato su di un fianco, rispondendo con un «No grazie, tutto bene». Il precedente motto delle nave (oggi «Non chi comincia ma quel che persevera») era del resto «Saldi nella furia dei venti e degli eventi».

Fonte: Fabio Pozzo per http://www3.lastampa.it

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