Wikileaks, all’ombra di Assange scoppia la guerra degli hacker .

Piccona il pianeta. Picconatori uniti.

Traditori, fedelissimi e impauriti
ora i seguaci di Julian si dividono.

Sono cresciuti tutti con il mito di Julian, il fuggitivo che in un pomeriggio ha messo ko le diplomazie mondiali. Poi, quando la faccenda Wikileaks ha cominciato a farsi seria, il vecchio Mendax- il soprannome rubato al poeta latino Orazio usato da Assange nelle scorribande di fine Anni Ottanta- è diventato un’altra cosa. Per qualcuno, il moschettiere che ha beffato il mondo. Per altri, un pazzo che si è fatto prendere la mano. Symor Jenkins, per esempio, tifa Julian da una vita e domenica ha segnato un punto importante per Wikileaks. E’ lui- un trentenne che sulla sua pagina Twitter sfoggia loghi anarchici e slogan radical e si nasconde dietro la sigla “giornalista freelance”- il primo ad aver aperto i rubinetti dei file, quando il sito era sotto attacco e i quotidiani on line non avevano ancora rotto l’embargo.

Alla stazione ferroviaria di Basilea gli è capitata in mano una copia dello Spiegel uscita con un giorno d’anticipo. Appena se n’è reso conto ha cominciato a lanciare anticipazioni, beffando sul tempo i dirigenti del settimanale tedesco che hanno cercato di bloccare la fuga di notizie. Dall’altra parte della barricata- nemico giurato di Assange- c’è “The Jester“, un americano che si fa chiamare «l’hacker buono» e da mesi cercava il sistema per affossare Wikileaks. C’è riuscito. «L’ho fatto per le nostre truppe», dice. Sui blog s’è sparsa in fretta la voce che “Jester” sia un nome collettivo dietro cui si muove la cyber-controffensiva del Pentagono. Non è così, assicura Mikko Hypponen, il numero uno del colosso F-Secure, l’azienda leader nel settore della sicurezza informatica: «E’ stato lui», ha detto alla Cnn.

“Jester”, un passato in Afganistan al seguito delle Forze Speciali americane- lavora da solo, comunica via Twitter, e finalmente è venuto allo scoperto. «Cerco di affossare chi fa propaganda jihadista in Rete, chi diffonde materiale per gli Stati Uniti, chi fa il tifo per i rivoltosi», spiega. Non gli piace essere chiamato cane sciolto, ma se ne va in giro a disseminare il Web di trappole sofisticatissime- per colpire Wikileaks ha scagliato un potentissimo attacco “denial of service” sovraccaricando di contatti il sito- «per il bene dell’America». Adesso per gli ultras del «tutto su Internet senza veli» è diventato un nemico.

Ma all’ombra di Assange si agitano in tanti, e qualcuno a un certo punto gli volta le spalle. Il primo a tradire, il più famoso, è stato Adrian Lamo, spaventato dalla mole di documenti custoditi nel computer di Bradley Manning, l’analista dell’intelligence militare in Iraq conosciuto in chat e considerato una delle gole profonde del “Cable-gate”, in manette dallo scorso giugno: «Mi ha detto che voleva provocare l’anarchia globale in formato Csv e l’ho denunciato», spiega. Nelle comunicazioni con Lamo, pubblicate nei mesi scorsi da Wired News, Manning parlava proprio dei «260mila file di cablogrammi del dipartimento di Stato inviati da ambasciate e consolati di tutto il mondo» scaricati dal sistema militare a cui aveva accesso nella base irachena.

A volte i fratellini della star Julian la fanno franca, più spesso restano impigliati nella rete. Due settimane fa David House, un 23enne che fa parte di un gruppo che sostiene Manning, è stato arrestato all’aeroporto di Chicago dopo aver visitato il militare nella prigione di Quantico. Sul suo computer, adesso, stanno lavorando gli uomini del Pentagono.

Fonte: Giuseppe Bottero per http://www3.lastampa.it

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