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Wikileaks, t-shirt e tazze per fare cassa.

Cosa rivela la censura? Rivela paura...

Apre il negozio virtuale dove è possibile acquistare gadget dedicati al sito e al suo fondatore Julian Assange. Servirà per finanziare il progetto. E intanto nasce il motore di ricerca che mette ordine tra i cable riservati.

I processi costano – giovedì 24 arriva la sentenza di primo grado sulla richiesta di estradizione avanzata dalla Svezia; si prevedono appelli qualunque sia il verdetto – e i fondi si assottigliano. Ecco allora che la nuova trovata del sito anti-segreti Wikileaks per rastrellare un po’ di fondi è quella di aprire un negozio online e puntare sul merchandising.

Dalle magliette alle tazze -
Felpe, magliette, tazze, spillette, buste porta-laptop: c’è di tutto. Ma in particolar modo c’è lui, Julian Assange. Che appare anche in versione Che Guevara col basco in testa e la scritta ‘Viva la Informacion’.

A ospitare la linea WikiLeaks è la tedesca Spreadshirt AG, che in passato ha prodotto magliette per gente come le Spice Girls e Boyzone. I proventi, si legge sul sito, andranno a finanziare “interamente” le operazioni di WikiLeaks. I prezzi, non a caso, sono abbastanza alti.

I prezzi - Per una T-Shirt con la semplice scritta WikiLeaks ci vogliono infatti 17,99 euro – 26,99 se si opta per il cotone organico di American Apparel. Per la maglietta con Assange nei panni del Che bisogna sborsare invece 19,99 euro.

La versione base della T-Shirt ‘Free Assange’ costa poi 17,99 – il volto del fondatore di WikiLeaks è incorniciato fra le due parole. La classica tazza da caffè americano – la mug – viene quasi 16 euro. Per la felpa col cappuccio ci vogliono 38 euro.

Come vadano gli affari – lo store è stato aperto da poco – è ancora presto per dirlo. Detto questo, la Spreadshirt ha sottolineato come il sito fondato da Assange abbia un potenziale di vendita “migliore della media”.

A rischio il messaggio di Wikileaks - “WikiLeaks – ha detto un portavoce dell’azienda – è una proposta emotiva: o lo ami o lo odi. Per chi li ama, sostenere WikiLeaks portando una maglietta è un’ottima idea”. L’iniziativa potrebbe però anche essere una lama a doppio taglio per Assange&Co, come spiega al Wall Street Journal Maureen Hinton, esperta di marchi alla londinese Verdict Research. “Alla base di WikiLeaks ci sta il concetto di essere un po’ sovversivi”, dice. “Trasformare l’immagine del gruppo in un ‘brand’ globale diminuisce in qualche modo quel tipo di messaggio”.

La base, insomma, potrebbe anche non gradire, casse in rosso o meno. “Rischia di essere visto come un modo per incassare il sostegno dell’establishment piuttosto che agire da sovversivi”, conclude la Hinton. Sia come sia, alle 10.30 di giovedì mattina Assange dovrà varcare nuovamente i cancelli della Belmarsh Court di Londra per ascoltare il verdetto del giudice Howard Riddle. Non appena lo avrà pronunciato in aula, la sentenza sarà subito disponibile sul sito internet della magistratura britannica – in pieno stile WikiLeaks.

Il motore di ricerca dei Cable - Business a parte il sito di Julian Assange ha iniziato a mettere un po’ di ordine tra i dispacci pubblicati negli ultimi mesi. E’ nato infatti Cablegatesearch, il motore di ricerca che permette di trovare i documenti riservati inserendo le parole chiave.

Fonte: http://tg24.sky.it

 

Rolling Stone, Assange rockstar dell’anno

 

“Un’icona come Che Guevara sulle magliette, come Mao per Andy Warhol”. Il “capo pop della fine della diplomazia e della sicurezza imperiale”. La “vera stella rock degli anni Tremila”. Con questa motivazione ‘Rolling stone’ incorona Julian Assange ‘Rockstar del 2010′.

E, sottolineando la somiglianza “semplicemente impressionate” con David Bowie nel film “L’uomo che cadde sulla terra”, gli dedica una copertina, tratta dal poster della pellicola, con il volto di Assange a sostituire quello del ‘Duca bianco’. E il titolo, riveduto e corretto, “l’uomo che cadde (dalla rete) sulla terra”.

Il riconoscimento che Rolling Stone Italia assegna tradizionalmente “al personaggio che si è distinto nel corso degli ultimi 12 mesi per il suo carattere e temperamento rock’n'roll”, verrà reso ufficiale sul numero di gennaio del 2011. “Il rock informatico dell’argentato Assange – si legge nel sito della rivista – sarà quello che porteremo con gioia insieme a noi per l’intero 2011. E’ l’angelo sterminatore di ogni segreto dei poteri marci”.

 

(fonte: Ansa.it)

 

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Babbo Natale non esiste: sono mamma e papà. Firmato: Wikileaks. L’sms più bello circolato in questi giorni di gioie (e tristezze…).

Non sono reale...insomma, non esisto!

Ora che anche questo Natale volge al termine possiamo dircelo senza temere di spaventare quei (pochi…) bambini che ancora ci credono: Babbo Natale non esiste; ci voleva Wikileaks -che ha pubblicato la notizia, subito ripresa dal quotidiano “Norvegian Girl”- per scoprirlo una volta per tutte. Una “gola profonda”, forse della Nato, ha fornito ad Assange le chiavi per accedere alla informazione, riservata da secoli. Niente renne, dunque, niente foreste polari o slitte; o fabbrica dei regali…o barbe, finte o vere che siano. Niente di niente; Babbo Natale si traveste più che altro da genitori, da Mom e Dad, come diceva in inglese l’sms originale che, evidentemente, arrivava dall’altra parte dell’oceano.

Pazienza. I regali sono consegnati, quel pò di cassa che doveva girare è girata.Dunque anche per il commercio il danno è limitato. E nei prossimi 365 giorni ci penserà Berlusconi a ricostruire in toto l’immagine di Papà Natale. A lui queste ricostruzioni riescono benissimo e, soprattutto, a lui  tutti credono.

Buon anno, dunque. La vita è uno stato mentale.

Marco Mottolese. Newsfromtshirts.

Time: Zuckerberg uomo dell’anno; Mister Facebook batte Assange.

Troppo "fuori dalle regole" Mister Assange per essere uomo dell'anno...

 

Meglio il super Nerd no?

La rivista incorona il 26enne. Ma i lettori tifavano per il capo di Wikileaks.

Dareste l'amicizia ad una "face" del genere?

L’uomo dell’anno ha ventisei anni, un impero da quasi sette miliardi di dollari e il sorriso da secchione che ce l’ha fatta. La rivista Time ha incoronato Mark Zuckerberg, fondatore e numero uno di Facebook: è lui il protagonista del 2010. I lettori avevano scelto Julian Assange, la direzione del magazine ha preferito Zuckerberg perché, parola del direttore Richard Stengel, nonostante «non abbia rispetto delle autorità tradizionali, dà la possibilità agli individui di condividere volontariamente informazione con l’idea di dare loro più potere».

Lui e Assange, è il ragionamento di Time, «sono due facce della stessa medaglia, entrambi esprimono un desiderio di apertura e trasparenza». Ma mentre l’australiano che sfida i governi vede «il mondo pieno di nemici reali o immaginari», l’ex studente di Harvard, «nato nel 1984, lo stesso anno in cui è stato lanciato il primo Macintosh» e che ora ha «messo in relazione oltre mezzo miliardo di persone, considera il mondo zeppo di potenziali amici».

Il riconoscimento di Time (che nel 2009 aveva premiato Ben Bernanke e nel 2008 Barack Obama) chiude un anno di luci e ombre per il fondatore di Facebook, spesso oggetto degli attacchi di chi lo considera il nemico numero uno della privacy. Prima la fuga di dipendenti e iscritti al social network verso Diaspora e gli altri siti più attenti alla trasparenza, poi l’uscita del film di David Fincher che mette in scena la nascita di Facebook, hanno rischiato di scalfire l’immagine di Zuckerberg, entrato all’inizio di dicembre nel club dei paperoni filantropi guidato da Bill Gates. «Essere nominati persona dell’anno non è e non è mai stato un onore – spiega il direttore di Time- è il riconoscimento del potere di alcuni individui nell’influenzare il nostro mondo».

Ora per Mark si aprono prospettive nuove. La prima è l’ingresso in Borsa del gruppo, più volte rimandata e programmata per il 2011. Zuckerberg è appena un anno più vecchio di Charles Lindbergh, il primo e più giovane “man of the year”, scelto nel 1927 per la sua trasvolata atlantica. Ed ha la stessa età che aveva la Regina Elisabetta, ricorda ancora il direttore di Time, quando fu scelta dal settimanale americano nel 1952. «Ma a differenza della Regina, non ha ereditato un impero, lo ha costruito», scrive Stengel, ricordando per inciso come la monarca britannica proprio recentemente abbia aperto una sua pagina su Facebook.

Fonte: Lastampa.it

Wikileaks, prove tecniche di scisma.

La maglietta recita ( in norvegese): SCAVARE NEL TEMPO. (E lui si che sa scavare…)

Va on line OpenLeaks.org, la piattaforma che affida le rivelazioni ai giornali .”Via da Julian. Se vogliamo la trasparenza non possiamo avere segreti”.

Sotto attacco informatico per la divulgazione di migliaia di rapporti top secret inviati dai diplomatici americani negli ultimi anni, ostracizzata da alcuni dei principali fornitori di servizi su Internet come Amazon e PayPal, Wikileaks deve fare in conti anche con i frutti di uno scisma consumatosi a ottobre al suo interno.

All’epoca, fuoriuscirono dall’organizzazione diversi membri di primo piano, irritati, a quanto si disse, dai metodi autocratici del leader Julian Assange e dalla decisione di non cancellare del tutto dai documenti appena pubblicati sulla guerra in Iraq e Afghanistan, i nomi degli informatori e dei collaboratori degli occupanti.

Dalla prossima settimana, Daniel Domscheit-Berg (che finché è rimasto nell’organizzazione è stato l’unico altro volto pubblico di Wikileaks, assieme ad Assange), Herbert Snorasson e gli altri “ribelli”, lanceranno OpenLeaks, una piattaforma di divulgazione di informazioni che ha molti punti in comune con Wikileaks, ma anche alcune sostanziali differenze.

La principale è che il materiale in possesso di OpenLeaks non verrà pubblicato dall’organizzazione stessa, ma verrà affidato, di volta in volta a una testata giornalistica, a un sindacato, a una Ong o a qualsiasi altra associazione scelta da chi ha rivelato le indiscrezioni. OpenLeaks si limiterà quindi a fare da tramite, fungendo da “fermo posta” criptato e garantendo l’anonimità e la sicurezza della fonte.

“Non pubblicando alcun documento direttamente e a nostro nome – ha raccontato uno dei promotori al giornale svedese Dagens Nyheter, che per primo ha divulgato la notizia – pensiamo di non dover sopportare tutta la pressione politica a cui Wikileaks è sottoposto in questi giorni”.

Una linea di condotta piuttosto scaltra, che fa tesoro della singolare reazione dei politici americani e di parte dell’opinione pubblica alle ultime fughe di notizie: tutta la rabbia si è concentrata sull’organizzazione guidata da Assange, mentre i giornali, come il New York Times, che hanno pubblicato il materiale fornito, ne sono stati quasi del tutto immuni.

I referenti iniziali di OpenLeaks, il cui lancio ufficiale è fissato per lunedì, in una prima fase saranno cinque grandi testate internazionali, ma l’obiettivo è quello di allargare ben presto il numero di partner coinvolti. “Se un giornale deciderà di non pubblicare le indiscrezioni, trascorso un certo periodo di tempo, stabilito dalla nostra fonte, le gireremo a qualcun altro – ha spiegato Domscheit-Berg a Forbes – non potranno limitarsi a tenerle in un cassetto”.

L’intento della nuova piattaforma non sembra però quello di fare concorrenza diretta a Wikileaks. “Quello a cui puntiamo è così fondamentalmente diverso, che non la vediamo come una competizione – afferma Domscheit-Berg”. E anche Assange, in una recente intervista, ha sostenuto di non essere preoccupato dall’arrivo di OpenLeaks, anzi di esserne contento. “Il fatto che ci siano più attori in questo settore ci aiuta – ha commentato – Ci protegge”.

Fonte: Federico Guerrini per http://www.lastampa.it/

Tutto il mondo protesta per Assange.

Anche "el Che" si schiera con Assange...

Manifestazioni in solidarietà con il fondatore di Wikileaks sono annunciate un po’ ovunque, intanto monta la polemica sulla mossa legale degli americani

048235 wiki protest Tutto il mondo protesta per AssangeOggi in diverse città del mondo si svolgeranno numerose manifestazioni di protesta contro l’arresto di Julian Assange. Manifestazioni sono  nelle capitali di Spagna, Olanda, Colombia, Argentina, Messico e Perù. Un’unica richiesta: il rilascio Assange, il ripristino del nome del dominio Wikileaks e  dei servizi di credito Visa e Mastercard per consentire ai sostenitori di donare soldi al network di Assange.

ASSANGE LIBERO, USA STOPPER? – Una dichiarazione sul sito web in lingua spagnola Free WikiLeaks riporta: “Noi vogliamo la liberazione di Julian Assange da parte del Regno Unito”. Il sito web ha invitato i manifestanti a raccogliersi alle 18:00 a Madrid, Barcellona, Valencia e Siviglia e in altre tre città spagnole. Gli organizzatori della protesta chiedono ”il ripristino del dominio internet di WikiLeaks (wikileaks.org)”, e il la riattivazione dei servizi Visa e MasterCard, le società che gestiscono le omonime carte di credito per consentire la “libertà di trasferire il denaro”, perché nessuno ha “dimostrato colpe di Assange”, né a carico di WikiLeaks è stato dimostrato alcun crimine. Assange è in carcere Wandsworth a sud di Londra dopo che gli è stata rifiutata la cauzione per la scarcerazione, martedì. La Svezia, intanto, sta cercando di ottenere la sua estradizione per le accuse relative alla presunta violenza sessuale di una sua cittadina, da parte dello stesso giornalista australiano. Ma, la cosa che fa più temere i difensori di Assange è la possibile  incriminazione del loro assistito da parte delle autorità statunitensi.

Pg 16 assange epa 507145s Tutto il mondo protesta per AssangeGLI AMERICANI FORSE CI PROVANOJennifer Robinson ha detto che il suo team ha saputo da “vari avvocati statunitensi diverse voci circa la possibile messa in stato d’accusa di Assange. Per alcuni già sarebbe stata avviata la procedura, ma noi non sappiamo ancora niente”. Secondo alcuni rapporti, Washington sta cercando di perseguire Assange ai sensi della legge 1917, che è stato utilizzata senza successo per cercare di imbavagliare il New York Times che aveva pubblicato dei documenti del Pentagono nel 1970. Tuttavia, nonostante l’escalation retorica nel corso degli ultimi quindici giorni, nessuna accusa è stata ancora presentata e fonti governative dicono che non sono a conoscenza di qualsiasi movimento in preparazione. La Robinson ha detto che il team Assange non crede che gli USA hanno motivi per perseguirlo, ma hanno capito che a Washington si è “guardato da vicino le altre spese, come il costo del computer (si riferisce probabilmente al server dove stazionava il sito di Wikileaks) quindi abbiamo un occhio di riguardo”. All’inizio di questa settimana, il procuratore generale degli Stati Uniti, Eric Holder, ha detto che le “rivelazioni di Wikileaks, hanno messo a rischio una marea di documenti diplomatici ed ha autorizzato una indagine penale”.

Fonte: http://www.giornalettismo.com

Gli “anonimi” lanciano l’operazione per vendicare Assange.

I pirati son tornati...le economie tremino.

Secondo diverse agenzie stampa, dalla giornata di ieri un gruppo di hacker è in azione per “punire” chi sta creando il vuoto attorno a Wikileaks e Julian Assange. Oltre ai fenomeni sempre più diffusi di “disobbedienza digitale” che hanno portato molti a cancellare i propri account di Amazon – perché Bezos si è reso “colpevole” di essere stato tra i primi ad abbandonare la brigata dei leaks diplomatici -, la rete etica si è scatenata per mettere fuori uso i siti degli altri “traditori”. Il gruppo hacker chiamato “Anonymous”, una firma digitale di molti attacchi etici 

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– da Youtube alle elezioni iraniane (foto a destra) – che definisce una realtà molto ampia di “contestatori” online ma anche offline (vedi foto sopra), avrebbe dato il via all’operazione “Avenge Assange” a cui si è subito collegata anche l’operazione “Payback”, attiva in Rete già da settembre per sostenere i diritti della pirateria digitale. Finora gli attacchi hanno già colpito diverse realtà, clamorose le azioni contro Mastercard e Paypal, attacchi in serie sempre dello stile Ddos – “Distributed denial-of-service denial” – che hanno reso i siti del colosso delle carte di credito prima e quello dei pagamenti online inaccessibili per diverse ore. Tutt’e due le realtà si sono rese colpevoli di aver bloccato i bonifici dei sostenitori al sito di Wikileaks, così come era già accaduto con Visa e le Poste svizzere. 

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L’azione infatti pare tutt’altro che finita. Senz’altro finora sono stati colpiti il sito della PostFinance, divisione della Swiss Post, il sito della procura svedese, il provider americano EveryDNS che aveva reso invisibile Wikileaks.org, il sito del senatore Lieberman, infine la Borgstrom and Bostrom, lo studio legale che rappresenta le due donne che accusano Assange. Mentre quindi quelle che vengono definite le “orde di 4chan”, dal nome della bacheca anarchica online, non avrebbero ancora finito i propri obiettivi, c’è chi si sta muovendo contro la censura a Wikileaks per vie legali. Il sito svizzero-islandese Datacell, incaricato di canalizzare le donazioni fatte attraverso carte di credito e bonifici bancari, ha annunciato in una nota azioni legali per fare in modo che sia Visa sia Mastercard mettano termine all’embargo nei confronti di Wikileaks. “I clienti di Visa ci hanno ribadito in massa di voler fare le donazioni e non sono affatto contenti che Visa le respinga”. DataCell accusa le due istituzioni finanziarie di essersi piegate a “pressioni politiche” invece che occuparsi di ciò per le quali sono state create, “trasferire denaro”. Esse, sottolinea infine la nota “non hanno invece problemi a trasferire denaro a siti di scommesse e di pornografia”.
Fonte: http://vitadigitale.corriere.it  (Federico Cella)

HACKER! BUCATO NELLA NOTTE IL SITO DELL’INTERPOL – IL CASO WIKILEAKS RISCHIA DI SCATENARE UNA GUERRA INFORMATICA.

Uncina il pianeta! I pirati sono tornati...medioevo prossimo venturo?

IL MONDO STA PER SUBIRE ACCELLERAZIONI IMPENSATE…

Ho saputo stanotte che il sito dell’Interpol è stato bucato dagli hacker. Ho gli screenshot della home page bucata, che non pubblico qui ora perchè non è questo il punto. Ma la mia fonte è bene informata: mi ha spiegato che “la vulnerabilita’ e’ un XSS (Cross Site Scripting, errore molto banale da parte di Interpol…) sommato al reverse engineering dell’algoritmo che gestisce l’aggancio a fotografie dall’esterno”. Un linguaggio tecnico complicato per i non addetti ai lavori, ma è chiara una cosa: persino l’Interpol – che sicuramente custodisce nelle sue banche dati informazioni top secret – non è capace di garantirsi un sito a prova di hacker.

Questo rende bene l’idea di quanto siano esposti i segreti nell’era digitale, di quanto sia difficile tenerli tali. E stiamo scoprendo che il pubblico può usare Internet e trasformare la Rete in uno strumento potente per ribellarsi ai propri governi, che sono in balìa dei sistemi informatici per tutta la loro rete di informazioni, più o meno sensibili. L’unica è che chi detiene il potere mantenga una posizione equilibrata e democratica, senza violare diritti fondamentali come la libertà di espressione. “Western Democracies must live with leaks” (le democrazie occidentali devono saper convivere con le fughe di notizie) scriveva l’altro ieri il Guardian. Ordinare l’abbattimento di Wikileaks e ancora peggio del suo fondatore non è un atteggiamento democratico e men che meno equilibrato. Ovvio che, nell’era di Internet, questo non venga accettato e il popolo della Rete si inalberi. 

Gli hacker sono per lo più normali cittadini esperti informatici con un’etica ben dichiarata: si battono per cause come quella di Wikileaks (e se qualcuno non conoscesse la causa di Wikileaks, consiglio la lettura della sua sezione “ About“, riportata anche nei vari siti mirror). Ma possono rapidamente passare dalla parte del torto e tra di loro molti diventare “cattivi”, se si instaura un clima di guerriglia informatica.

La violazione del sito dell’Interpol di stanotte significa che potremmo avere presto una moltiplicazione di “cablegate”, con conseguenze inimmaginabili: perchè gli hacker del mondo si stanno alleando per solidarietà dopo l’arresto di Julian Assange e il blocco delle donazioni al suo sito. E lo stanno facendo in due modi diversi: uno etico, di protesta civile, che è comunque molto potente: sono in tantissimi ad abbandonare per esempio l’abbonameno a PayPal, il sistema di pagamento online che su richiesta degli Stati Uniti ha improvvisamente smesso di funzionare per pemettere le donazioni sul sito di Wilikeaks.  Questa forma di protesta, di ribellione popolare, per “punire” Paypal alla fine potrebbe avere la meglio e la scelta di PayPal potrebbe rivelarsi un boomerang. 

L’altro modo di ribellarsi esula invece dall’etica hacker e finisce nell’illegalità: come l’operazione di accesso negato (denial of service) nei confronti della Mastercard, che oggi si ritrova tutti i siti del mondo bloccati, un disservizio per tanti utenti. Ed è solo un assaggio di quello che potrebbe succedere. D’altra parte, se il solo soldato Bradley Manning, l’americano di 23 anni, è riuscito a inviare a Wikileaks salvati su un dischetto tutti quei documenti riservati scaricati mentre stava al suo computer nella sua base militare in Iraq, penetrando con facilità i database dei diplomatici e dando il via al cablegate, immaginate i “danni” che potrebbero fare centinaia di migliaia di cittadini digitali arrabbiati per l’accanimento delle autorità contro Wikileaks e contro il suo fondatore, competenti di informatica al punto da essere già stati in grado di bloccare o penetrare le banche dati di tutte le principali organizzazioni del mondo, dalle poste svizzere a PayPal, alla Visa, la Mastercard, fino ad arrivare al sito dell’Interpol, la polizia internazionale che ha spiccato il mandato di cattura per Assange (e non si fermeranno qui)?

Vale la pena trasformare Assange - che non è un hacker, ma un citizen-journalist con il pallino del giornalismo “scientifico” che documenti eventuali misfatti pubblici  - in un eroe di Internet e spingere i suoi sostenitori informatici a fare la guerra a chi lo attacca? Forse questa guerra non s’ha da fare. Speriamo che qualcuno abbia il buonsenso di fermarla e di abbassare i toni dello scontro. La soluzione non è bloccare Wikileaks e arrestare Assange. Quella è solo una miccia che, se lasciata accesa, rischia di fare scoppiare una vera bomba.

Fonte: Anna Masera per lastampa.it

Assange arrestato, la rivolta degli hacker .

Wikileaks sanguina...Assange nelle mani della giustizia...

Il fondatore di Wikileaks Julian Assange si è consegnato oggi alla polizia britannica, che lo ha tratto in arresto in base al mandato spiccato dall’Interpol per l’inchiesta di stupro aperta in Svezia.

Per il portavoce di Assange l’arresto del fondatore di Wikileaks è un attacco contro la libertà dei media. Che non fermerà le attività del gruppo.

Resa concordata
Stando a quanto precisato da Scotland Yard, Assange si è presentato questa mattina alle 9.30 a un commissariato di polizia di Londra, come concordato con i suoi legali, e dovrà comparire in giornata davanti alla corte di giustizia di Westminster, chiamata a decidere sulla sua estradizione in Svezia.

Il 18 novembre scorso, la magistratura svedese ha spiccato un mandato di arresto nei confronti dell’australiano di 39 anni per interrogarlo “su ragionevoli sospetti di stupro, aggressione sessuale e coercizione” commessi ai danni di due donne nell’agosto scorso.

Il 1 dicembre scorso, l’Interpol ha diffuso nei 188 Paesi membri dell’organizzazione la “richiesta di mandato di arresto a fini di estradizione” ricevuta dalla Svezia. Due giorni dopo, però, la Svezia è stata costretta a emettere un nuovo mandato di arresto, per rimediare ai vizi procedurali contestati da Scotland Yard, che non aveva potuto procedere all’arresto.

Ieri, il legale Mark Stephens aveva fatto sapere di aver avviato i contatti con la polizia britannica per un incontro volontario. Nei giorni scorsi, Assange ha fatto sapere di essere pronto a contestare l’estradizione in Svezia, perchè potrebbe portare alla sua consegna agli Stati Uniti.

Il giorno del giudizio
Tutto e’ pronto per l’immissione in rete del ‘file’ ‘Giorno del Giudizio’ di Wikileaks, ma l’organizzazione anti-segreti di Julian Assange non ha ancora intenzione di scatenarlo. Lo riportano fonti del Guardian. Wikileaks aveva minacciato di rendere pubblico un codice segreto che avrebbe offerto la chiave per aprire la ‘cassaforte’ di documenti riservati dell’organizzazione se Assange fosse stato arrestato.

La rivolta degli hacker
Un gruppo di hacker, “Operation Payback”, afferma di aver lanciato con successo oggi attacchi informatici contro PayPal e PostFinance, in risposta alla chiusura delle donazioni per Wikileaks e del conto dello stesso Assange in Svizzera.

“La banca svizzera (PostFinance) che ha chiuso il conto a Assange e’ stata tirata giu’ oggi con un Ddos attack (negazione del servizio, lo stesso lanciato in piu’ occasioni contro i domini di Wikileaks in questi giorni, ndr)”, recita un annuncio del gruppo su Twitter. Qualche ora prima, un altro assalto informatico era stato lanciato contro PayPal, sempre da Operation Payback. Le due società non hanno confermato la notizia.

Fonte: http://www.rainews24.rai.it/

Caccia ad Assange, ricercato dall’Interpol. Corri Julian, corri…

Ti metti contro il Potere...ecco il risultato...

Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, e’ una personalita’ inafferrabile, profeta della trasparenza assoluta con molte zone d’ombra. Creatore, portavoce e figura emblematica del sito specializzato in documenti confidenziali, l’australiano 39enne sconosciuto all’inizio del 2010, e’ ora uno dei personaggi piu’ in vista del pianeta al punto tale che la prestigiosa rivista americana Time lo vede come possibile uomo dell’anno.

”Abbiamo tre obiettivi: rendere libera l’informazione, smascherare abusi, e salvaguardare i documenti che fanno la Storia”, aveva riferito ad agosto lo stesso Assange in occasione di una delle rare apparizioni pubbliche.

Ma colui che fa tremare il Pentagono svelando i segreti meglio custoditi, e’ anche l’uomo enigmatico che rifiuta di dichiarare la sua esatta data di nascita. Nato nel 1971 nel nordest dell’Australia, Assange vive un’infanzia movimentata durante la quale frequenta 37 scuole. Adolescente a Melbourne, scopre il suo talento da pirata informatico ma la polizia lo condanna per hackeraggio e paga una grossa multa.

L’hacker pentito diventa poi consigliere di sicurezza, imprenditore, consulente tecnologico, ricercatore di giornalismo, padre di un ragazzo di vent’anni, Daniel. Fonda Wikileaks alla fine del 2006 e, nonostante il sito inizi a farsi conoscere da subito con i primi scoop, Assange sale alla ribalta della scena pubblica internazionale solo quest’anno.

I 250 mila documenti diplomatici statunitensi diffusi domenica scorsa si aggiungono alla massa corposa di pubblicazioni uscite a luglio e ottobre: centinaia di migliaia di carte dell’esercito americano sulle guerre in Afghanistan e Irak.

Al comando di Wikileaks, Assange sembra il protagonista di un romanzo di spionaggio. Si sposta di continuo, abita da amici di amici, si rifiuta di dire da dove viene e dove e’ diretto, cambia ripetutamente numero di telefono e lo diffonde col contagocce.

Alto, magro, il sorriso sarcastico, pesa ogni parola con lentezza e voce monocorde. Taglia e tinge di nero i suoi capelli biondo platino che gli conferivano un aspetto un po’ dandy, un po’ agente segreto.

Alla fine dell’estate i problemi si moltiplicano: in Svezia due ragazze lo accusano di stupro e aggressioni. Le indagini vanno a rilento ma a meta’ novembre la Svezia spicca un mandato di arresto internazionale per interrogarlo.

I problemi sorgono anche dentro Wikileaks quando il portavoce tedesco dell’organizzazione, Daniel Domscheit-Berg, se ne va a fine settembre denunciando l’autoritarismo di Assange. L’australiano e’ accusato anche di irresponsabilita’ a causa di alcune pubblicazioni che ”potrebbero mettere in pericolo vite umane”.

”Il nostro obiettivo non e’ colpire persone innocenti”.

Cosi’ si difende Assange che, braccato, si vede offrire un rifugio dall’Ecuador che gli mette a disposizione un permesso di soggiorno senza condizioni.

Fonte: Asca.it

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