Post Taggati ‘ web ’

Gli Stati Uniti preparano l’«interruttore ammazza Internet».

Il presidente Usa per gravi minacce potrà “staccare la spina” alla rete per un termine massimo di 120 giorni.

Il ragno "incastrato" nella sua stessa rete...

L’hanno ribattezzata Internet Kill Switch, l’interruttore ammazza Internet. O anche, con mirabile miscela di concisione e ironia, Kill Bill, ovvero la proposta di legge (bill) che potrebbe fare a pezzetti l’indipendenza della Rete. In nome, beninteso, della sicurezza nazionale americana. Si tratta del provvedimento sulla Protezione del cyberspazio come risorsa nazionale (Protecting Cyberspace as a National Asset Act) appena approvato dalla Commissione per la sicurezza nazionale e gli affari governativi del Senato Usa, e quindi in pole position per incassare il sì dell’assemblea.

LA PROPOSTA DI LEGGE – Una proposta legislativa che fa i conti con l’ossessione cyber-sicuritaria cresciuta negli ultimi mesi nell’amministrazione statunitense e che in buona sostanza conferisce al presidente l’autorità di adottare “misure di emergenza a breve termine” al fine di proteggere la rete Internet nazionale e le infrastrutture collegate da eventuali attacchi, virtuali e non. Tra i poteri concessi anche quello di chiedere alle principali aziende del settore di staccare la spina, sospendendo le connessioni per un limite massimo di 120 giorni (oltre il quale è necessaria l’autorizzazione del Congresso). A dover sottostare al provvedimento (e a una nuova agenzia creata ad hoc, il National Center for Cybersecurity and Communications) saranno dunque i fornitori di connettività, i motori di ricerca, ma anche case produttrici di software e hardware in base, pare di capire, alla discrezionalità del Dipartimento della Sicurezza nazionale. Per “infrastruttura informativa”, si legge nella proposta di legge, s’intende infatti la cornice che supporta “l’elaborazione, la trasmissione, la ricezione o l’archiviazione di informazioni elettroniche, inclusi apparecchi elettronici programmabili, reti di comunicazioni e ogni hardware, software e dato associato”. Una definizione tanto vaga quanto ampia che ha subito generato una levata di scudi non solo nella forte lobby hi-tech, ma anche tra le associazioni a difesa dei consumatori e delle libertà digitali.

LE PROTESTE – Queste ultime, tra cui la American Civil Liberties Union e il Center for Democracy & Technologies, hanno inviato una lettera pubblica al Senato, in cui chiedono proprio di specificare cosa s’intende per infrastrutture critiche e per misure d’emergenza. Pur riconoscendo che la legge non amplia la sorveglianza elettronica al di fuori dei limiti consentiti attualmente, per cui è comunque necessario l’avallo di un giudice – un timore che dai tempi dell’amministrazione Bush è rimasta una preoccupazione vigile tra gli attivisti digitali – la missiva sottolinea che “la legislazione sulla cybersicurezza non deve erodere i nostri diritti”. E che dunque “le misure d’emergenza prese non devono, senza fondati motivi, interrompere le comunicazioni Internet”.

IL MODELLO CINESE – Il provvedimento, presentato dal senatore indipendente filo-democratico Joe Liberman, non molto esperto di Rete ma vicino ai repubblicani sulla politica estera e la sicurezza, potrebbe avere anche conseguenze al di fuori dei confini americani, sia per la natura interconnessa di Internet, sia perché definisce “infrastruttura informativa nazionale” anche ciò che si trovi fisicamente fuori dagli Stati Uniti ma la cui distruzione possa provocare un danno catastrofico nel Paese. Certo non rassicura il fatto che Liberman, per difendersi dalle critiche, abbia preso a modello Pechino: «La Cina può disconnettere parti di Internet in tempo di guerra – ha dichiarato il Senatore -. Abbiamo bisogno di poter fare lo stesso». 

CYBER-SICUREZZA PRIMA DI TUTTO – Tuttavia, a favore di Kill Bill, sono arrivate altre voci. Secondo alcuni commentatori, la legge non aumenterà affatto i poteri del presidente, anzi, potrebbe semmai limitarli. Il paradosso deriva dal fatto che, come sostiene Alan Paller, direttore dell’istituto tecnologico SANS Institute, non ci sarebbe nessuno interruttore ammazza Rete perché tale eventualità è già prevista dalla legislazione vigente, e precisamente dal vecchio pre-Internet Communications Act del 1934. Disquisizioni giuridiche a parte, è comunque chiara la volontà di Washington di mettere la cyber-sicurezza in cima alla lista delle proprie priorità. Una decisione accelerata probabilmente dall’attacco subito da Google e da una trentina di aziende americane lo scorso dicembre, quando degli hacker di probabile provenienza cinese violarono mail e sistemi di sicurezza blindati. E forse non è un caso che proprio in questi giorni il direttore della Cia Leon Panetta abbia definito la cyber-guerra la minaccia più grave tra quelle a cui gli Usa non stanno prestando la dovuta attenzione. Anche se ora, a ben vedere, di attenzione ce n’è fin troppa.

Carola Frediani per Corriere.it

post:  certo che Obama…prima crea la sua campagna elettorale sulla rete e poi la vuole controllare! Obamaaaaaaa.

Una bellissima intervista al fondatore di Facebook che fa riflettere…

Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sà che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza...e quindi..." (Nanni Moretti - Caro Diario)

INTERVISTA A ZUCKERBERG

 “Per la mia generazione
la privacy non è un valore”

CANNES – L’aria simpatica, a dire il vero, non ce l’ha. E non è nemmeno particolarmente affascinante, o carismatico. Mark Zuckerberg sembra un qualsiasi ragazzo di poco meno di trent’anni, leggero, semplice, imbarazzato, addirittura timido, non propriamente a suo agio in un’intervista. Eppure e a capo di un impero, quello di Facebook, che in soli sei anni ha cambiato le regole del gioco in rete, trasformando il suo piccolo social network universitario in una piattaforma di comunicazione planetaria.

Mr. Zuckerberg, pensava davvero di arrivare a tanto quando ha iniziato?
“Francamente no. Ma a ben guardare non credo ci sia nulla di particolarmente strano, perché faccio parte di una generazione diversa dalle altre, la prima ad essere cresciuta con Internet. Sono stato abituato fin da piccolo a vedere cose nuove, tecnologie interessanti, cresciuto con Napster, Wikipedia, Aol, e tutto il resto. Facebook è un’ evoluzione naturale, perché non fa altro che rimettere al centro il motivo stesso della esistenza di Internet, la connessione tra persone. E si sta trasformando in altre cose. E’ un momento fantastico, non credo che finirà presto”.

Immagina un momento analogo nella storia?
“Forse quello che si è avuto quando è arrivata la televisione. Ma neanche questo è un paragone corretto, perché la tv è unidirezionale, mentre il web ti consente una forma di partecipazione assolutamente inedita, ti consente di entrare in contatto con tutti, partecipi alle discussioni anche con il governo, e questo non è mai accaduto prima. Ed è solo l’inizio di ulteriori cambiamenti perché man mano Internet diventa un esperienza sempre più personale”.

E come si evolverà Facebook?
“Sarà l’evoluzione che i nostri utenti vorranno. La nostra filosofia è quella di costruire prodotti attorno ai desideri e le necessità della gente, non vogliamo imporre nulla. Ed in questo la personalizzazione sarà determinante, così come i social plugins”

Cosa sono?
“Sono dei widget che con un semplice “drag and drop” puoi aggiungere al tuo sito e ti consentono di interagire con i tuoi amici o quelli che frequentano il sito. I primi dati sono incoraggianti, potrebbero essere una novità interessante”.

Il tema della privacy rivestirà un’importanza sempre maggiore.

“Certamente. Ma bisogna capire che le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni. E che il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore. Per noi i controlli sulla privacy sono sempre stati importanti, fin dall’inizio, se abbiamo commesso quale errore lo abbiamo immediatamente corretto. Il dialogo con i nostri utenti è fondamentale, quello che è accaduto è che la gente ha posto delle domande giuste e che noi abbiamo raccolto il loro feedback rendendo tutto più semplice e comprensibile”.

Quanto posso essere sicuro che quello che metto su Facebook resta mio?

“Tutto quello che la gente mette sul sito è suo. Ognuno decide liberamente cosa fare dei propri dati. Vogliamo che il nostro sia un ambiente sicuro, dove anche il rapporto con i partners e le aziende sia chiaro a tutti”.

Il vostro sta diventando anche un business di successo.
“Siamo stati fortunati, molte aziende ci mettono anni per affermare il loro prodotto, noi ci abbiamo messo pochissimo, è esploso per suo conto. Negli ultimi anni molte aziende hanno sperimentato con Facebook, adesso non sono più sperimentazioni, le cose funzionano, e le aziende lavorano con noi su campagne particolari. Le dimensioni del mercato che serviamo sono molto ampie e possono diventarlo ancora di più. La pubblicità cambierà completamente in funzione dei social network, diventerà sempre più interattiva e personalizzata. Quello che possiamo fare non è cercare di fare più soldi oggi ma di costruire basi solide per i guadagni di domani, siamo in una ottima posizione per lavorare con le aziende e gli utenti nella maniera migliore”.

C’è chi pensa che vi stiate trasformando in una media company…

“No, siamo un azienda di tecnologie. Ma è vero anche che siamo una cosa nuova rispetto alle aziende del passato. Siamo una “media technology company”, costruiamo tecnologie ma vendiamo media. Del resto tutti stanno cambiando in questo senso, anche Apple e Microsoft”.

A cosa è dovuto questo cambiamento?

“Al fatto che tutto si è frammentato. Sei anni fa era ragionevole partire costruendo un sito web, oggi devi pensare ai computer, ai tablet, agli smartphone, ai televisori digitali, alle console per giochi. Quando la gente pensa a una piattaforma la pensa ancora in maniera verticale, quella che noi cerchiamo di costruire e invece una piattaforma orizzontale, un ambiente in cui la gente può entrare da ogni terminale”.

Fonte: Ernesto Assante per www.repubblica.it

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 8.386 follower

%d bloggers like this: