
Per il nuovo codice della strada sudafricano...
Vuvuzela? NO GRAZIE!
Ormai è diventata un po’ come la storia di Pier Capponi, che nel 1494 cacciò dall’Italia re Carlo VIII di Francia: «Se vuoi suonerete le vostre trombe – minacciano oggi con orgoglio i sudafricani – noi suoneremo le nostre vuvuzelas». E il risultato grosso modo è lo stesso, nel senso che le squadre straniere non vedono l’ora di scappare dagli stadi, assordate dal suono di quelle micidiali trombette che stanno diventando il simbolo onnipresente del Mondiale.
Una carica di elefanti impazziti, un enorme sciame di api infuriate, le urla disperate delle capre trascinate al macello. Le senti sugli spalti, le senti per strada, le senti anche di notte, sperando con tutto il cuore che chi le sta suonando si strozzi.
Un famoso commentatore locale, Jon Qwelane, le ha definite «strumento infernale», imputando a loro la sua decisione di non guardare più partite dal vivo. I sudafricani, però, amano raccontare tutta un’altra storia.
Per esempio Najima, che ha ventidue anni, viene da Soweto e studia all’università: «Le vuvuzelas nascono dagli antichi corni dei kudu, le antilopi, che venivano usati per radunare la gente nei villaggi. Questi strumenti ancestrali servivano anche per guidare gli eserciti in guerra, e quindi le loro repliche moderne fatte di plastica si adattano bene al clima di battaglia figurata che regna sui campi da calcio». Siccome Najima è una ragazza sincera, aggiunge anche un’altra versione: «La tradizione moderna, in realtà, è nata intorno agli anni Settanta.
Freddie «Saddam» Maake, un famoso tifoso della squadra di Johannesburg dei Kaizer Chiefs, voleva una tromba molto potente per manifestare tutto il suo entusiasmo. Premetto che anche io tifo per i Chiefs, dove gioca il goleador della prima partita dei Bafana Bafana, Siphiwe Tshabalala, e quindi lo capisco.
All’inizio adattò la trombetta di una bici, prolungandola con un tubo di alluminio, ma siccome era un oggetto metallico lo bandirono dagli stadi come arma pericolosa. Allora si mise a cercare un produttore che volesse costruire le vuvuzela di plastica, e trovò Neil van Schalkwyk della Masincedane Sport». Il resto è storia. Le infernali trombette riempirono subito tutti gli stadi sudafricani, facendo guadagnare alla Masincedane oltre due milioni di euro, per ora.
La vuvuzela classica è lunga circa un metro, e quando viene soffiata per bene produce un suono da 127 decibel. Infatti anche sull’origine del nome esistono due versioni, entrambe irritanti: la prima è che venga dallo zulu, e significa semplicemente «fare rumore»; la seconda invece la collega alla parola che nello slang di Soweto significa fare la doccia, nel senso che chi la suona rovescia una doccia di note insopportabili sulla testa degli avversari. Fuori dagli stadi vendono le vuvuzelas a cento rand l’una, ossia circa dieci euro, e visto il grande successo internazionale le stanno già producendo con i colori di tutte le nazionali. Inclusa quella italiana, con la scritta «Forza Azzurri».
Il successo tra i tifosi, però, non ha trovato sponda fra i giocatori, che da Messi a Cristiano Ronaldo hanno chiesto alla Fifa di vietare le vuvuzelas, perché distraggono e non permettono la comunicazione in campo tra i giocatori. Altri hanno denunciato il fatto che il suono delle trombette sataniche non consentirebbe agli spettatori di sentire eventuali annunci di emergenze o evacuazioni, mentre i medici hanno sottolineato il rischio di diffondere più rapidamente l’influenza e altre malattie contagiose.
Paolo Mastrolilli per “La Stampa“
Mi piace:
Mi piace Caricamento...