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GOOGLE: ECCO GLI OCCHIALI DEL FUTURO, PER VEDERE UNA REALTA’ AUMENTATA.

Non più indossare occhiali per essere eleganti…ma per essere aggiornati!

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Presto per consultare la propria e-mail o fare una ricerca su internet basterà indossare un paio di occhiali. Non è la trama di un film di fantascienza, ma l’ultimo progetto in cantiere nel laboratorio segreto di Google: un dispositivo indossabile che proietta i dati in tempo reale davanti ai nostri occhi. Permetteranno a chi li indossa di vedere il mondo in ‘realta’ aumentatà, ricevere indicazioni via satellite e di essere connesso al web proiettato nel campo visivo. Secondo alcuni dipendenti del gigante del web che hanno chiesto di mantenere l’anonimato, gli occhiali saranno in vendita entro la fine dell’anno al prezzo di uno smartphone di ultima generazione, che varia dai 250 ai 600 dollari. E se da Google rifiutano di rilasciare alcun commento, le fonti vicine al progetto hanno spiegato al New York Times che gli occhiali, simili ad un modello di Oakley Thumps, funzioneranno grazie al sistema Android. L’ultima creazione messa a punto da Google X, la fabbrica che rappresenta la fucina delle idee più avveniristiche del colosso di Mountain View, avrà un piccolo schermo posto vicino agli occhi e dotato di rete 3G o 4G, Gps e sensori di movimento. Grazie ad una fotocamera integrata a bassa risoluzione sarà poi possibile monitorare in tempo reale il mondo circostante, inviando e ricevendo informazioni. I leader del progetto sono Steve Lee, l’ingegnere che ha creato il software di mappatura di Google, e Sergey Brin, co-fondatore della compagnia. Secondo quanto rivelato dalle fonti, l’azienda sta discutendo anche le possibili implicazioni in tema di privacy: per esempio Google vuole garantire agli utenti di sapere se vengono registrati da qualcuno che indossa i nuovi occhiali futuristici.
 
Fonte: ansa.it

“Il visionario è l’unico realista”. Ricordando Fellini. 20 gennaio…E Google lo limita al territorio italiano…

Disegno originale di Federico Fellini su t-shirt per la festa del Cinema di Roma 2007

 

Il doodle dedicato oggi, 20 gennaio, a Federico Fellini da Google.

 

Federico Fellini su Google, protagonista del doodle di oggi che vuole omaggiare il grande regista in occasione del 92° anniversario dalla sua nascita.

Oscar alla carriera 1993, Oscar al miglior film straniero nel ’57, ’58, ’64 e ’75: questi i più grandi riconoscimenti mondiali, che non bastano per quantificare la grandezza di Fellini.

La dolce vita, 8½, Amarcord, La strada, Le notti di Cabiria: questi alcuni dei titoli dei film entrati nella storia del cinema mondiale. Un regista poeta, Fellini, che nelle sue pellicole ha raccontato storie spesso autobiografiche e ha saputo regalare emozioni non solo agli italiani ma al resto del mondo, affascinando fino in America.

Purtroppo la scelta di Google di dedicare a Fellini il logo di oggi riguarda solo la versione italiana del motore di ricerca, il doodle non è stato reputato di importanza internazionale. Le altre homepage di Google hanno oggi il classico logo con la scritta colorata, mentre in Colombia oggi si omaggia l’artista Omar Rayo.

fonte: http://web20.excite.it

 

Buon compleanno a Federico Fellini, regista e sceneggiatore italiano che nasceva a Rimini il 20 gennaio del 1920. Oggi il maestro del cinema viene omaggiato da un logo Google che ne ricorda quello che sarebbe stato il suo 92° compleanno. Il logo è disegnato a matita in tinte bianche e nere, Fellini è affiancato da un cinematografo, i toni sono piuttosto “classici” per un regista che invece spostò avanti i parametri narrativi e stilistici della settimana arte.

Ma va bene così: Fellini è stato un grande visionario del cinema e l’anniversario della nascita di oggi – pubblicato su Google in esclusiva per l’Italia – ci permetterà di conoscerlo meglio. Noi diamo il nostro contributo segnalandovi alcune curiosità e news sul regista.

 Un “visionario”  universitario
Da piccolo, Fellini nella sua camera da letto riproduceva mondi di fantasia, ispirandosi a fumetti, vignette e caricature che leggeva sui giornali per ragazzi. L’arte del disegno gli stimolava l’immaginazione, su più biografie, infatti, si legge che “viveva la cameretta come fosse un cinema, o meglio, come fossero più cinema dove venivano trasmesse tante storie”. Fellini studiò giornalismo e giurisprudenza all’Università di Roma, fu proprio il mondo dei giornali a dargli l’occasione giusta, pubblicando alcune vignette sulla principale rivista satirica italiana, il Marc’Aurelio. Correva l’anno 1939.
I critici ritengono che fu durante gli anni dell’università che “provò quel distorto senso di incapacità creativa dovuta ad un razionale uso dell’intelletto”, sensazione che poi lo avrebbe portato a partorire il capolavoro Otto E Mezzo (“la masturbazione di un genio”, come scrisse il critico Dino Buzzati). Dopo gli studi universitari Fellini entrò nella radio e nel teatro, fu però l’incontro, nel 1945, con il regista Roberto Rossellini a spalancargli le porte del cinema. Porte che avevano nell’uscio le sceneggiature di Paisà e Roma Città Aperta, film scritti da Fellini e diventati oggi pietre miliari del cinema neorealista. Il binomio “visionarietà – neorealista” sembrerebbe un paradosso ma, come disse lo Fellini, “il visionario è l’unico realista”. Appunto.

Quanti premi ha vinto in carriera?
Le dodici nomination per i Premi Oscar per diverse categorie di riconoscimenti tra il 1947 e il 1977, hanno portato a Fellini ben cinque statuine d’oro, quattro per i migliori film stranieri (La Strada, Otto E ½, Amarcord, Le Notti Di Cabiria) e uno alla carriera conferito nel 1933. A questi aggiungiamo 12 Nastri D’Argento, 3 David di Donatello e 1 BAFTA.
Il film La Dolce Vita ha vinto il premio come Miglior Film presso i David Di Donatello e i Nastri D’Argento, ma non presso gli Oscar. Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1964 e nel 1987, inoltre, Federico Fellini ha ricevuto le onorificenze di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. A lui è inoltre intitolato il premio “Fellini 8 ½” che viene assegnato, in nome dell’eccellenza artistica, al Bari International Film Festival.

Buon compleanno Fellini, in tutte le lingue del mondo
Come viene celebrato oggi Federico Fellini nel mondo? La texana rivista Patch gli rende omaggio con Le Notti Di Cabiria – riproposizione teatrale in un musical presso il Montclair Operetta Club, diretto da Cy Coleman; per chi non lo sapesse, il teatro di Montclair (detto anche “MOC”), nel New Jersey, è famoso in tutto il mondo per essere stato il primo ad aver lanciato lo spettacolo Jesus Christ Superstar. Il Chicago Tribune pubblica l’approfondimento dal titolo “Trattamento secolare per il maestro Fellini”, ricordando ai suoi lettori l’importanza di continuare a vedere i film di un regista che “vedeva la vita come fosse un circo…ma non solo”.
L’emittente ABC invece decide di pescare due pesci con un sol boccone, e rende omaggio in unico articolo a Marco Simoncelli e Federico Fellini, “due geni d’Italia il cui bellissimo destino s’è ritrovato nel giorno del loro compleanno”. Gli auguri arrivano anche da Giappone, Svizzera, Australia, Portogallo. Ho trovato poche cose, invece, presso i giornali francesi. Saranno mica gelosi?

Fonte: estratto da   http://www.tradingonlinefree.it/

Semina valori e raccogli lavori, anche in rete.

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È una crescita esponenziale. È data dalla moltiplicazione di sempre più persone in rete, ognuna che pubblica informazioni e dagli strumenti che facilitano la comunicazione in senso orizzontale, tutti con tutti. Cercare di orientarsi è di una complessità disarmante. La rete così si espande e per chi crea un’opera artistica (testo, foto, disegni, video) diventare visibili e mantenere l’attenzione è un desiderio che sembra impossibile da raggiungere.

Focalizziamo l’attenzione sull’informazione in rete, un tema di grande importanza. Proprio in questi giorni il dibattito è più effervescente che mai e il professore Giovanni Boccia Artieri in uno dei suoi ultimi post afferma che: “La logica di fondo che contrappone il valore dei media tradizionali e delle figure professionali istituzionalizzate ad un disvalore deterministicamente prodotto dall’amatorialità diffusa di massa nel web, non mi convince fino in fondo”.

Lo pensa Antonio Casilli

 
 

Non convince nessuno, allora iniziamo a distinguere tra quantità e qualità, quest’ultima in termini assoluti e relativi.

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Il grafico vuole dimostrare che la qualità è peggiorata in termini relativi (è sempre più difficile trovarla) ma in termini assoluti è verosimilmente aumentata per via dei contributi di persone, libere e diverse, che si aggiungono alla discussione. Il testo di qualità si deve quindi far largo in una marea di altre parole.

Il valore in rete riesce a trovare il suo pubblico? Sì, ma con pazienza. In rete la comparazione nel breve termine fallisce: chi vuole emergere deve lavorare di più. C’è anche un altro problema che non possiamo nasconderci, ossiah l’impazienza. Poiché Internet è realtime, vogliamo subito vedere il feedback da coloro che dovrebbero apprezzare l’opera creativa. Se passa qualche ora e i dati statistici non schizzano verso l’alto, arriva la depressione e puntiamo l’indice accusatorio sulla confusione.

In realtà il tempo tra la semina e il raccolto si è allungato. Tra una fase e l’altra bisogna lavorare a lungo nella produzione, nella promozione intelligente e costante nel tempo, senza esagerare la sovraesposizione.

Fino a quando bisogna curare il proprio lavoro? Non si finisce mai, però la cura assidua deve durare almeno fino a quando i link entranti sono così costanti da conferire una linfa vitale alla nostra opera. Sono questi link che rendono la proposta dell’autore oggettivamente valida.

È proprio una forma di impollinazione reciproca tra persone, che si realizza con il lavoro e con l’attenzione del pubblico. Quest’ultimo ha una soglia critica di attenzione più alta rispetto al passato ma di certo non è sparita.

Il grado di separazione tra le persone in rete è molto basso: si possono raggiungere con pochi click, però trovare chi tra queste ha valore per noi richiede molto tempo e attenzione. È importante che per valore s’intenda non quello che l’autore conferisce alla sua creatività, ma quello che il pubblico percepisce. Qualsiasi pubblico, soprattutto quello di domani. Bisogna fare bene quello che si fa oggi per raccogliere bene quello che arriverà domani. Gli esempi, anche locali, non mancano: per professionisti come Luca Conti e Mafe de Baggis, il domani è già arrivato.

Per chiudere con la metafora, potremmo dire che chi sa usare le parole con esattezza conosce con precisione il significato di una quantità enorme. Tale quantità ha quindi per forza di cose una relazione con la qualità. Un testo di qualità è la concretizzazione di un’idea attraverso la selezione delle migliori parole impiegate per la spiegazione.

La selezione (ossia l’attività di filtro) è sempre più meritocratica perché è in capo a ogni singola persona del pubblico; ora è lenta ma la qualità aumenta e alla fine emergerà, anche in rete.

Fonte: http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com

Twitter: @massimochi

 

 

 

 

 
 
 

Per chi ha tempo…cose intelligenti sui social network…”Vita privata ai tempi di Facebook e Twitter”

Twitter bisogno primario?

 
Colleghi serpenti 2.0 su Twitter? E’ gennaio. E, come sempre dopo un periodo di ferie, si ripresentano le condizioni sociologiche ideali per porsi la vexata questio politicamente scorretta (dunque, per definizione giusta): il collega, questa multiforme figura esistenziale con cui passiamo in effetti più tempo che con i nostri familiari o gli amici, è degna di essere un follower o no? È giusto socializzare con lui sul web  e dargli un accesso anche al nostro virtuale quanto sacro tempo libero su Twitter? Vi sarete sentiti dire: “Ma tu perché non mi segui? Io ti seguo”. Appunto… A buon intenditore pochi clic… e invece.
Uno torna dalle sudate ferie, posta un po’ di pillole di saggezza di cui si sentiva onestamente la mancanza su Twitter, magari carica nelle nuvole digitali fotografie del proprio superbambino che inforca i primi sci su Google+ (tanto per non citare sempre Facebook) ed ecco il collega in una delle sue tante manifestazioni esistenziali farsi amico fraterno, intimo, e voler guardare e leggere tutto facendone una questione di vita o di morte.
Difficile dirgli proprio in faccia che sono affari tuoi. Non tanto per il rischio che si senta offeso ma per lo strappo diplomatico: alla fine dobbiamo convivere tutto l’anno per un numero di ore impressionante (meglio non fare il conto, demoralizza). Avrò almeno il diritto di fuggire come Tron con la mia moto digitale sul web ogni tanto? Certo, non è una novità. La Facebook-mania è esplosa da tempo in Italia. Ma il 2011 è stato l’anno dello sbarco in massa degli italiani su Twitter. Il microblogging con le sue 140 battute ha catturato anche un popolo mediterraneo famoso per soliloqui, sproloqui e non certo privo di favella e vis polemica. Lo sciame di nuovi api operaie sul social network comincia a produrre un ronzio assordante. Vige ancora il caos ed è come se nella nuova città si muovessero automobilisti senza patente in cerca di nuove regole: per paradosso, su Facebook che funziona come uno spazio privato (ho accesso ai tuoi dati solo con il tuo via libera) si diventa amici, anche tra sconosciuti, per definizione. Il codice tacito è accettare e via. Mentre con Twitter c’è stata l’evoluzione della specie. E’ come se fossimo passati dal Perniano al Mesozoico della socializzazione digitale: anche se è pensato come uno spazio pubblico (non c’è bisogno di nessuna autorizzazione per andare su http://www.twitter.com, vedere da quanto tempo @massimosideri twitta e leggere i miei tweet a volontà, anche senza seguirmi ufficialmente) in realtà Twitter ha una struttura sociale piramidale, dunque più complessa e vicina alla realtà del mondo offline. E forse proprio per questo tutti vogliono essere seguiti più che seguire: è un gesto che corrisponde all’accettazione sociale. Solo chi ha dei follower è diventato “grande”.
Eppure i buoni motivi per non avere tra i propri following dei colleghi ci sono eccome:
1)      la mania chiamata  FourSquares: prende subito dopo la febbre Twitter e se ne diventa moderni schiavi tecnologici a causa di un efficiente sistema di geolocalizzazione che invia automaticamente dei messaggi ai vostri followers tipo: “I’m at the Biancolatte Cafè”. Lo scopo è diventare Sindaci del posto grazie ai check-in e strappare sconti. Peccato che dall’ufficio in quel momento stiano pensando: ma cosa ci fa a prendere l’aperitivo mentre dovrebbe essere al piano di sotto?
2)      Un altro virus che prende gli sportivi: Endomondo, applicazione che permette di mandare online le proprie performance sportive per confrontarle con quelle dei colleghi e mostrare chi è tipicamente il maschio dominante. Anche qui: piccolo handicap. Chi si ricorda di disattivare la funzione quando si racconta magari di non stare troppo bene e sul monitor dei colleghi appare una corsa di 12 chilometri in 62 minuti?
3)      L’ansia da performance del twittatore folle (prima o poi prende tutti) mette in seria difficoltà chi deve rispondere alla più classica delle domande del nostro capo quando ci vuole affibbiare qualche grana: ma che cosa stavi facendo? Chiudere il sito e allontanare lo smartphone non protegge più da un’analisi dettagliata su Twitter delle nostre ultime ore…
Insomma, anche il collega più simpatico può trasformarsi un po’ in serpente protetto dall’anonimato dei followers. Dunque vale la pena di pensarci un attimo prima di aggiungere alla multiforme figura anche la nuova dignità online. Ma come ha sintetizzato un Twitters con una micro-barzelletta comparsa qualche mese fa tra i miei RT (ritweet) non è che la famiglia sia esente da complessità di pari livello: “Amore avete rotto le scatole. Avete chi… Tu e Twitter”. Geniale. In sole 54 battute.
Fonte: Massimo Sideri per http://27esimaora.corriere.it
Twitter: @massimosideri

Spaventata e in lutto. Che impara a mangiare «straniero»: ecco l’Italia secondo Google.

Google, il marchio più noto che c'è, Cliccando sopra l'immagine il logo si anima...

 

Il 2011 è stato un anno di disastri ambientali e svolte inattese, di rivoluzioni e lutti. Questa è la descrizione che Google fa degli ultimi dodici mesi nel video associato allo “Zeitgeist 2011”, la top ten delle parole più cercate sul maggiore motore di ricerca. Un’intensa carrellata di eventi che va dallo tsunami in Giappone alle manifestazioni della “primavera araba”, dall’indipendenza in Sud Sudan alla morte di Steve Jobs. Su questo sfondo si rivela anche lo “spirito dei tempi” (zeitgeist, appunto) dell’Italia, una nazione sospesa tra paure e voglia di futuro.

MUSICAL, SOCIAL E CRONACA NERA – Tra i termini più cliccati nel mondo ci sono icone dei teenager, social network e gioielli tecnologici. Ad aprire la lista è Rebecca Black, cantante statunitense di 14 anni. La sua è una rivincita: a darle la fama sono stati gli oltre 3 milioni di “non mi piace” ricevuti su YouTube dal singolo “Friday”, definito dalla stampa il “peggiore della storia” (qui il video, da poco tornato online). Molto amata è invece la collega britannica Adele, settima in classifica, appena nominata artista dell’anno dalla rivista Billboard. Al secondo posto il nuovo rivale di Facebook, Google +. Seguono lo stuntman della serie di Mtv “Jackass”, Ryan Dunn, morto in un incidente e Casey Anthony, giovane madre di Orlando scagionata a luglio per l’uccisione della figlioletta.

IL MITO APPLE E LO TSUNAMI – Dopo il videogioco di guerra “Battlefield 3”, entra in classifica il mondo Apple: l’attesissimo iPhone 5, il fondatore Steve Jobs, scomparso lo scorso 5 ottobre, e il tablet iPad2 occupano rispettivamente il sesto, il nono e il decimo posto. Molte, infine, le ricerche sul disastro nucleare di Fukushima avvenuto a marzo e sulla TEPCO, la società responsabile dell’impianto.

 

UN’ITALIA SPAVENTATA – Ha un sapore amaro la lista delle parole “emergenti” in Italia, quelle cioè che hanno avuto un boom di crescita rispetto al 2010. Si apre infatti con il nome di Marco Simoncelli, il giovane campione di motociclismo morto in gara a Sepang il 23 ottobre, e si chiude con quello del conduttore televisivo Lamberto Sposini, colpito ad aprile da un’emorragia cerebrale. Anche la categoria Notizie rivela che a impressionare gli italiani sono stati soprattutto fatti tragici, come l’omicidio di Melania Rea e quelli di altre due giovani donne, Yara Gambirasio e Sarah Scazzi. Un’impressione così forte da far occupare al delitto di Ascoli due posizioni nella classifica delle notizie più cercate al mondo, dove compare anche Sposini. Dallo “Zeitgeist”, testimone della crisi, emerge che la più grande paura degli italiani è quella di sbagliare e che il significato di “default” () è stato quasi un’ossessione.

TRA COUSCOUS E COMPUTER – I segnali di apertura, tuttavia, non mancano. Il Paese cambia abitudini e parte da uno dei luoghi chiave della nostra cultura, la tavola. Tra i “Cibi” più cercati dagli italiani su internet, la cheesecake è al primo posto, seguita da cupcakes e macarons, dolcetti americani e francesi, e dal couscous nordafricano. Anche la tecnologia sta diventando parte del quotidiano: nella categoria “Come fare…”, oltre all’immancabile “soldi”, compaiono termini come screenshot e backup. Nell’Italia del 2012 peseranno più le paure o il desiderio di rinnovarsi? Il video di Google termina con l’invito “Search on”. La ricerca non è finita.

 
Fonte : Sara Bicchierini per Corriere.it

Buon compleanno, “Mi piace” il pulsante che fa ricco Facebook.

Non lo sappiamo ma idealmente indossiamo tutti questa maglietta...

 Fu introdotto un anno fa. Secondo le stime viene cliccato un miliardo di volte al giorno dagli oltre 500 milioni utenti della community più famosa al mondo. E dice anche tante cose di noi ai pubblicitari.

COSI’ piccolo, così facile, così potente. Il pulsante “mi piace” di Facebook compie in questi giorni un anno di vita sul web. Dati ufficiali non ce ne sono ma si può ragionevolmente stimare che ogni giorno venga cliccato un miliardo di volte dagli oltre 500 milioni di iscritti 1 del social network più popolare al mondo. Un’enormità per un pulsante che in fondo si pigia d’istinto ma che zitto zitto tratteggia i nostri gusti e li tiene a mente. Sì, perché quando facciamo sapere a un nostro amico che quel video, quella citazione, quel libro, quella frase piace anche a noi, facciamo felice non soltanto lui. L’impero di Mark Zuckerberg si fonda soprattutto sull’acquisizione, e quindi sulla conoscenza, di tutto ciò che ci piace. Lui sa come tramutare questo patrimonio di gusti in quattrini: così dalla sequenza di questi click si delinea giorno dopo giorno il nostro profilo di consumatori, e le aziende non aspettano altro per inseguirci con le loro promozioni.

Qualcuno ha definito questo fiume ininterrotto di “mi piace” come il vero brusio del social network, una sorta di bassa frequenza a tratti fastidiosa che a volte siamo costretti ad annullare nella nostra mente per poter leggere meglio i contenuti che i nostri amici immettono nella bacheca comune. Sarà, intanto gli utenti di Facebook non smettono di usarlo. Al punto che i vari “J’aime”, “I like”, “Mi piace”, “Me gusta”, “Gefälltmir” e via discorrendo, nati come un test (almeno nelle dichiarazioni ufficiali dell’azienda di Palo Alto) non ci hanno messo poi tanto a invadere la maggioranza dei contenuti del web. Alla fine se ne sono appropriati. Li richiamano, li portano, moltiplicandoli, all’interno del social network, e li rilanciano fuori da esso. Un flusso continuo e multidirezionale, se tiene presente che – secondo Facebook -ogni giorno questo pulsante compare su 10 mila nuovi siti e attualmente compare su 2,5 milioni di siti.

Un’idea tanto geniale che quasi ci si stupisce non sia venuta prima al gigante Google, che infatti l’ha implementata solo qualche giorno fa 2 nel suo “+1″. Anche qui utenti condividono e segnalano i contenuti web che apprezzano e via con tutto quello che ne consegue. Il pulsantino messo a punto da Mountain VIew crescerà, questo è sicuro. Ma per ora il “Mi piace” di Facebook resta leader indiscusso. E può festeggiare.

Fonte: Repubblica.it

Sei Google o sei Apple? Due “stili” di internauta.

Prima che lo infilasse lei c'era scritto Google...

Apple marchio globale, come new york...

Sono i due giganti che dominano il mondo digitale. Uno fornisce l’hardware più bello, seducente, tecnologicamente avanzato. L’altro produce il contenuto, il software, il motore che fa viaggiare l’hardware: il motore di ricerca, per la precisione. Ma Apple e Google non sono soltanto due modi diversi di conquistare internet: rappresentano anche due stili e visioni differenti, due icone in cui milioni di utenti e internauti si riconoscono. Finora è andato tutto bene, perché collaboravano uno con l’altro, si integravano a vicenda. Adesso, tuttavia, cominciano a essere rivali. E quindi si profila un duello: Apple contro Google. Anzi, “Appleism contro Goggleism”, quasi fossero due filosofie, due partiti politici, come titola Intelligent Life, il raffinato supplemento trimestrale dell’Economist, in un servizio dedicato alla contrapposizione fra questi due simboli del web.

Non ci vuole molto a capire che sono diversi. Apple fabbrica gadget colorati, luccicanti, alla moda: i computer Macintosh, prima, ma ora è famoso soprattutto per l’iPhone, l’iPod, l’iPad, nuova santissima trinità della comunicazione digitale. Google ha creato il motore di ricerca più cliccato del pianeta, senza il quale, ormai, non potremmo più fare quasi niente: studio, lavoro, scienza, tempo libero, andare al cinema o al ristorante o in vacanza, siamo tutti Google-dipendenti, al punto che questo sostantivo si è evoluto perfino in verbo, “googlare”. Come nella famosa vignetta del New Yorker in cui due

donne s’incontrano in un bar: una racconta che ha conosciuto un uomo interessante e l’altra le chiede, “gli hai dato una gogglata?”, ossia hai digitato il suo nome sul motore di ricerca per vedere chi è davvero.

La diversità di compiti si trasferisce nella diversità di concetti che ciascuna delle due aziende evoca e pratica. Apple è un mondo chiuso, circoscritto: o sei con la compagnia di Steve Jobs, o sei fuori, non esistono vie di mezzo. Google è un universo aperto, anzi spalancato, tutti possono attraversarlo, con qualunque mezzo. Apple esige assoluta fedeltà a una scelta: magari hai cominciato con un computer Mac, poi sei passato a un iPod, ma a quel punto è giocoforza continuare con iPhone e iPad, è un sistema integrato, metterlo in comunicazione con gadget di altre aziende è teoricamente possibile ma è laborioso, costoso e in sostanza scoraggiato. Google invece predica libertà di scelta: una libertà insita nell’idea stessa di motore di ricerca, cerca tutte le varianti di un nome, di un prodotto, di una qualsiasi cosa, e poi decidi da solo qual è quella che fa per te. Apple si fa pagare al momento dell’acquisto, e non è certamente economico; Google è gratis, il cliente non paga nulla, l’azienda ci guadagna rivendendo ai pubblicitari gli indirizzi email e i gusti dei suoi utenti. Insomma, riassume la rivista dell’Economist, Apple rappresenta l’ordine, l’essenzialità, l’uniformità, Google rappresenta il caos, il superfluo, il variabile.

In realtà le due aziende avevano e ancora hanno anche parecchi elementi in comune. Sono emerse dallo stesso, prolifico territorio: Silicon Valley, California del nord. All’inizio erano entrambe dei piccoli Davide di fronte ad affermati Golia: Apple nei confronti di Microsoft; Google di Yahoo e Altavista, i motori di ricerca che esistevano già. Entrambe sono cresciute fino a divorare la concorrenza, nel caso di Google, o a sentirsi comunque più trendy e più cool, nel caso di Apple. Entrambe hanno sviluppato una cultura aziendale alternativa, casual nell’abbigliamento e nell’arredamento, ribelle o addirittura rivoluzionaria nelle strategie. Entrambe premiano e predicano il largo ai giovani, alle donne, alla cultura multietnica. Entrambe hanno dei capi carismatici, Steve Jobs alla Apple, la coppia Larry Page-Sergey Brin a Google (che in realtà è oggi un terzetto, con loro a guidare la parte tecnologica e creativa, mentre il manager Eric Schmidt amministra l’azienda). E il fatto di essere simili nello spirito ma non diretti concorrenti ha permesso che fino a non molto fa collaborassero, con Schmidt addirittura seduto per qualche tempo nel consiglio di amministrazione della Apple.

Senonché, a un certo punto, la collaborazione è finita. Google ha ceduto alla tentazione di entrare nel campo della Apple, attirata dal fenomenale mercati degli “smart phones”, i telefonini intelligenti con cui fare di tutto: il suo Android è oggi il best-seller dei sistemi per smart phone, a fine 2010 ha superato perfino l’iPhone come volume di vendite. E potrebbe essere solo l’inizio di uno sbarco in forze nel settore dei gadget digitali. Apple assicura che “per ora” non è tentata dall’entrare nel campo dei motori di ricerca, ma chi lo sa se continuerà a pensarlo fra 5 anni. Di fatto c’è che questi due “brand”, che (insieme alla Microsoft di Bill Gates) hanno praticamente costruito da soli internet, adesso sono vicini al conflitto competitivo e anche tutti i loro discepoli dovranno scegliere in che campo stare. Potrebbe diventare complicato, un giorno, essere un “Appleista” e un “Googleista” allo stesso tempo. Forse saremo costretti a scegliere, tra i profeti dell’ordine e quelli del caos, tra la fedeltà e la libertà. Un nuovo conflitto, nell’epoca in cui si sono spente le ideologie e si è attenuata la fede. Ma per adesso godiamoceli tutti e due. Senza di loro, il mondo del web sarebbe molto più grigio.

Enrico Franceschini per Repubblica.it

Sulla (nuova) strada di Kerouac . La beat generation incontra Google.

Il grande Jack.

Il viaggio che definì un’epoca ora si può fare da seduti con Google Earth grazie alle telecamere fisse. Città dopo città attraverso il continente americano. Per saperne di più basta puntare il cursore e affidarsi allo zoom. E 53 anni dopo la pubblicazione del romanzo, Francis Ford Coppola ha dato inizio alle riprese del film.

Viaggiare con mappe virtuali sarebbe stato il controsenso assoluto del ventinovenne Kerouac. Restare seduti, fermi, composti davanti a un monitor per muoversi in 3D su strade dotate di telecamere fisse. Strade senza segreti, senza possibilI svolte, senza scelte. La generazione beat cinquant’anni dopo viaggia da seduta. Muove mouse senza fare autostop e non lascia ombra. Per lo più.Il viaggio di On the road (Sulla strada) scritto da Jack Kerouac nel 1951 e pubblicato nel ’57, è ancora vivo e in trasformazione perpetua. Su Google Earth ora si può ripercorrere posto dopo posto, proprio come l’autore usò mappe e puntine negli anni in cui viaggiò attraverso il continente americano prendendo appunti, e formando nella sua testa il romanzo che definì una generazione e diede inizio alla sua degenerazione.

VIDEO 1

Il viaggio virtuale di On the road parte da questo indirizzo 2 (è richiesto il plug-in di Google Earth, ma è indolore o potete arrivarci da qui 3). Ogni posto, ogni città, benzinaio o paesaggio toccati dai personaggi del libro, cominciando da Sal Paradise (Kerouac nella versione originale del manoscritto), sono segnati. Basta puntare il cursore e affidarsi per il resto alle infinite possibilità dello zoom. In ogni segnalibro sono segnate spiegazioni, citazioni, e sono raccolte emozioni. Frasi tratte dal libro, pezzi di vita di Kerouac. Motivi, visioni. Il compromesso virtuale mantiene vivo il viaggio. Lo fa a tre dimensioni e senza grandi pretese. Non è un lavoro ufficiale, è opera di un internauta volontario, un utente libero in cerca di avventura. Beat, seat.

On the road resta una leggenda senza punti e virgola. E’ una strada di parole percorsa da generazioni, imprigionata su un rotolo di carta per telex lungo 36 metri sul quale l’autore ha dattiloscritto il suo romanzo. Il rotolo, “the scroll”, fu comprato all’asta nel 2001 da Jim Irsay, proprietario della squadra di football degli Indianapolis Colts, che se l’aggiudicò per 2,43 milioni di dollari. Attaccato con lo scotch a mano dallo stesso Kerouac per scrivere senza mai fermarsi, senza soste, pause, come in un viaggio, per strada, il rotolo è stato esposto al pubblico, trattato e guardato come un’antica pergamena piena di segreti.

Una clessidra di carta senza più tempo che nella versione originale nasconde scorciatoie, nuove angolazioni, ombre da scoprire e una punteggiatura diversa. Quella che l’autore aveva voluto durante le tre settimane in cui battè a velocità folle sui tasti della sua macchina da scrivere, nell’appartamento al numero 454 a West 20th Street di Manhattan, New York. Senza mouse, senza monitor, con tutto nella testa o sparso in quaderni di appunti appallottollati come vestiti usati in sacche da viaggio. Kerouac aveva prescelto una punteggiatura minimale e indifferente perché le virgole, come buche sulla strada, non rallentassero i suoi spostamenti. Di virgole ne mise poche, ma non una sola a caso.

Malcolm Cowley, il primo editore che pubblicò il libro con la Viking Press nel 1957, sei anni dopo la consegna del rotolo, le cambiò. Aggiunse punti, due punti, punti e virgola. Poi modificò i nomi dei personaggi trasformando William S. Burroughs in Old Bull Lee o Allen Ginsberg in Carlo Marx. Già che c’era tagliò qualche scena sessualmente troppo forte. Ma On the road completò lo stesso il suo viaggio e ispirò artisti e poeti che cambiarono il suono, il modo di pensare e quello di parlare del mondo. Dylan, i Beatles, Hunter S. Thompson, Jim Morrison, Pynchon, Lester Bangs. Tre anni fa, cinquant’anni dopo, la Viking Press ha ripubblicato la versione originale del manoscritto. E la stessa cosa sta facendo per l’Italia Mondadori proprio adesso.

La leggenda resta comunque difficile da maneggiare e il rotolo non si piega facilmente. L’adattamento di On the road in un film è un progetto rimasto fermo per anni. Come se il viaggio di Kerouac non potesse prendere altra forma. Gus Van Sant è stato in possesso dei diritti per molto tempo, avrebbe voluto un film che puntasse alla sottotraccia più erotica del romanzo. Rinunciò. Russell Banks scrisse poi una sceneggiatura tratta dal libro per Francis Ford Coppola, il quale comprò i diritti per 95 mila dollari nel 1980.

Da poco più di un mese il film ha cominciato a diventare reale. Grazie al regista brasiliano Walter Salles (I diari della motocicletta) che sta dirigendo una sceneggiatura firmata da Josè Rivera. Prima di cominciare le riprese il regista ha ripercorso le orme di Kerouac, ha fatto il viaggio in auto, e ha girato il documentario ‘On the search for On the Road’. Con un budget di 25 milioni di dollari il film, che non ha un cast stellare, sarà prodotto da Coppola con la sua Zoetrope insieme a MK2, l’inglese Film4 e la brasialiana Videofilmes. Sam Riley (già Ian Curtis in Control il film sui Joy Division di Anton Corbijn) sarà Kerouac, col nome di Sal Paradise. Garrett Hedlund interpreterà Dean Moriarty e Viggo Mortensen Old Bull Lee. Tra le attrici Kristen Stewart (Mary Lou), Kirsten Dunst (Camille) e Amy Adams di Come d’incanto sarà Jane. Il primo ciak è stato battuto il 2 agosto e le riprese saranno fatte tra New Orleans, Montreal e il Messico.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!” (Jack Kerouac, On the road).

Virtualmente ...On The Road...

 

Fonte: Katia Riccardi per Repubblica.it

Wired e la morte del Web.

Stanco ma collegato...

A parlarne Chris Anderson: si apre così il dibattito sull’evoluzione dell’economia di Internet e del ruolo delle applicazioni. Sancendo la morte del browser, e la sopravvivenza del resto.

Roma – A due decenni dalla sua nascita il World Wide Web sarebbe in declino, pronto a cedere il passo a strutture più leggere (l’esempio è quello della app tipiche degli smartphone attuali) non più basate sul cercare ma sul prendere: da questo presupposto sono partiti due (attesi) articoli paralleli del direttore di Wired USA Chris Anderson e dell’editorialista Michael Wolff.

Come da struttura classica del giallo, ora che c’è una “vittima” (il morente Web) c’è da trovare un colpevole: e i due commenti si distanziano proprio sul chi incolpare. È stato l’utente medio, su iPhone, con un app? O il mercato, con gli investimenti, su Facebook?

Chris Anderson, che già aveva annunciato la fine del Web per mano di Push nel 1997, vede l’arma del delitto in mano agli utenti: sono le app. Queste, a diferenza del Web come lo conosciamo, sono piattaforme spesso chiuse e utilizzano Internet per il trasporto di dati ma non il browser per la loro visualizzazione. Il fatto che siano per molte attività più comode per gli utenti (in particolare per il mobile), e molto più facilmente remunerative per le aziende, dovrebbe a breve sancire la fine del Web così come lo conosciamo, a favore di una nuvola di app a sostituire il desktop.

Michael Wolff, invece, dà la colpa ai (tanti) soldi dei nuovi investitori: non più attenti a distribuire i propri investimenti su più siti, ma pronti a mettere tutto su un solo cavallo vincente che possa cannibalizzare il resto della Rete. L’esempio che fa è quello dell’investitore russo Yuri Milner che detiene ora il 10 per cento di Facebook. Questo modello di investimento spingerebbe ad un’evoluzione verticale (sul modello dei media tradizionali) per Internet, e a una compressione della Rete in una serie di grandi piattaforme. Così, mentre per il resto si vive un susseguirsi di piccoli protagonisti, l’unico oppositore (per dimensione) del gigante open Google è Facebook, che ha avuto successo creando una sorta di mondo parallelo al Web e autoreferenziale.

In entrambe le approfondite analisi, la somma (che tira le fila di eventi che risalgono alla sua origine) porta al medesimo risultato: morte del Web e ruolo decisivo svolto dalla volontà di monetizzare i prodotti digitali. Su questo punto concorda anche Anderson, autore tra l’altro di Free, libro sulla teoria dell’economia del costo zero attualmente protagonista del Web. Da un lato gli investimenti concentrati, dall’altro le app con i loro costi, la morte del Web porterebbe con sè nell’oltretomba anche il concetto di gratis e di apparente mancanza di controllo.

Aggregatori di informazioni, API integrate in app, investimenti concentrati e monopoli, in fondo, sono tutti modi per controllare (e, di conseguenza, monetizzare) le cose di Internet.

fonte : Claudio Tamburrino per http://punto-informatico.it/

Il boss di Google: «Troppi dati privati su Facebook, un rischio per gli utenti».

Eva Longoria lo sa: VOGLIO PIU’ PRIVACY!

Schmidt: «I più giovani potrebbero essere costretti a cambiare identità». Reazioni in Rete: «Frasi ipocrite».

MILANO – La foto di una vecchia bravata adolescenziale che spunta fuori dopo parecchi anni. Qualche commento poco opportuno scritto ai tempi del liceo che, a distanza di tempo, finisce sotto gli occhi del nostro datore di lavoro. Un video non molto lusinghiero che torna a galla dal Web dopo essere stato dimenticato. Il dibattito sui rischi per la privacy legati all’utilizzo dei social network è aperto da tempo. Adesso, a rilanciare l’allarme arriva nientemeno che Eric Schmidt, Ceo di Google. Il numero uno dell’azienda di Mountain View avverte in particolare gli utenti di Facebook: l’enorme quantità di informazioni personali pubblicate dai più giovani, dichiara Schmidt al “Wall Street Journal”, potrebbe in futuro ritorcersi contro di loro. Magari mentre si è in cerca di lavoro. Per questo, aggiunge Schmidt in modo un po’ provocatorio, in qualche caso potrà essere necessario cambiare addirittura identità per sfuggire alle conseguenze di un cyber-passato imbarazzante o troppo disinvolto. «Non credo che ci si renda conto di cosa accade quando tutto è disponibile per chiunque e in qualunque momento» afferma il manager.

LE REAZIONI – Frasi che hanno suscitato parecchio scalpore, in Rete. Soprattutto perché arrivano dall’amministratore delegato di un’azienda finita spesso nel mirino per questioni legate alla tutela della privacy. Come spiega Chris Williams su The Register, «registrare ogni cosa e renderla disponibile per tutti in qualunque momento è proprio la missione di Google». Insomma, la preoccupazione di Schmidt può essere anche condivisa, ma la predica – è la critica che gli viene rivolta da più parti – arriva probabilmente dal pulpito sbagliato e ad alcuni suona decisamente «ipocrita». Le enormi quantità di dati raccolti da Google attraverso il suo motore di ricerca, o tramite altri servizi come Gmail o Google Street View, rappresentano in effetti un aspetto non certo marginale dello stesso problema sollevato da Schmidt.

GARANTE ITALIANO – L’enorme e impetuosa diffusione di Facebook (oltre 500 milioni di utenti in tutto il mondo) sta però spostando l’attenzione dall’utilizzo della Rete in generale a quelli che il Garante italiano per la privacy ha definito gli “effetti collaterali” delle reti sociali. «I social network sono strumenti che danno l’impressione di uno spazio personale, o di piccola comunità – si legge nell’opuscolo pubblicato da qualche tempo sul sito dell’Authority. – Si tratta però di un falso senso di intimità che può spingere gli utenti a esporre troppo la propria vita privata, a rivelare informazioni strettamente personali, provocando “effetti collaterali”, anche a distanza di anni, che non devono essere sottovalutati». Come fare, allora, per evitare pericoli e spiacevoli conseguenze? Secondo il Garante, basta porsi poche domande prima di condividere qualcosa in Rete. Uno: se sapessi che il vicino di casa o il tuo professore potrebbero leggere quello che hai inserito on line, scriveresti le stesse cose e nella stessa forma? Due: sei sicuro che le foto e le informazioni che pubblichi ti piaceranno anche tra qualche anno? Tre: prima di caricare/postare la “foto ridicola” di un amico, ti sei chiesto se a te farebbe piacere trovarti nella stessa situazione? Quattro: i membri dei gruppi ai quali sei iscritto possono leggere le tue informazioni personali? Cinque: sei sicuro che mostreresti “quella” foto anche al tuo nuovo ragazzo/a? In fondo, bastano pochi accorgimenti per evitare guai. Sempre meglio che un cambio di identità.

 Germano Antonucci per www.corriere.it

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