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La ragazza con la giacca rossa santa subito: come diventare icona degna di T-shirt.

Ora finito il mistero forse tutto rientrerà nella norma…
istanbul

Eccola la mitica ragazza di Istanbul. La ragazza dalla giacca rossa.

 

 

A Piazza Taksim è avvenuto un miracolo. O piuttosto è stato stabilito un record. Diventare “icona” degna di decorare una maglietta in 48 ore non è cosa da poco. L’imprendibile, coraggiosa e misteriosa “woman in red” è già oggetto di culto in Turchia e forse anche altrove. Per ora sono manifesti e stickers in giro per la città, ma presto sicuramente magliette.

E’ bastata una carica della polizia, una manifestazione ancora ai suoi primi vagiti, e uno scatto, tanto casuale quanto ormai consueto, in tempi di iper connessione e di devices digitali. In poche ore la foto della sconosciuta “rivoltosa” ha fatto il giro del mondo trasformando questa ragazza in una icona degna del miglior merchandising.

turchia

La donna in rosso non si scompone. E diventa “cult”

Nel secolo appena trascorso per avere dignità di “maglietta” dovevi: morire precocemente (vedi Jim Morrison o Marilyn Monroe); essere ucciso in circostanze misteriose ( Che Guevara); essere un genio riconosciuto, simpatico e compreso (Einstein) oppure essere una icona politica da indossare per esorcizzare il terrore che il leader “indossato” ha distribuito al suo popolo in vita (Mao Tse Tung). Tutto ciò prevedeva tempi lunghi; sedimentazione di critica. Prevedeva che il mondo “digerisse” il personaggio, lo accogliesse tra i miti e ne lanciasse il culto. Prevedeva i tempi della Storia.  Ci piace includere tra questi anche James Dean e Hendrix, ma la lista potrebbe allungarsi notevolmente. Soprattutto se parliamo di musica rock.

La maglietta è sempre stata un termometro della notorietà da morti, ancor più che da vivi. Indossare il volto iconico di un personaggio vivo non funziona. E’ da groupies, è da coatti. In realtà anche Andy Warhol, che di questi passaggi se ne intendeva, prima di diventare l’ideologo della effimera notorietà -riservata ad altri, non certo a lui- e mentre formulava la sua nota tesi dei 15 minuti, ovviamente non era ancora “degno” di essere “indossato”.

La donna in rosso di Istanbul in poche ore ce l’ha fatta. Senza volto, forte di un colore e di una immobilità sprezzante del pericolo,una immagine da neorealismo di cui sarebbe stato orgoglioso Rossellini ecco, lei ha battuto ogni record; e in poche ore è entrata di diritto nell’empireo degli umani che si trasfigurano in una maglietta; la sacra sindone della notorietà, prolungata dai vivi come tributo a coloro morti troppo presto per essere dimenticati e troppo tardi per non essere nessuno.

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

Quella sua maglietta fina. (Le #magliette sono pericolose…)

berlusconi

I e le Papi girls devono stare molto attenti/e

 

 

Vi sembra normale che la professoressa d’inglese di un istituto per geometri di Caserta abbia ordinato a un allievo di togliersi la maglietta recante l’effigie del senatore Berlusconi? Già l’idea di obbligare qualcuno a spogliarsi davanti a Berlusconi, sia pure soltanto in effigie, appare irta di insidie. E poi la professoressa d’inglese (o di sovietico?) non si è limitata a costringere il piccolo fan a togliersi la t-shirt. Gliel’ha fatta indossare al rovescio, come se tenere il Sorrisone a contatto della pelle fosse meno urticante che sbatterlo in faccia alle professoresse del comunismo mondiale. L’insegnante d’inglese (o di nordcoreano?) si sarebbe comportata allo stesso modo se la maglietta avesse avuto il volto di Vasco Rossi o Che Guevara, per citare due popstar altrettanto note, anche se meno poliedriche? E non ci venga a dire, la prof d’inglese (o di cubano?), che indossare a scuola la maglietta di un politico significa fare propaganda. Berlusconi non è un politico. Berlusconi è un’idea. La sua foto sprizzante voglia di vivere e di fregare il prossimo rientra nel catalogo delle icone moderne come la Marilyn di Andy Warhol.

 

Il sopruso compiuto dalla docente d’inglese (o di tedesco dell’Est?) contraddice l’appello alla pacificazione lanciato dalle più alte cariche dello Stato. Quel ragazzo, che in realtà ha 82 anni e infatti è un giovane dirigente del Pd, indossava la maglietta di Berlusconi per dare il suo contributo al governo di larghe intese. Avergliela fatta togliere rivela il vero obiettivo di certe professoresse d’inglese: gettare questo Paese nel caos.

Massimo Gramellini per lastampa.it

nota di newsfromtshirts: non ci stancheremo di dire che le magliette sono armi. Armi improprie. Basta sbagliare maglietta e sei fregato. Come accadeva negli anni ’70 quando sbagliavi quartiere magari col giornale in tasca che non corrispondeva ai “gusti” di quella zona. Erano botte, bastonate; erano dolori. Ecco, con le magliette accade la medesima cosa se non si sta attenti. Indossi una maglietta con Berlusconi e ti rovini la giornata a scuola e finisci sui giornali. Indossi “Che Guevara” e rischi la vita. Indossi “Balotelli” e NON sei razzista. Indossi Valentino Rossi e sei ormai un perdente. Indossi Jovanotti e sei meno che pop. Sei banale. Attenzione dunque a questa arma che ti mette a rischio. Studiare il problema; la maglietta non scherza affatto…E anche Gramellini si è messo a studiare, finalmente.

(M.M.)

 

 

 

Cammino sulle orme del Che. In Sudamerica un percorso turistico tra i luoghi di Guevara.

Per chi ancora non lo conoscesse

 

È stato oggetto di molte canzoni e protagonista di infinite discussioni politiche. Amato da molti, ma pure odiato da tanti, Ernesto Guevara de la Serna non è solo il guerrillero più famoso del XX secolo. È anche un simbolo per tutta l’America Latina. Lo sanno bene i governi dei Paesi con i quali ha legato la sua storia – la natale Argentina, la rivoluzionaria Cuba e la fatale Bolivia – che hanno unito le forze per creare un lungo itinerario turistico sulle orme del Che. IL VERTICE A LA PAZ.Il 28 maggio alcuni delegati del ministero del Turismo di Argentina e Bolivia ne hanno discusso in un vertice a La Paz. E hanno creato una commissione di lavoro per la promozione dell’itinerario che include tutti i luoghi cari a Guevara, oltre ai musei già aperti. La proposta è stata poi presentata a Cuba e il governo dell’Isola ha accettato di partecipare al progetto. L’itinerario potrebbe estendersi dal canyon di Ñancanhuazú in Bolivia a diversi luoghi di Cuba, come la Sierra Maestra e L’Avana, dove il Che trascorse alcuni dei momenti più importanti della sua vita. Padrino dell’iniziativa è stato nientemeno che Juan Martín Guevara, fratello di Ernesto.

Gli itinerari del Che: dall’Argentina alla Bolivia

Il museo del Che La Pastera, nella città di San Martín de los Andes, in Argentina.(© ministero del Turismo argentino.) Il museo del Che La Pastera, nella città di San Martín de los Andes, in Argentina.

In attesa che il progetto internazionale possa essere approvato, Argentina, Cuba e Bolivia hanno già iniziato a lavorare per l’itinerario del Che. A partire dal Paese natale del rivoluzionario dove Guevara ha vissuto fino agli studi in medicina. Fu allora, tra un esame e l’altro, che il Che iniziò a viaggiare per l’America Latina, entrando in contatto con le lotte di liberazione dei popoli sudamericani che segnarono la sua vita.  LOS CAMINOS DELL’ARGENTINA. A Buenos Aires il percorso chiamato Los caminos del Che – un itinerario tra i luoghi legati alla vita di Guevara (guarda la photogallery) – è stato presentato ufficialmente nel 2010 e secondo Diego Conca Lapasset, coordinatore del progetto al ministero del Turismo di Buenos Aires, è già «a buon punto». La passeggiata nel Paese natale del guerrigliero include le città di Alta Gracia (Córdoba), Caraguatay (Misiones), Rosario (Santa Fe) e San Martín de los Andes (Neuquén). E il numero di turisti è in continua crescita. «Non abbiamo ancora numeri esatti, ma sappiamo che al museo La Pastera (all’epoca un rifugio dei lavoratori del parco nazionale della Patagonia dove il Che si fermò più volte, ndr) si superano i 40 mila visitatori l’anno», ha spiegato il coordinatore a Lettera43.it. IL TOUR IN BOLIVIA. Anche la Bolivia ha organizzato un tour simile, La Ruta del Che: 800 chilometri che si snodano attraverso le montagne del Sud Est del Paese, passando attraverso i luoghi dove Guevara e i combattenti dell’esercito della liberazione nazionale lottarono tra il marzo e l’ottobre del 1967. Tra i posti che i viaggiatori possono visitare ci sono Ñancanhuazú, la città dove si svolsero i primi scontri con l’esercito boliviano, ma anche La Higuera, il villaggio dove il Che venne arrestato e fucilato e Vallegrande dove fu esposto il corpo senza vita del rivoluzionario, poi sepolto insieme con altri guerriglieri in una fossa comune. NESSUNA SPECULAZIONE. L’idea dell’itinerario ha però suscitato qualche polemica: c’è chi ha accusato gli Stati sudamericani di voler speculare sulla figura storica del rivoluzionario. «Non vogliamo vendere la sua vita come merce al mercato. Ernesto ha compiuto un cammino di trasformazione in questi Paesi. Crediamo che promuovere il progetto serva alla nostra memoria storica», ha risposto Lapasset.

Fonte: http://www.lettera43.it

Compagni addio? Vendola risponde…(Scambio di lettere sul blog di Repubblica…Da non perdere!)

Nikito's way?

I militanti di Sel sono infuriati con Nichi Vendola, colpevole di aver ripudiato la parola “compagni” in favore di “amici”. Una disputa decisiva, soprattutto nel mezzo della speculazione internazionale, tra le tensioni sulle opere pubbliche e senza ancora un programma chiaro del centrosinistra verso le elezioni.

Si dirà che in politica le parole sono importanti. Ma proprio perché sono importanti sarebbe forse il caso di scegliere un po’ meglio quelle su cui dividersi.

E invece dalla fine del Pci e sempre la stessa storia.  Una infinita discussione sul nome da darsi che rivela la continua e perfino nevrotica ricerca di una identità. Una sfida che parla solo a sé stessa. O al massimo ispira qualche titolo furbetto di Sallusti o Belpietro.

Se proprio si vuole discutere di una parola, nell’Italia del 2013 sarebbe molto meglio discutere della parola democrazia. Perché è sulla qualità di questa parola che si gioca la vera partita, quella che riguarda tutti.

(E comunque definire la parola compagno alibi di crimini è un tantino tranchant. Chi scendeva in piazza contro le Brigate Rosse si chiamava compagno, tanto per dire).

La risposta di Vendola

Caro Bracconi  (cari “amici e amiche” di Repubblica),

hai davvero ragione nel sottolineare  lo stupore perche’ nel giorno in cui il governo e il Parlamento si apprestano a votare una manovra economica che pesera’ in maniera drammatica sulle famiglie italiane, sui ceti medio-bassi, sui soliti noti, noi stiamo qui, sui blog, sul web,  a ragionare su un titolo di agenzia di stampa di dieci giorni fa su  compagni/amici.

Ed e’  stupefacente il tentativo di costruire una polemica politica sul nulla, sul vuoto. Non possiamo giocare sulle parole. Addolora molto che i virtuosi del capovolgimento del significato delle parole possano trovare cosi’ tanto spazio nei media, oltre che nei social network.  Come e’ stato sottolineato dalle testimonianze di chi c’era a quella presentazione, non ho mai rinunciato ad una parola che mi accompagna sin da quando ero ragazzino: compagno.

Parola che trovo bellissima, e che significa spezzare il pane insieme. Ho semplicemente criticato un’idea che nel vecchio Pci era abbastanza consolidata, che all’interno del partito bisognasse essere compagni ma non necessariamente amici. E talvolta si poteva  essere compagni coltivando tenaci inimicizie. Io oggi penso che questa fosse una concezione sbagliata, e che nei luoghi della politica a sinistra bisogna trovare, occasioni di arricchimento umano, occasioni per stringere relazioni interpersonali che possano essere di reciproco giovamento. 

Tutto qua. Il resto e’ chiacchera e pettegolezzo. E ora, se siamo d’accordo, prestiamo la nostra attenzione, il nostro impegno, le idee di ciascuno di noi  a costruire un’alternativa di centrosinistra in questo Paese. E’ questo che forse ci chiede il nostro Popolo. O e’ chiedere troppo?

Con “amicizia”, Nichi Vendola

Fonte: http://bracconi.blogautore.repubblica.it

Bossi, Bossi e Bossi (e il culto del padre si affida alla reliquia “maglietta”)

Tale padre tale figlio...

La scritta «La rivoluzione… ha un solo volto» sopra la faccia di Umberto Bossi si vede sulla maglia di Renzo Bossi con il padre a una festa del Carroccio a Paderno Dugnano (Ansa/ Fabrizio Radaelli)..

Se Che Guevara avesse avuto un figlio immaginiamo che guardaroba di magliette avrebbe potuto mettere in piedi; sfoggiandone una la mattina, una a pranzo e una la sera il figlio di Che Guevara, più o meno come il “trota”, avrebbe portato in giro -sul proprio petto- l’immagine di un padre “mito” e al quale i commercianti di magliette di tutto il mondo devono molto, in termini di vendite e di royalties mai versate!

E dunque il Trota incarna qualcosa che forse mancava sin qui; il figlio che trova la propria utilità nel diventare l’uomo sandwich; il tadze bao della immagine paterna, il portavolto, più che il portaborse…

Bella foto, dice molto!

 

(Marco Mottolese per newsfromtshirts)

 

Siamo in mano al nuovo “Che”? O “Gh’e”?

Prepariamoci tutti ad indossare questa maglietta...

Bossi: “La lega ha quasi in mano il Paese”. Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha dichiarato durante un comizio per le amministrative: “Diciamo la verita: la Lega ha quasi in mano il Paese, Berlusconi può fare, ma deve avere l’accordo della Lega”. In precedenza, Bossi aveva respinto l’ipotesi che per il dopo Berlusconi sia possibile l’opzione di un governo tecnico: “Non siamo scemi, un governo tecnico ci fa arrivare tutti i clandestini del mondo”.
Ma le esternazioni del Senatùr in giornata hanno toccato anche Napolitano, con cui ha negato di avere “asse privilegiato”: “Io posso trattare con lui, moderare, ma Berlusconi è Berlusconi, è il mio alleato e l’altro è il presidente della Repubblica che firma le leggi”. E come già ieri, torna a frenare sui pm di Milano, anche se con un linguaggio decisamente colorito: “Non si può dire che siano tutti stronzi”.

Fonte: Repubblica.it e agenzie varie

Sempre più somiglianti…( I reportage della morte di Che Guevara e Bin Laden stanno divenendo ogni ora più simili…)

e il risultato finale quale sarà?  Saranno sufficienti le magliette per estinguere la voglia di buona parte del mondo di vendetta? Gli  Stati Uniti entrano a gamba tesa con discreta facilità ( è noto che nel football sono scarsi…) e se ne fottono altamente del resto del mondo; salvo poi correre in soccorso…ma dai tempi di Che Guevara ad oggi le cose sono cambiate -e di molto- nel campo dei media e questi ultimi, si sa, sono come l’eco…vanno, vengono, rivanno e tornano, sempre amplificandosi e solo apparentemente allontanandosi…Tra quanto vedremo studenti con la maglietta di Bin Laden che recita: Hasta La Victoria…o, meglio ancora, Libertad o Muerte…ect ect, magari in caratteri arabi…

Bin Laden appena morto?

 

Che Guevara appena morto?

 

La nuova icona...

(M.M. newsfromtshirts)

BIN LADEN: SPOPOLA T-SHIRT, “HO VOTATO OBAMA PER PRENDERE OSAMA”.

Gli americani la buttano in gadget...as usual

Ma…

Non è che Bin Laden lo troveremo nei prossimi anni sulle magliette come il “Che” ?…

Il "Che" fotografato appena morto E per finire... A quando una maglietta raffigurante Osama che reca sul petto Obama?

 

 Ecco, solo per dire la confusione che si ingenera in questi casi…Osama è il Che del medio Oriente. Il Che fu fatto fuori sempre dagli americani che sembrano ammazzare i miti solo per sfruttarli meglio commercialmente.

Nessuna emozione particolare; come dice il Vaticano non si festeggia una morte. Piuttosto si ragiona, in questi casi, e si cerca di capire. Perchè “capire”, alla fine, è “politica”; esattamente come Politica è uccidere il Che o Osama e subirne comunque le influenze negli anni a venire.

Nessuno esattamente sa come andrà a finire.

Marco Mottolese – newsfromtshirts

Quanto durano i governi autoritari?

Ardito gioco di maglietta...che la dice lunga però...

Cari amici comincio questa nuova finestra (Hurriyyà in arabo significa libertà) su quanto sta accando nella sponda sud del Mediterreneo (QUI trovate una mappa interessante) con uno spunto “tecnico” di riflessione globale, la lista dei 30 più longevi leader politici al potere non re.  Non tutti guidano o hanno guidato il paese con la medesima ferocia di Gheddafi (potete seguire QUI LA MAPPA della rivolta libica) ma c’è una curiosa coincidenza tra la durata di questi governi e l’autoritarismo degli stessi.

Fonte: Francesca Paci per http://www.lastampa.it

(Fermatevi un attimo; prendete coscienza della tabella che segue. Meditate, con calma, su queste date. Sentirete dentro di voi qualcosa di nuovo…in tutti i casi la classifica è guidata da Fidel Castro. Ovvio: la pigrizia dei Caraibi incide sul ritardo nel liberarsi del personaggio…)

M.M. newsfromtshirts

1. Fidel Castro (Cuba): 16 Feb 1959-24 Feb 2008, 49 anni e 8 giorni
2. Chiang Kai-shek (Cina): 10 Oct 1928-5 Apr 1975, 46 anni e 177 giorni
3. Kim Il-sung (Nord Corea): 9 Sep 1948-8 Jul 1994, 45 anni e 302 giorni
4. Omar Bongo (Gabon): 2 Dec 1967-8 Jun 2009, 41 anni e  188 giorni
5. Muammar al-Gaddafi (Libia): 1 Sep 1969-…, 41 years anni e… (DOVE seguire gli eventi in corso)
6. Enver Hoxha (Albania): 22 Oct 1944-11 Apr 1985, 40 anni e 171 giorni
7. Francisco Franco (Spagna): 1 Oct 1936-20 Nov 1975, 39 anni e 51 giorni
8. Gnassingbé Eyadéma (Togo): 14 Apr-5 Feb 2005, 37 anni e 297 giorni
9. Josip Broz Tito (Jugoslavia): 29 Nov-4 May 198, 36 anni e 157 giorni
10. António de Oliveira Salazar (Portogallo): 5 Jul 1932-25 Sep 1968 ,36 anni e 82 giorni
11. Todor Zhivkov (Bulgaria): 4 Mar 1954-17 Nov 1989, 35 anni e 258 giorni
12. Paul Biya (Camerun): 30 Jun 1975-…, 35 years e…
13. Félix Houphouët-Boigny (Costa d’Avorio): 1 May 1959-7 Dec 1993, 34 anni e 220 giorni
14. Alfredo Stroessner (Paraguay): 15 Aug 1954-3 Feb 1989, 34 anni e 172 giorni
15. Ali Abdullah Saleh (Yemen): 18 Jul 1978-…., 32 anni e…
16. Yumjaagiin Tsedenbal (Mongolia): 26 Jan-23 Aug 1984, 32 anni e 210 giorni
17. Dawda Jawara (Gambia): 12 Jun 1962-22 Jul 1994, 32 anni e 40 giorni
18. János Kádár (Ungheria): 25 Oct 1956-27 May 1988, 31 anni e 214 giorni
19. Habib Bourguiba (Tunisia): 11 Apr 1956-7 Nov 1987. 31 anni e 210 giorni
20. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (Guinea Equatoriale): 3 Aug 1979-…, 31 anni e …
21. Lee Kuan Yew (Singapore): 5 Jun 1959-28 Nov 1990, 31 anni e 176 giorni
22. Mobutu Sese Seko (Zaire): 24 Nov 1965-16 May 1997, 31 anni e 173 giorni
23. José Eduardo dos Santos (Angola): 10 Sep 1979-…, 31 anni e…
24. Hastings Kamuzu Banda (Malawi): 1 Feb 1963-21 May 1994, 31 anni e 109 giorni
25. Suharto (Indonesia): 12 Mar 1967-21 May 1998, 31 anni e 70 giorni
26. Joseph Stalin (URSS): 3 Apr 1922-5 Mar 1953, 30 anni e 336 giorni
27. Robert Mugabe (Zimbabwe): 18 Apr 1980-…, 30 anni e….
28. Abdou Diouf (Senegal): 26 Feb 1970-1 Apr 2000, 30 anni e 35 giorni
29. Maumoon Abdul Gayoom (Maldive): 11 Nov 1978-11 Nov 2008, 30 anni
30. Muhammad Hosni Sayyid Mubarak (Egitto): 14 Oct 1981- 11 Feb 2011, 29 anni e 120 giorni (QUI trovate un interessante video-blog sulla protesta araba)

Come direbbero i francesi…dopo il “feuilleton”, voilà, le business… Mezzo mondo si organizza intorno all’icona Assange.

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Per chi è abituato a vagabondare, per lavoro o per diletto, nella Rete, non è difficile capire che, dopo il misterioso e, tutto sommato scarsamente duraturo, oggetto “Obama” ora è il momento del non meno misterioso e forse non più duraturo Mr. Assange.

Si parla di lui, si scrive di lui; una sorta di filosofo “Don Giovanni” al passo coi tempi; un Bernard Henry Levi con il supporto informatico; un Serge Gainsbourg senza coito evidente; un George Best che sa come fare goal. (Ricordate la mitica frase di Best? Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato. ).

Insomma Julian Assange, anzichè prete s’è fatto “marchio”…capita. E’ capitato a Obama, è capitato a Bin Laden (a proposito… pensate ad un bel tè nel deserto tra Bin Laden e Assange, infondo entrambi distruttori del mondo occidentale, anche se uno dei due, Bin, ha un vizietto -quello di uccidere- che fortunatamente Julian non ha…) insomma s’è fatto marchio “malgré soi” in pratica senza volerlo. Assange oggi vale; è come se avesse vinto Wimbledon, oppure una importante gara alle olimpiadi. Assange è noto; Assange, ormai si sa, ama le donne e le violenta in maniera amorosa…Assange non ha quaranta anni; Assange viene dagli antipodi. Julian si è fatto marchio per riscattare l’intero genere. Per riscattare Obama, che non è durato. Per riscattare Cristiano Ronaldo, ormai papà, che non è amato dai ragazzini. S’è fatto marchio perchè Jeff Bezos di Amazon è brutto come la fame e Steve Jobs non è solo malato; ma è anche vecchio. E da vecchi i geni interessano solo agli altri vecchi. Si è fatto marchio, Assange, perchè del brufoloso inventore di Facebook nessuno vuole sapere nulla. Quello che ha fatto ha fatto e si goda i suoi miliardi di $. Senza disturbare…Per non parlare, infine, di Che Guevara, il riferimento secolare di tutti coloro che “si sono fatti marchio” . Ma il “Che” lo è diventato marchio (o brand) da morto. Esserlo da vivi è molto più imbarazzante. Appiccicoso.

Divertitevi da soli. Dunque. Girate nella rete. Bighellonate. Fate sega ( si dice ancora così quando non si va a scuola di nascosto?)  per mezz’ora dalle cose più importanti che state facendo. E scoprite quante immagini, quanti prodotti, quanti articoli ruotano intorno a Julian Assange ( però , che nome perfetto per diventare Mito temporaneo…).  E allora a vostra disposizione avrete t-shirts e borse, tazze all’americana e tovagliette. Sarete pronti ad indossare Julian, mangiare con Julian, illuminarvi con Julian (nel senso di lampade personalizzate…)  trasportare le varie nostre cianfrusaglie dentro “Julian”. Probabilmente giocare con i vostri figli con giocattoli “targati” Julian.

Come dicono bene i francesi…feuilleton…Assange è già un romanzo d’appendice. E mica per colpa sua…

Marco Mottolese per newsfromtshirts

Statuette di Assange a Napoli. Per il Presepe.

 

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