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Sulla (nuova) strada di Kerouac . La beat generation incontra Google.

Il grande Jack.

Il viaggio che definì un’epoca ora si può fare da seduti con Google Earth grazie alle telecamere fisse. Città dopo città attraverso il continente americano. Per saperne di più basta puntare il cursore e affidarsi allo zoom. E 53 anni dopo la pubblicazione del romanzo, Francis Ford Coppola ha dato inizio alle riprese del film.

Viaggiare con mappe virtuali sarebbe stato il controsenso assoluto del ventinovenne Kerouac. Restare seduti, fermi, composti davanti a un monitor per muoversi in 3D su strade dotate di telecamere fisse. Strade senza segreti, senza possibilI svolte, senza scelte. La generazione beat cinquant’anni dopo viaggia da seduta. Muove mouse senza fare autostop e non lascia ombra. Per lo più.Il viaggio di On the road (Sulla strada) scritto da Jack Kerouac nel 1951 e pubblicato nel ’57, è ancora vivo e in trasformazione perpetua. Su Google Earth ora si può ripercorrere posto dopo posto, proprio come l’autore usò mappe e puntine negli anni in cui viaggiò attraverso il continente americano prendendo appunti, e formando nella sua testa il romanzo che definì una generazione e diede inizio alla sua degenerazione.

VIDEO 1

Il viaggio virtuale di On the road parte da questo indirizzo 2 (è richiesto il plug-in di Google Earth, ma è indolore o potete arrivarci da qui 3). Ogni posto, ogni città, benzinaio o paesaggio toccati dai personaggi del libro, cominciando da Sal Paradise (Kerouac nella versione originale del manoscritto), sono segnati. Basta puntare il cursore e affidarsi per il resto alle infinite possibilità dello zoom. In ogni segnalibro sono segnate spiegazioni, citazioni, e sono raccolte emozioni. Frasi tratte dal libro, pezzi di vita di Kerouac. Motivi, visioni. Il compromesso virtuale mantiene vivo il viaggio. Lo fa a tre dimensioni e senza grandi pretese. Non è un lavoro ufficiale, è opera di un internauta volontario, un utente libero in cerca di avventura. Beat, seat.

On the road resta una leggenda senza punti e virgola. E’ una strada di parole percorsa da generazioni, imprigionata su un rotolo di carta per telex lungo 36 metri sul quale l’autore ha dattiloscritto il suo romanzo. Il rotolo, “the scroll”, fu comprato all’asta nel 2001 da Jim Irsay, proprietario della squadra di football degli Indianapolis Colts, che se l’aggiudicò per 2,43 milioni di dollari. Attaccato con lo scotch a mano dallo stesso Kerouac per scrivere senza mai fermarsi, senza soste, pause, come in un viaggio, per strada, il rotolo è stato esposto al pubblico, trattato e guardato come un’antica pergamena piena di segreti.

Una clessidra di carta senza più tempo che nella versione originale nasconde scorciatoie, nuove angolazioni, ombre da scoprire e una punteggiatura diversa. Quella che l’autore aveva voluto durante le tre settimane in cui battè a velocità folle sui tasti della sua macchina da scrivere, nell’appartamento al numero 454 a West 20th Street di Manhattan, New York. Senza mouse, senza monitor, con tutto nella testa o sparso in quaderni di appunti appallottollati come vestiti usati in sacche da viaggio. Kerouac aveva prescelto una punteggiatura minimale e indifferente perché le virgole, come buche sulla strada, non rallentassero i suoi spostamenti. Di virgole ne mise poche, ma non una sola a caso.

Malcolm Cowley, il primo editore che pubblicò il libro con la Viking Press nel 1957, sei anni dopo la consegna del rotolo, le cambiò. Aggiunse punti, due punti, punti e virgola. Poi modificò i nomi dei personaggi trasformando William S. Burroughs in Old Bull Lee o Allen Ginsberg in Carlo Marx. Già che c’era tagliò qualche scena sessualmente troppo forte. Ma On the road completò lo stesso il suo viaggio e ispirò artisti e poeti che cambiarono il suono, il modo di pensare e quello di parlare del mondo. Dylan, i Beatles, Hunter S. Thompson, Jim Morrison, Pynchon, Lester Bangs. Tre anni fa, cinquant’anni dopo, la Viking Press ha ripubblicato la versione originale del manoscritto. E la stessa cosa sta facendo per l’Italia Mondadori proprio adesso.

La leggenda resta comunque difficile da maneggiare e il rotolo non si piega facilmente. L’adattamento di On the road in un film è un progetto rimasto fermo per anni. Come se il viaggio di Kerouac non potesse prendere altra forma. Gus Van Sant è stato in possesso dei diritti per molto tempo, avrebbe voluto un film che puntasse alla sottotraccia più erotica del romanzo. Rinunciò. Russell Banks scrisse poi una sceneggiatura tratta dal libro per Francis Ford Coppola, il quale comprò i diritti per 95 mila dollari nel 1980.

Da poco più di un mese il film ha cominciato a diventare reale. Grazie al regista brasiliano Walter Salles (I diari della motocicletta) che sta dirigendo una sceneggiatura firmata da Josè Rivera. Prima di cominciare le riprese il regista ha ripercorso le orme di Kerouac, ha fatto il viaggio in auto, e ha girato il documentario ‘On the search for On the Road’. Con un budget di 25 milioni di dollari il film, che non ha un cast stellare, sarà prodotto da Coppola con la sua Zoetrope insieme a MK2, l’inglese Film4 e la brasialiana Videofilmes. Sam Riley (già Ian Curtis in Control il film sui Joy Division di Anton Corbijn) sarà Kerouac, col nome di Sal Paradise. Garrett Hedlund interpreterà Dean Moriarty e Viggo Mortensen Old Bull Lee. Tra le attrici Kristen Stewart (Mary Lou), Kirsten Dunst (Camille) e Amy Adams di Come d’incanto sarà Jane. Il primo ciak è stato battuto il 2 agosto e le riprese saranno fatte tra New Orleans, Montreal e il Messico.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!” (Jack Kerouac, On the road).

Virtualmente ...On The Road...

 

Fonte: Katia Riccardi per Repubblica.it

T-shirt a realtà aumentata: l’ultima trovata di Panasonic e I-Phone

Di solito si fabbricano maglie con frasi divertenti, giochi di parole o disegni che fanno riferimenti a fatti o persone. Panasonic, però, ha avuto un’idea diversa per lanciare le sue nuove Tv: delle t-shirt con codice AR per la realtà aumentata.

Usando l’iPhone e una particolare applicazione, infatti, l’utente può vedere apparire dalla maglia una mucca, uno squalo o altri animali. I veri geek probabilmente faranno a gara per averne una.

Hendrix fra palco e realtà in mostra l’icona del rock.

Taglia: un milione di U.S. $ per riaverlo tra noi...vivo...

A Milano la Galleria Photology celebra una della massime icone del rock a quarant’anni dalla morte. Una grande mostra fotografica, protagonisti quattro celebri fotoreporter che hanno indagato il mito, fra backstage e privato. Un ritratto di pensieri, solitudini, performance dissacratorie e leggendarie.

“ERA l’alba del mio terzo giorno a Woodstock senza aver chiuso occhio e la sicurezza addetta al palco, stanchi più di me, forse non si accorsero della mia salita tra gli strumenti musicali. Fu un gran colpo di culo perché dopo poco fece il suo ingresso con tutta la sua band Jimi Hendrix. Mi passò così vicino che potevo toccarlo. Sentii l’odore di marijuana,  mi fece un gran sorriso e a tre metri da me cominciò a suonare l’inno Americano, interpretando con i suoni della sua chitarra i bombardamenti sul Vietnam. I was in Heaven!”. Era davvero in paradiso il fotoreporter Gianfranco Gorgoni, famoso per aver immortalato la scena artistica newyorchese degli anni ’60. I suoi ricordi in bianco e nero e a colori vanno ora in mostra a Milano nell’evento Hendrix Now, dal 15 settembre al 19 novembre alla Galleria Photology che nel 40esimo anniversario della morte di Jimi Hendrix raccoglie le immagini che quattro grandi fotografi legati alla storia del rock – Baron Wolman, Jorgen Angel, David  Redfern e Gorgoni – hanno dedicato a quello che nel 2003 la rivista Rolling Stone ha definito “il miglior chitarrista di tutti i tempi”.

L’INIZIATIVA: JIMI HENDRIX, IL SOGNO ELETTRICO 1

La rassegna, realizzata in collaborazione con la M. Casale Bauer (distributrice in esclusiva in Italia del marchio Fender), è un viaggio nell’universo Hendrix. Un reportage della sua vita sotto i riflettori, a un passo dai fan in delirio, attraverso le esibizioni storiche e i momenti di pausa, in albergo o dietro le quinte dal 1968 al 1970, fino a qualche giorno prima di quel 18 settembre quando la morte prematura, a soli 28 anni, trasformò Hendix in un mito. Baron Wolman, storico collaboratore di Rolling Stone Magazine, firma ritratti acuti e introspettivi dell’artista, come quando lo descrive “silenzioso nella stanza d’albergo prima del concerto al leggendario Fillmore Auditorium di Bill Graham a San Francisco” nel febbraio del ’68. O due anni dopo, nel febbraio del ’70 quando, nell’appartamento del suo manager a New York, Wolman lo ritrova “pensieroso, parlava di fondare la Band of Gypsies e discuteva del nuovo studio di registrazione che stava per farsi costruire. Fuori dal palco, Jimi Hendrix era sempre calmo, un giovane pieno di pensieri”.

LE IMMAGINI DELLA MOSTRA
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Di David Redfern, che con il suo obiettivo indagò la Swingin’ London tra club e set televisivi, sfilano le immagini dell’ultimo concerto di Hendrix alla Royal Albert Hall il 24 febbraio del 1969: “Devo ammettere che al tempo non avevo compreso l’importanza di quell’evento – dice l’autore degli scatti – penso di essere stato l’unico fotografo lì, oltre a chi realizzava le riprese video. La luce era buona, soprattutto per essere all’interno della Albert Hall, e io fotografai a colori con la mia Hasselblad”.

Di Jorgen Angel, “inviato” sul fronte del rock tra Scandinavia, Inghilterra e Stati Uniti per le principali testate, spiccano le ultime foto scattate il 3 settembre al KB Hallen di Copenhagen. “La notte prima, Hendrix aveva fatto un concerto al Vejlby-Risskov Hallen nella città danese di Aarhus – racconta – lo spettacolo era durato meno di venti minuti, il tempo di tre o quattro canzoni. Jimi aveva dovuto abbandonare il palco, probabilmente per stanchezza. La sua fidanzata danese si prese cura di lui e si rimise in piedi per il concerto di Copenhagen. Secondo le persone che lo seguivano, questo spettacolo era stato uno dei suoi migliori in assoluto. Sarebbe morto solo quindici giorni dopo”. 

Una particolarità della mostra è il contributo di Nico Vascellari, artista eclettico e performer, oltre che voce del gruppo punk With Love, che ha creato il suo libro d’artista dedicato a Hendrix – nell’ambito del progetto Art Icons – elaborando trenta foto insieme alle interviste ai musicisti Ari Marcopoulos, Arto Lindsay, Z’EV, Stephen O’Malley insieme a quelle agli autori in mostra citati nell’articolo. Ad arricchire l’esposizione, due videoinstallazioni dell’artista Alessandro Amaducci, “Infinite Joe” e “Infinite Star” dove vengono assemblate le performance più celebri e dissacratorie di Hendrix, mentre brucia la sua chitarra o la inforca per sfasciare gli amplificatori o per mimare atti sessuali.

“Hendrix Now”
Galleria Photology 3
via della Moscova 25 Milano
15 settembre – 19 novembre 2010
Orari: lunedì-venerdì 11-19. Ingresso libero.
Info 026595285

Fonte: Laura Larcan per Repubblica.it

La maglietta (e l’evento) che fa tremare gli artisti italiani…

Curioso e per niente anacronistico l’appello che Beppe Grillo ha rivolto ai suoi lettori. Infatti sembra che per l’evento “Woodstock 5 stelle” in programma per il 26 Settembre a Cesena ci siano difficoltà a reperire artisti pronti ad esporsi al suo fianco…autocensura o cambio di rotta politica?

(Newsfromtshirts)

Gli artisti italiani temono di dare la loro adesione alla ‘Woodstock’ del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, prevista per l’ultima domenica di settembre. Con la loro adesione all’iniziativa, annuncia lo stesso Grillo, hanno timore di “perdere contratti, serate, presenze televisive” e cosi’ “mi hanno detto tutti di no. Un no gentile con diverse sfumature: ‘Ho un impegno… devo valutare.. devo registrare…
ci devo pensare… sono all’estero’”, anche “alcuni che parteciparono ai ‘Vday’ si sono negati. Uno solo mi ha detto di si senza condizioni: Cristiano De Andre’, che ringrazio di cuore”.
Per organizzare l’evento Grillo chiede quindi l’assenso dei suoi sostenitori e quello di artisti “che accettino di ‘esporsi’ sul palco. Woodstock 5 Stelle sara’ un momento di divertimento e cultura della vita. Musica e stelle internazionali dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia che ci parleranno del futuro che vorremmo. L’incontro e’ gratuito. Il costo dell’evento sara’ finanziato da contributi volontari dei partecipanti e se non saranno sufficienti, lo copriro’ io.
Woodstock 5 Stelle deve essere un grido nella foresta pietrificata in cui viviamo che ci propone leader quasi sessantenni come ricambio” a Berlusconi. Grillo conclude: “Io ci metto la faccia, parte dei soldi, ma devo avere il vostro sostegno. Datemi un cenno, ditemi qualcosa e se siete un artista telefonatemi voi, non la vostra segretaria. Io sono qui che aspetto, con gli occhi rivolti all’alba, al sole che sorge dal mare. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure”.

(AGI – Roma, 7 lug 2010)

In ogni caso non sono mancate le adesioni da parte di chi crede e ha sempre creduto nel progetto Grillo.

Tra gli artisti confermati:

Charleston, Flavio Oreglio, John De Leo, The Niro, Ivan Segreto, Francesco Baccini, Stefano Bollani, Samuele Bersani, Max Gazzé, Cattive abitudini, L’invasione degli Omini Verdi, Leo Pari, Supa & DJ Nais, Mamasita, Blastema, Perturbazione, Dente, Bud Spencer Blues Explosion, Calibro 35, Fabri Fibra, Marracash, Sud Sound System, Tre allegri ragazzi morti, Marta sui tubi, Paolo Benvegnù, Teatro degli orrori, Linea 77, Daniele Silvestri, e ancora altri

per maggiori informazioni sull’evento

www.beppegrillo.it

Piccolo contributo alla vicenda Sakineh. Lapidiamo in qualche modo chi intende lapidare!

E sembra facile...

fanculo Iran, ovviamente non per i poveri iraniani che non vedono l’ora di liberarsi di questi trogloditi che li dominano, ma proprio fanculo iraniani politici, finti religiosi, uomini primitivi e asincroni rispetto all’epoca che viviamo. Dittatori violenti e ignoranti. Intanto perchè l’ambasciata iraniana in Italia non viene circondata da manifestazioni schifate? Manifestiamo per tutto; forse sarebbe il caso di far fare le valigie a questi ignobili signori che peraltro, come leggete sotto, mistificano persino il Corano!

(m.m. per n.f.t.s.)

Così stanno le cose:

Quando una donna islamica decide di sua volontà di non voler indossare il velo, che sia chador, hijab, niqab o burqa, la sua miglior difesa sta nel Sacro Corano. Infatti non esiste scritto da nessuna parte del Sacro Corano che una donna debba indossare il velo.

Al contrario il Sacro Corano sostiene i Diritti della donna, Diritti come decidere l’uomo che vuole sposare, il Diritto di avere una educazione, il Diritto di avere la stessa parte di eredità di un uomo e anche il Diritto di non coprire i capelli. Secondo il Sacro Corano la donna ha gli stessi Diritti dell’uomo.

Ma allora perché alle donne islamiche viene imposto di indossare il velo? Perché in molte giurisprudenze di Paesi Islamici la donna non ha gli stessi Diritti dell’uomo? Perché anche in Europa le donne islamiche sono discriminate all’interno della propria società? La risposta sta in una cattiva interpretazione del Sacro Corano che nel corso dei secoli si è via via diffusa arrivando a interpretazioni estreme come quelle che ne danno gli studenti coranici afghani (i talebani). Se vogliamo, nel corso dei secoli l’uomo islamico, sentendo la necessità di affermare il suo potere sulla donna l’ha resa progressivamente succube di queste interpretazioni. Fondamentalmente l’uomo islamico teme l’evoluzione della donna in quanto teme di perdere tutto il potere che esercita su di essa. In definita l’interpretazione del Sacro Corano non è altro che un atto di viltà da parte dell’uomo.

Non sono io a dirlo, ma sono studi durati diversi anni portati avanti da un gruppo di donne coraggiose che hanno studiato a fondo il Sacro Corano arrivando a dare la giusta interpretazione dello stesso. Per fare un solo esempio, l’interpretazione maschile della famiglia islamica vede la stessa come una struttura patriarcale dove l’uomo ha il compito di difendere la donna ma soprattutto dove il maschio è il “custode” della femmina e della sua “moralità”. In questa struttura la donna è assoggettata all’uomo perché dipende in tutto e per tutto da lui. Se una figlia commette un atto che il padre giudica “poco morale” viene punita immediatamente. Non ha importanza cosa abbia commesso, l’importante è il metro di giudizio del padre. Queste studiose hanno dimostrato che invece non c’è scritto da nessuna parte del Sacro Corano che la struttura famigliare debba essere di tipo patriarcale, anzi, hanno dimostrato che nell’antichità le famiglie nell’Islam erano tutte di tipo matriarcale.

Molto lentamente il femminismo islamico si fa strada nel difficile mare dell’integralismo fatto di violenza sulle donne e di errate interpretazioni di quanto detto dal Profeta. La vittoria ottenuta in Marocco con il cambiamento della legge sul Diritto di famiglia che oggi riconosce alla donna gli stessi Diritti degli uomini, è solo una prima importantissima vittoria che però si scontra con il regresso che si evidenzia nei paesi occidentali. Infatti se in Marocco il Diritto di famiglia viene applicato per legge, se nelle città marocchine le donne sono fondamentalmente libere di fare le proprie scelte, in occidente dove vi è una foltissima comunità di immigrati marocchini, negli ultimi anni si è assistito a un deciso regresso dei Diritti delle donne. Oggi l’80% delle donne marocchine sposate in occidente è obbligata dal marito a portare il velo (in alcuni casi integrale). Quelle che si oppongono a questa pratica vengono sistematicamente picchiate. Se una ragazza marocchina flirta con un giovane occidentale viene immediatamente etichettata come una poco di buono. In casi estremi viene addirittura rinchiusa in casa o, come già successo nel caso vada via di casa, uccisa dallo stesso padre o dai fratelli. Paradossalmente le donne marocchine hanno più Diritti in Marocco che in Europa.

All’evolversi del femminismo islamico in tutto il mondo si contrappone una sempre maggiore resistenza da parte dei conservatori della fede che vogliono preservare l’interpretazione maschile del Sacro Corano. Ci sono Stati dove parlare di “femminismo islamico” può costare la vita. L’Arabia Saudita, l’Iran, l’Algeria, alcuni stati islamici africani, quasi tutti gli Stati del Golfo, sono solo alcuni esempi. Ma quello che più sconcerta sono le difficoltà che il femminismo islamico incontra in occidente nonostante vi siano leggi ben precise a tutela dei Diritti delle donne. Sembra quasi che il mondo islamico viva di leggi sue e non di quelle dei Paesi “ospitanti”. C’è una certa paura da parte di chi non è islamico a interessarsi dei Diritti delle donne musulmane, una specie di “timore di interferire” che pregiudica non poco il lavoro delle femministe islamiche. Occorre che il mondo occidentale, l’Europa, aiuti concretamente il fragile e debole movimento femminista islamico, occorre avere il coraggio di “interferire”, perché è lo stesso Sacro Corano a sancire i Diritti delle donne, tutto il resto è puro maschilismo e misoginia.

Articolo scritto da Amina A. per http://www.secondoprotocollo.org/

Beppe Grillo così su Schifani contestato: e’ l’inizio della fine, italiani stanchi di essere presi in giro.

Membro della famiglia?

Tutto da appurare, ovviamente. Mica che se sei siciliano automaticamente sei mafioso...ci mancherebbe!...

di Silvia Cordella – 4 settembre 2010
“Prima o poi la verità su Schifani la racconterò tutta fin dal primo giorno in cui l’ho conosciuto”. È lo sfogo dell’imprenditore siciliano Giovanni Costa, condannato in primo grado a nove anni per riciclaggio, al giornalista de L’Espresso, Lirio Abbate.

E ciò che va in stampa è l’ennesimo scoop sui chiaroscuri della vita del Presidente del Senato Renato Schifani.
Costa non è di certo un sant’uomo. Anche se nega i suoi contatti con la mafia, una sentenza di primo grado lo ha condannato a nove anni per aver riciclato una parte del bottino di Giovanni Sucato, conosciuto meglio come il “mago dei soldi”, un personaggio questo sì legato alla mafia di Villabate il quale, attraverso una colossale truffa, nei primissimi anni Novanta, si era intascato indebitamente il denaro di molti mafiosi e siciliani onesti.
I ricordi di Costa rievocano un passato ingombrante che riaffiora in un autunno che si prospetta ricco di novità sotto il profilo politico ma anche giudiziario. Schifani “era il mio consulente, la persona che mi consigliava, quello che riusciva a mettere le carte a posto controllando i documenti con i quali chiudere affari senza avere problemi”. Dal 1986 il Presidente del Senato sarebbe stato a suo libro paga, due milioni di lire al mese in cambio di un impegno a 360 gradi, per risolvere all’imprenditore tutte le grane amministrative.  Schifani, ha raccontato Costa, “faceva in modo di sistemare i conti e le carte. All’epoca – ha spiegato sornione -  se avevi denunciato un reddito di 300 mila lire e poi provavi ad acquisire un bene da 100 miliardi di lire era complicato spiegarlo al fisco. Si doveva trovare la forma per concludere l’affare, perché allora eravamo tutti evasori fiscali, non riciclatori. E lui era bravo a trovare le soluzioni per portare a termine l’acquisto”. Chissà, forse nel ricordo di quegli anni Costa alludeva all’acquisizione dell’Urafin. Una Holding con partecipazioni superiori a 200 milioni di euro, finita nel 1993 sotto i riflettori dei pm della Dda di Bologna sulla quale l’imprenditore, aiutato dal suo consulente Schifani, aveva messo le mani. All’epoca i magistrati del capoluogo emiliano (in una lettera del 6 luglio dello stesso anno) avevano chiesto lumi ai colleghi di Palermo su un elenco di persone che avevano curato la fase contrattuale della compravendita, in particolare domandavano se quei soggetti fossero già comparsi “in indagini aventi come oggetto tentativi di impiego di capitali di illecita provenienza”. Quel business aveva insospettito gli investigatori anche perché Giovanni Costa, che risultava essere uno degli acquirenti, pareva presentarsi come capocordata, “di un gruppo di palermitani, alcuni dei quali pregiudicati, sprovvisti di attitudini patrimoniali idonee”. Certo, non è la prima volta che il nome del presidente del Senato Schifani viene associato a gente davvero poco raccomandabile,  come Benny d’Agostino e Nino Mandalà, poi condannati per mafia. “Era un bravo civilista – ha ricordato Costa – e lui forse queste persone (riferendosi a soggetti mafiosi) le conosceva perché trovava le pratiche allo studio… lui comunque nel 1992 continuava a ripetermi che voleva andare a Milano forse perché era già innamorato di Berlusconi”. In quell’anno Schifani “voleva andare via da Palermo perché aveva paura”, ha continuato: “Mi aveva chiesto di venire a Milano e di inserirlo nel Cda dell’Alpi Assicurazioni di Fabbretti. Non voleva stare più a Palermo, sospettavo che avesse paura”. “Ciò significa che era ‘impastato’ (colluso) con i mafiosi? – si è domandato lui stesso – “Se hai paura della tua città ci sarà un motivo!” Ma al processo a suo carico per aver ripulito ingenti somme di denaro provenienti da attività degli affiliati a Cosa Nostra, la verità di Schifani è stata un’altra. Chiamato a testimoniare dalla difesa di Costa due anni prima della sua nomina a presidente del Senato, il politico di Forza Italia ha raccontato di aver seguito l’imprenditore agli inizi degli anni ’90, “per alcune vicende di carattere civile”, di natura “extragiudiziaria, civilistica, contrattualistica”. Poi, in quanto al posto nel Cda della Alpi, Schifani ha precisato: “Non accettai”, “dissi che questo esulava dal mio ruolo professionale”. Invece Costa “lo aveva fatto a mia insaputa”, ma “non ho mai accettato (…) perché non ho mai frapposto il mio ruolo professionale con altri tipi di ruoli che nascessero da interessi clientelari”. Una difesa che Costa ha però definito lontana dalla realtà e per questo si è detto pronto a richiamare a testimoniare Schifani nel suo processo d’Appello. 
Dichiarazioni tutte da riesaminare dunque per scoprire la verità sulle relazioni pericolose del Presidente Schifani, soprattutto all’indomani delle dichiarazioni del pentito di Brancaccio Gaspare Spatuzza, a cui il Viminale ha negato il programma di protezione (i legali del collaboratore hanno presentato ricorso). Secondo un’indiscrezione giornalistica, riferita ai verbali secretati dell’ex boss di Cosa Nostra, l’avv. Schifani nei primi anni Novanta avrebbe avuto a Milano un ruolo nella mediazione dei rapporti tra i fratelli Graviano, Dell’Utri e Berlusconi. L’anno scorso l’ex luogotenente dei capimafia di Brancaccio, in una nota della Dia del 26 ottobre, aveva fatto mettere nero su bianco di essere stato testimone diretto, nei primissimi anni Novanta, di un incontro fra il boss Filippo Graviano e l’allora avvocato Schifani nei locali di un noto costruttore, poi condannato per mafia. Allora, interrogato dai pm di Firenze sugli appoggi politici e imprenditoriali dei suoi capimafia in territorio milanese, Spatuzza aveva riferito: “Preciso che Filippo (Graviano) talvolta utilizzava l’azienda Valtras dove lavoravo, come luogo d’incontri. Accanto a questa c’era il capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza dove pure si svolgevano incontri, ricordo di avere visto diverse volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza (Schifani). Preciso che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata da Filippo a Tolmezzo allorquando commentando questi incontri Graviano (all’epoca non latitante, ndr) mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anche io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale Presidente del Senato. Preciso che anche io avendo in seguito visto Schifani sui giornali e in televisione l’ho riconosciuto come la persona che all’epoca vedevo”. E in merito a Cosenza, Schifani aveva dichiarato: “E’ una persona vicina ai Graviano con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Giovanni Drago”. Per ora dunque i pm sono alla ricerca di riscontri. Le dichiarazioni sono state inviate alla Dda di Palermo che è impegnata nella ricostruzione della rete relazionale dei padrini di Brancaccio al nord, durante il periodo delle stragi. Ed è in questa fase investigativa che il fascicolo su Schifani potrebbe svelare nuovi retroscena. Come, ad esempio, quelli che qualcuno aveva ipotizzato in merito agli interessi dei fratelli Graviano nell’affare Sucato. Lo stesso per cui è finito nei guai il cliente del Presidente del Senato Giovanni Costa.

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com

Sex Pistols, l’odore del punk in vendita il profumo della band.

Mitica icona con la Regina ideata dai geniali Pistols.

Battezzata col nome del gruppo, è una fragranza al limone e pepe nero che sarà commercializzata da settembre in Europa e negli Usa. Quaranta euro e il logo “God save the Queen”. Ma è solo uno dei tanti gadget con il loro “marchio”. Già disponibili una sveglia, una custodia per computer, ed è in arrivo pure una saponetta.

DICI Sex Pistols e pensi a Sid Vicious che scriveva slogan sul suo corpo con una lametta da barbiere, la stessa con cui suonava il suo basso elettrico. O all’apologo dell’anarchismo che Johnny Rotten metteva in ogni urlo: “Non farti dire ciò di cui hai bisogno, non c’è nessun futuro per te”. Dici Sex Pistols e pensi a sudici camerini, a pantaloni di pelle indossati per giorni, a concerti affollati e sudati con tanto di sputi alla band. E invece, da oggi, i Pistols sono un gruppo da profumeria. Si chiama “Sex Pistols” ed è il profumo ufficiale della band, una “soave fragranza al limone e pepe nero” che sarà commercializzata da settembre in Europa e negli Stati Uniti. Con 40 euro si potrà portare a casa – in una confezione iper patinata e con il logo “God Save The Queen” – l’odore del punk. O, com’è stato ribattezzato in rete, “il profumo dell’anarchia”.

I puristi penseranno a una speculazione della Live Nation Merchandise, la compagnia che detiene parte dei diritti del marchio “Sex Pistols”. Ma Michael Krassner, vicepresidente della Live Nation, ha dichiarato che Rotten e compagni “sono coinvolti in tutte le decisioni che li riguardano”. Dietro il lancio del profumo c’è una precisa strategia di marketing: far conoscere i Pistols alle nuove generazioni e, in questo modo, incrementare le vendite dei loro dischi. E, infatti, il profumo non è il solo gadget targato Sex Pistols a essere commercializzato: già disponibili una sveglia, una custodia per computer e, per gli appassionati del videogioco The Sims, un avatar di Rotten da utilizzare come virtuale vicino di casa. Ma non è tutto: nell’immediato futuro sarà disponibile una saponetta con il logo “Never Mind the Bollocks”, il nome del loro unico album.

E c’è già chi storce il naso. Come Snowy Hanbury della Anomaly London, l’agenzia di promozione che ha curato, per gli ultimi mondiali di calcio, l’accordo tra la band inglese Kasabian e la Umbro. “Il lancio del profumo, può avere un impatto negativo sulla corrente culturale legata a Sex Pistols – dice Hanbury- il marchio Sex Pistols non ha alcuna possibilità di essere associato a un profumo. Come per tutti i tipi di gadget, c’è bisogno di chiedersi come sarà recepito dallo zoccolo duro dei tuoi fan”. Di avviso contrario Rachel Carpenter, manager della Half Moon Bay, azienda che commercializza prodotti legati al mondo della musica. “Le band sono aziende commerciali. E creare nuove prodotti significa solo rispettare questo spirito”. E come la mettiamo con l’avversione, tutta punk, per il mercato e le sue regole?

Per avere il polso della situazione basta dare un’occhiata ai forum aperti su punkrockers.com 1, la community degli appassionati del genere. Tanti i commenti che riguardano la nuova avventura commerciale dei Pistols. C’è chi scrive: “Anarchici e punk i Sex Pistols non lo sono stati mai. Sono o non sono la più grande truffa del rock’n'roll?”. Una domanda che rievoca il titolo del film sulla band realizzato da Malcolm McLaren, il loro mentore e produttore scomparso l’otto aprile scorso 2. E da sempre accusato di aver creato i Pistols a tavolino per una pura operazione commerciale. Commenti rifiutati in blocco dai fedelissimi della band che giurano a Rotten e soci, nel bene e nel male, eterna fedeltà.

Fonte: Carmine Saviano per Repubblica.it

Dagli U.S.A.: la maglietta “ricordo” del “grande Lebowski”. (Notizia direttamente in inglese, per fare pratica…)

La si può acquistare SOLO oggi!

The t-shirt of the day at Ript Apparel is a tribute to The Coen BrothersThe Big Lebowski created by Tom Ledin. Check out the full design after the jump. I love the doodle pen sketch of the Dude. The bad news is that with all of RIPT’s tees, the design will only be available for today and today only (midnight eastern it disappears). The good news is that the shirt can be bought for only $10 plus shipping. So act fast.

Read more: Cool Stuff: The Dude Abides T-Shirt | /Film http://www.slashfilm.com/2010/08/24/cool-stuff-the-dude-abides-t-shirt/#ixzz0xbncx62k

È crollato con uno schianto enorme, abbattuto dal vento e della pioggia, il grande albero di castagno che oltre 65 anni fa aveva consolato Anna Frank mentre si nascondeva dai nazisti.

Pensa a quanta bellezza c'è intorno a te e sii felice. Anne.

Qualcuno ha gridato “sta cadendo, l’albero sta cadendo“, e poi l’abbiamo sentito andar giù», ha spiegato la portavoce del museo, Maatje Mostart, «per fortuna nessuno si è fatto male».

L'albero, da tempo malato e dal tronco in parte marcito, si è spezzato a circa un metro da terra ed è caduto su diversi giardini, distruggendo alcune rimesse ma risparmiando il museo di Anna Frank e altri edifici vicini.

 Fonte: www.lastampa.it

McDonald’s contro McPuddu’s, piccolo imprenditore sardo.

I veri uomini mangiano cibo sardo...

CAGLIARI – Un giovane imprenditore di Santa Maria Navarrese (Ogliastra), Ivan Puddu, ha ricevuto una diffida dagli avvocati della multinazionale McDonald’s per aver chiamato i suoi piccoli negozi di gastronomia McPuddu’s e McFruttus. I legali dello Studio romano Siblegal, come riferisce il quotidiano L’Unione Sarda, contestano l’uso del suffisso Mc nelle insegne perche’ rischia di creare ”confusione”. Il negozio McPuddu’s vende, pero’, solo prodotti sardi lontani dalla tipologia del cibo disponibile nei McDonald’s. Ancor prima di far valutare ai suoi avvocati la diffida, Puddu ha coperto sulle insegne il suffisso Mc con la scritta ”censored”, e aggiunto un De all’originale Puddu’s. ”Sono rimasto allibito dalla diffida ricevuta da McDonald’s anche perche’ la mia intenzione – ha raccontato Puddu al quotidiano – non era certo quella di sfruttare il marchio americano a fini pubblicitari. Piuttosto quello di valorizzare il modo di mangiare veloce ‘alla sarda’ a base di prodotti della nostra terra come i ‘culurgiones’ (ravioli) in versione da passeggio”

Fonte: ansa.it

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