Altro che “popolo di twitter” o “popolo di facebook”. Qui ormai è il linguaggio che si “twittizza”. Per dire: I tweet di Mario Monti per Panorama domani in edicola …

O guidi ( il Governo) o twitti...Ohi, Mario, mica si può fare le due cose insieme! Multa per chi twitta guidando....

 

In occasione dei primi cento giorni di governo, che si compiono venerdì 24 febbraio, il premier Mario Monti ha accettato di ripercorrere in 42 tweet (le frasi di massimo 140 battute per comunicare sul popolare social network Twitter) i momenti fondamentali o più emozionanti vissuti da lui e dal suo esecutivo da novembre a oggi. Panorama, in edicola da domani, dedica la copertina, titolo «I pensieri di Mario», ai tweet del presidente del Consiglio. Specificando che Monti non è su Twitter, ma che, al contrario, ci sono molti «fake», falsi profili del premier, che circolano sul social network.

Nei 42 tweet che Mario Monti ha scritto per Panorama il premier parla di alcuni personaggi della scena politica internazionale e italiana: Angela Merkel, Barack Obama, Silvio Berlusconi. «Lo sento spesso, ma non lo disturbo su ogni cosa. Gli sono molto riconoscente perché il suo atteggiamento è stato di grande responsabilità verso il Paese». Ironico con l’eurodeputato della Lega Francesco Speroni, con cui ha avuto un battibecco a Strasburgo una settimana fa: «Lo ringrazio vivamente per la complessità dei punti filosofico-sistemici con cui si è rivolto a me. Li leggerò con attenzione».

Mario Monti "obamizzato" in stile Shepard Fairey . Che grande novità!

 

I PRIMI CENTO GIORNI. Nei   tweet ci sono anche i primi cento giorni di governo. Il premier si sofferma  sulle proprie emozioni. Riguardo al momento più bello dice: «La prima volta che ho parlato in Senato, quando ho scoperto che forse potevo farcela. Per me non era una cosa così scontata». Su quello più difficile: «Ce ne sono stati tanti in questi 100 giorni, ma sono certo che ne arriveranno altri». In relazione alla copertina che gli ha dedicato il newsmagazine americano Time: «Io l’uomo che salverà l’Europa? Non esageriamo, l’Ue non ha bisogno di essere salvata da nessuno».

CRISI, RIFORME, LIBERALIZZAZIONI, PENSIONI, EVASIONE FISCALE. Sono altri temi affrontati dal premier  nei tweet su Panorama. Dove non mancano anche riflessioni anche sul mercato unico, le Olimpiadi a Roma, le elezioni.

E tu che tweet vorresti inviare al presidente del Consiglio?

Scrivilo su Twitter a #panoramamonti

 

nota di newsfromtshirts: siamo certi che Monti non si sia prestato a questo giochino un pò puerile di lasciarsi intervistare sotto forma di twit. Panorama ha strappato al Premier una intervista e per essere “up-to-date” si è inventat0 questa cosa dei twits con i quali Monti risponde. Peraltro solo poche settimane fa Panorama aveva dedicato una delle sue copertine al fenomeno twitter in Italia. Ora, noi siamo più che felici che un media un pò vecchiotto come Panorama (seppur di grande tradizione e storia giornalistica) si occupi del social network del momento. Il problema è che se ne occupa un pò “alla Famiglia Cristiana” direbbe Celentano e cioè uscendo dal seminato. Perchè costringere fittiziamente il Presidente del Consiglio a stare dentro 140 battute considerando che sarà stata sicuramente la redazione ad effettuare il taglio, non certo Monti a fornirne la giusta misura..? Perchè mescolare politica e linguaggi web? Per rendersi accattivanti? E l’immagine “obamizzata” è sempre per rendere il tutto ancor più credibile in quanto Obama a suo tempo si appoggio molto sui social network per essere eletto? Comunque in Italia il boom della rete e il suo sviluppo di utenti si appoggia a questi media (fu così anche per Facebook) certo poi diventa difficile lamentarsi che alla fine, salvo pochi casi, è il cazzeggio che prevale in rete mentre dal web potrebbero arrivare  soluzioni e svolte, per la crisi e per i giovani. Twitter e Facebook da noi rimangano il lato infantile dell’adulto; il suo parco giochi privato. Il suo “vuoto” a perdere…Grazie Panorama. Riceverete migliaia di twit per Monti; ci raccomandiamo: fateglieli avere….

Marco Mottolese per newsfromtshirts

La protesta di Ivana: “A Sanremo messa da parte”

Qualcuno non ama Ivana?

 

La 62esima edizione del Festival di Sanremo è finita da tre giorni e spunta una nuova mini-polemica da chi meno ti saresti aspettato che potesse lamentarsi di alcunché. Parla Ivana Mrazova, la modella ceca di diciannove anni ingaggiata per affiancare Gianni Morandi e Rocco Papaleo sul palco dell’Ariston, ruolo funestato da un brutto torcicollo che l’ha costretta a rinunciare alla prima serata della manifestazione, ma pure da Belen Rodriguez che, alla prima uscita sul palco della figliola, mercoledì 15, ha pensato bene di catalizzare tutte le attenzioni su di sé grazie a quello spacco galeotto. E Ivana si lamenta perché si sarebbe aspettata un po’ di spazio in più. “Certo che parlo bene italiano, ma sul palco mi hanno fatto parlare a monosillabi”, dice in un’intervista pubblicata sul prossimo numero del settimanale “Chi”. In effetti i suoi interventi sono stati a dir poco limitati, ha presentato qualche cantante in gara, ha scambiato poche e insignificanti battute con Morandi o Papaleo e fermati lì. “La cosa che mi è piaciuta di meno? Il fatto di impegnarmi tanto prima, e fare così poco dopo”, dice polemica. Va anche detto, però, che quel poco che ha fatto non lasciava presagire grandi sviluppi: parlava in un italiano stentato, indossava splendidi abiti con l’aplomb di un lampione (ma non fa la modella?) e ballava con fare tanto goffo da suscitare tenerezza. Colpa di quella cervicale? “Sì, è vero, ho avuto qualche problema alla colonna vertebrale per un terribile torcicollo che mi ha costretto a saltare la prima serata del Festival, ma i veri problemi sono stati altri…”.

 

Ma come si fa a bistrattare una ragazza così brava?

 

Attendendo l’apocalisse greca…

In attesa della apocalisse Greca, newsfromtshirts sa cosa succederà....

Il popolo di Twitter (di Facebook, di You Tube, di My Space…) e l ‘ #allertacliché

Tanto per dire....

 

Il popolo del web, il popolo della rete, il popolo di Twitter. Chi è questo popolo quando il web è usato dalle stesse persone che leggono i giornali, guardano la televisione, vanno a fare spesa, lavorano, viaggiano, ecc.? Che senso ha fare titoli di giornali di questo genere?

Un profilo Twitter @AllertaCliché vuole evidenziare il malcostume del giornalismo italiano nel comunicare con luoghi comuni, ormai superati, che richiederebbero un minimo di analisi in più e meno superficialità. Si può con 27 milioni di Italiani che navigano considerare internet un mondo a parte e allo stesso tempo un miscuglio omogeneo e indistinto? Si può, se anche il Manifesto oggi titola su Sanremo “Il popolo di Twitter“.

Di questo giornalismo faccio volentieri a meno.

Segnali i cliché che scopri sui giornali italiani con il tag #allertacliche

Fonte: Luca Conti per http://www.pandemia.info

SOSTENIAMO LUCA CONTI NELLA SUA LOTTA CONTRO I CLICHE’

newsfromtshirts

Street Art Cairo e Rivoluzione

Rispetta l'esistente o aspettati la resistenza.

 

Poche settimane fa, per le strade del Cairo, quattro writers in procinto di realizzare un graffito sono stati arrestati dalla polizia. Già, i graffiti di strada sono un’arte esercitata perlopiù illegalmente, tanto al Cairo quanto per le strade di Milano, Londra o Bruxelles. Cosa c’è davvero in gioco, però, per le strade della città egiziana?
Se vi siete abituati a pensare che Facebook, Twitter e la web community abbiano tessuto le fila della rivolta di piazza Tharir, fatevi un giro per le strade della capitale. Un tempo legati a calcio, spettacolo, e pura ricerca estetica, ormai da un anno i graffiti degli street artist egiziani sono provocatori, anti-regime e liberi da ogni censura. Ed ormai anche un pugno nello stomaco dell’esercito.

Il movimento graffitaro cairota nasce in un quartiere benestante della citta’, di nome Masr el Ghidida, ma i cosiddetti artisti della strada oggi abbelliscono anche i muri del lungomare alessandrino o di El Mansoura.

I loro nomi sembrano ammiccare all’Occidente, e le loro opere rappresentano stili e messaggi diversi. C’e’ Sad Panda che dipinge ossessivamente un panda obeso e depresso che pare ormai un marchio di fabbrica e si vede ovunque per le strade del Cairo. Poco tempo fa hanno imbrattato un suo graffito e lui ha riproposto sullo stesso muro il solito panda che dice “ora sono ancora piu’ triste”. C’e’ El Teneen, che significa il Dragone, e ha incominciato a realizzare graffiti durante la rivoluzione. Una delle sue prime opere raffigurava un semplice ritratto di Mubarak e la parola “Vattene”. C’e’ Aya Tareek, una delle pochissime donne graffitare, fondatrice del primo gruppo di graffitari di Alessandria, lo studio “Fo we ta7t” (“Su e giu’”, ndr). E poi Adham Bakry, Dokhan, Hend Kheera, Hany Khaled, Charles Akl, Amr Gamal. E Ganzeer, che nonostante l’ossessione dei media nei suoi confronti va ripetendo che lui non e’ un graffitaro. Il suo ultimo graffito risale al Maggio del 2011, ma visto il suo background da graphic designer ci tiene a precisare, come campeggia nella home page del suo sito web: “NON SONO UNO STREET ARTIST O UN GRAFFITARO”.
Ganzeer ,nonostante cio’, e’ il piu’ popolare tra tutti i graffitari del momento. Parte di questa fama e’ legata all’arresto subito per la diffusione in tutta la citta’, una vera e propria febbre, di uno sticker da lui ideato, che rappresenta un uomo bendato e con un sasso in bocca. Lo sticker dice “LA MASCHERA DELLA LIBERTA’”, e subito sotto recita “Il Consiglio Supremo delle Forze Armate saluta gli amati figli della nazione” con tanto di nota sarcastica: “Ora disponibile per un periodo illimitato di tempo”. Ganzeer e’ uno dei pochi graffitari che mostra volentieri il proprio volto e realizza opere dal contenuto politico esplicito e apertamente anti-militare, ma ha anche organizzato molto altro: la Cairo Street Art Map, che utilizza Google Map per aiutare fan e altri artisti a localizzare tuti i graffiti della citta’, il “Tank versus Bike”, ovvero il graffito piu’ esteso e longevo della citta’, un lavoro di gruppo che rappresenta la brutalita’ dell’esercito e che alcuni artisti sconosciuti hanno arricchito, in seconda battuta, con dei civili che cadono sotto i carri armati (una sorta di spontanea auto-narrazione collettiva), il “Martyr’s Mural Project”, che mira a realizzare un murale per ogni martire caduto, e infine il Mad Graffiti Weekend, campagna lanciata nel Maggio 2011 sui social media e che incentiva la collaborazione tra graffitari. Nel gennaio del 2012 Ganzeer ha anche lanciato la “Mad Graffiti Week”: dal 13 al 25 gennaio tutti gli street artist sono stati incoraggiati a invadere la citta’ di opere che denuncino le menzogne del Consiglio Supremo delle Forze Armate.

Se Ganzeer e’ l’artista piu’ famoso e sovraesposto, nelle strade del Cairo si aggirano anche graffitari piu’ discreti, come Keizer.
Di madre francese e padre egiziano, Keizer ha vissuto in Francia, Australia ed Asia sud-orientale, dove ha approfondito i suoi studi di psicologia, marketing e arti visive. Ma soprattutto, ha lavorato a lungo come pubblicitario, mestiere dove lungi dal poter utilizzare liberamente la sua creativita’, si e’ ritrovato a lanciare messaggi di massa e a vendere idee. Dopo aver a lungo rigettato le sue identita’ egiziana e francese, da lui definite “arroganti, piene di se’, limitanti”, ha fatto pace con la sua egizianita’ e si e’ trasferito definitivamente al Cairo, dove si e’ trovato, ironia della sorte, ancora impegnato a lanciare messaggi alle masse. Questa volta, pero’, esprimendo liberamente la sua energia creativa, e facendo finalmente qualcosa di cui e’ convinto intimamente, e di cui ha bisogno “come l’ossigeno”. Keizer dichiara di non aver guadagnato una sola sterlina dai graffiti che realizza. La Pepsi in Libano gli ha offerto un lavoro, giornalisti e gallerie lo hanno corteggiato, gli e’ stato proposto di realizzare magliettine e gadget vari, ma lui ha detto di no a tutti. Il motivo, sostiene, e’ che “finalmente sono libero. Nessuno puo’ prendere la mia idea, stravolgerla, farla a pezzettini. Sono proprietario della mia arte”. E cosi’, in contrapposizione alla “mentalita’ di gruppo” che lui attribuisce ad un certo modo tutto egiziano di agire sempre in compagnia, snobba gli altri graffitari ed inizia ad aggirarsi tutto solo di notte per le strade del Cairo, dove applica stencils anti-consumistici (theCapitalism scritto in bianco su sfondo rosso, a sbeffeggiare la CocaCola), anti-militari, slogan lapidari (“Respect existence or Expect resistance”), attacchi a celebrita’ pro-regime e a programmi televisivi propagandistici (molti sono gli stencils in citta’ che raffigurano un uomo che punta una pistola contro la propria testa a forma di televisione, affiancata dalla scritta “Kill your television”).

Un muro al Cairo

 

Keizer racconta due episodi emblematici di come la street art possa incidere sulla mentalita’ degli egiziani: il primo e’ quello di un suo graffito realizzato in un’area molto povera e degradata della citta’, sommersa dalla spazzatura. Dopo una settimana, l’area era stata ripulita dagli abitanti. Secondo Keizer per la prima volta gli abitanti del quartiere si sono sentiti considerati, degni di attenzione, e hanno capito che lo spazio urbano puo’ diventare, in qualche modo, “bello”. Un altro suo graffito ha dato il via ad una vera e propria riqualificazione di un angolo di strada che ha visto sorgere una panchina e delle aiuole.
I graffiti possono dare un nuovo senso ai quartieri, creare un senso dell’estetica urbana e spingere gli egiziani a riappropiarsi dello spazio pubblico. Per questo Keizer tende a non lavorare accanto a Piazza Tahrir, dove, sostiene, “c’e’ gia’ la mentalita’ giusta”. “Io voglio risvegliare gli indifferenti, gli inerti, le persone che, mentre a Tahrir si rischiava la vita, se ne stavano in un angolo impaurite dall’instabilita’ che sarebbe venuta”.

Il graffito come richiamo figurato alle armi. Keizer ci crede, senza paternalismi di sorta, pero’: “Una volta un passante mi ha chiesto perche’ non aggiungevo una spiegazione sotto al mio graffito. E se quello che vedeva lui in quell’immagine era corretto. Gli ho risposto che non c’e’ giusto o sbagliato, qualunque cosa lui veda e’ corretta”. Se insomma la propaganda di regime ha inibito il libero pensiero, l’interpretazione e la capacita’ critica degli egiziani piu’ vessati da crisi, disoccupazione, e corruzione, una citta’ ingentilita da graffiti e arte di strada puo’ restituire liberta’ e voglia di ragionare con la propria testa.
Per i detrattori della street art tutto cio’ potrebbe apparire come un sogno, un’utopia. Ma forse Keizer risponderebbe, come recita un suo graffito, “If you dont’ let us dream, we won’t let you sleep”. Piazza Tahrir insegna.

Fonte: Randa Ghazy per http://www.yallaitalia.it

 

Sarkozy approda su Twitter e viene raggirato dal finto Monti : Il presidente francese segue un profilo «fake»

Smettetela di seguirmi!

 
 Nicolas Sarkozy è su Twitter, e non è un arrivo facile. Il presidente francese sta usando il sito nella campagna elettorale per la rielezione, siglando con le iniziali NS i messaggi scritti di persona dell’account ufficiale @NicolasSarkozy (così come fa Barack Obama alla Casa Bianca), e rilanciando i momenti più importanti della sua attività da candidato, per esempio il discorso di domenica a Marsiglia. Ma nelle prime ore lo staff «digitale e social media» guidato da Nicolas Princen è caduto nella trappola delle false identità in rete, mentre sceglieva i primi 10 nomi da seguire. Così, accanto al vero presidente russo Dmitri Medvedev e al vero premier britannico David Cameron, Nicolas Sarkozy si è abbonato al falso Mario Monti, che gli ha fornito un improbabile endorsement augurandogli di essere rieletto.
 
L’INGANNO - La squadra di Sarkozy si è lasciata trarre in inganno dalla ministra Nadine Morano, che qualche giorno fa ha rilanciato il messaggio con cui il falso Monti annunciava l’appoggio suo e del governo italiano alla ri-candidatura di Sarkozy. E c’è voluta una giornata prima che all’Eliseo di accorgessero dell’errore. I problemi continuano con il caso degli account satirici: @_NicolasSarkozy, @mafranceforte, @fortefrance, @SarkozyCaSuffit et @SarkozyCestFini sono stati sospesi dalla direzione di Twitter, con questa motivazione: «È vietato usurpare l’identità di altre persone in modo suscettibile di indurre in errore». Ma secondo l’associazione Internet sans Frontières questi account non violano le condizioni generali di utilizzi di Twitter, perché il loro carattere di parodia e satira è evidente.

 LA CENSURA – L’Eliseo, secondo l’opposizione, sarebbe intervenuto per censurare account legittimi, tanto che analoghi iscritti che prendono in giro François Hollande – come @FrancoisHolland o @Flamby2012 – continuano a twittare indisturbati.

Fonte: Stefano Montefiori per Corriere.it

post scriptum di newsfromtshirts: paradosso. E’ peggio ( o meglio ) il Presidente francese che va su twitter e dialoga con i finti profili o Alemanno di cui viene creato un finto profilo e all’inizio dello scherzo (se così lo vogliamo chiamare) gli utenti sono convinti che sia proprio lui?

Twitter @Stef_Montefiori

Twitter vs Facebook, è guerra tra gli iscritti? ( Interessante analisi e dati U.S.A. sui due social network).

Facebook contro Twitter....e chissenefrega !

 
 

Creato l’hashtag #TornateSuFaceBook. Ma c’è chi dice: «È solo snobismo». E una ricerca smentisce la contrapposizione.

Twitter va all’attacco di Facebook. O, meglio, gli utenti amanti dei messaggi in 140 caratteri si scagliano contro chi si iscrive a Twitter senza capirne le regole e rimanendo fedele alle regole del social network di Mark Zuckerberg. Risultato è l’hashtag #TornatesuFacebook, primo nella classifica dei trend topic italiani.

 SUPERIORITA’ INTELLETTUALE – Tantissimi i messaggi postati, con inviti più o meno “minacciosi”. Scrive un utente: «È inutile iscriversi a #Twitter per postare solo foto e link. Se non avete niente da dire #tornatesuFacebook». O, ancora, «#tornatesufacebook se avete bisogno di affetto, se non potete fare a meno del “buongiorno” e della “buonanotte”». Si chiede di abbandonare anche a chi «cerca la chat e il mi piace, quelli qui non esistono». Stesso discorso con quelli che non possono fare a meno dei giochi online come FarmVille perché «su Twitter non si coltivano orti e non si dà da mangiare alle mucche». Qualche utente si scaglia anche contro l’abitudine dei seguaci di Zuckerberg «che postano 150 foto delle loro vacanze che non interessano a nessuno». Poi, c’è anche chi la prende con ironia e scrive: «Sono iscritto su Twitter da 10 minuti ma devo fare il figo, quindi #TornateSuFaceBook» E se la serie di messaggi ha principalmente l’obiettivo di dimostrare la superiorità intellettuale di Twitter, considerato social network dove si discute di argomenti più intelligenti, parecchi utenti non hanno gradito l’hashtag e l’hanno tacciato di snobismo. «Dov’è finita la democrazia? Ciascuno può scrivere quello che gli pare», si chiede un liberale della sfera. «Siete degli squadristi», accusa un altro. E così il dibattito va avanti per ore.

DALLO SCHERZO ALLA RICERCA – E mentre gli utenti italiani si divertono a contrapporre i due social network, negli States sono già state condotto ricerche di mercato per capire le differenze tra chi preferisce l’uno e chi invece usa più l’altro. Secondo lo studio «Social media around the world 2011» basato sull’analisi di 9.000 profili, Twitter pare essere innanzitutto più utilizzato dagli uomini (il 55% degli utenti è di sesso maschile). Facebook, invece, piacerebbe di più alle donne, con un 53% degli iscritti appartenti al gentil sesso. Poi, un’altra sostanziale differenza: Facebook porta via più tempo, ossia 37 minuti di media al giorno, contro i 21 su Twitter. Sempre secondo la ricerca, però, è sbagliato contrapporre a priori i due social network: intanto solo il 16% degli utenti iscritti a Twitter effettivamente usa il profilo. E, aspetto più importante, solo il 13% di chi ha un profilo su un social network usa esclusivamente Twitter. Il restante 87% è iscritto anche Facebook e lo privilegia per le comunicazioni quotidiane. Come dire che se #tornatesufacebook venisse davvero preso sul serio, a cinguettare rimarrebbero davvero in pochi.

Fonte : Marta Serafini per Corriere.it
twitter:@martaserafini

Elogio della farfallina…

Amo le farfalle...

 
Grazie al vertiginoso spacco di Belén, abbiamo finalmente capito cosa significhi l’espressione «Vuoi salire a vedere la mia collezione di farfalle?». Salendo, in zona inguinale, c’era il grazioso tatuaggio di una farfalla, che fino a poco tempo fa era anche simbolo della Rai. A scuola ci facevano studiare la «Farfalla di Dinard», una raccolta di prose di Eugenio Montale («La farfallina colore zafferano che veniva ogni giorno a trovarmi al caffè, sulla piazza di Dinard…») e poco sapevamo di farfalle, farfalline e farfalloni: «Non più andrai, farfallone amoroso, notte e giorno d’intorno girando, delle belle turbando il riposo». Anzi, ci veniva spiegato che la farfalla era segno di trasformazione e di rinascita, al pari della Fenice. Rappresentava l’anima che, uscita dal corpo, raggiungeva un grado superiore di perfezione. Poi, crescendo, abbiamo letto anche «Lolita» e scoperto che il sommo Vladimir Nabokov non era mai sazio di correre con la rete aperta (non la patta, come Papaleo), inseguendo farfalle. Farfalle vere, che danzavano sopra le tundre di Madre Russia ma che, evidentemente, lo ispiravano.

A Sanremo la farfallina di Belén era a guardia della trincea della virtù, protetta da un perizoma invisibile, una strisciolina di stoffa in commercio con il nome di «C-String», niente a che vedere con le mitiche «mutandine di chiffon», canzone allegra e birichina degli anni 20, resa poi immortale dal libro di Carlo Fruttero: «Mutandine di chiffon, sentinelle sentinelle del pudor difendete dall’amor la trincea della virtù». Già, perché la storia della Rai è anche una storia di mutande e mutandoni. Come non ricordare gli scandali di Alba Arnova, Abbe Lane, le gemelle Kessler e soprattutto il balletto di Delia Scala nella Canzonissima del 1959 che tanto fece adirare i benpensanti? Umiliati e sconfitti, Garinei e Giovannini commentarono: «Avevamo messo i mutandoni neri alle ballerine. Allora meglio dirci chiaramente che bisogna sopprimere i balletti degli spettacoli tv». Altri tempi, altre mutande. Come dice il proverbio, «scherzando intorno al lume che t’invita, farfalla perderai le ali e la vita».

Fonte: Aldo Grasso per Corriere.it

E se la mafia è una montagna di merda…i Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine!” (Ecco gli insulti che hanno portato alla chiusura del portale Vajont.info)

Ecco la maglietta che sintetizza il pensiero dei redattori di Vajont.info

 
Vajont.Info, il portale dedicato alla strage del Vajont, è stato oscurato a causa delle “offese agli onorevoli Domenico Scilipoti e Maurizio Paniz”. Il giudice delle indagini preliminari di Belluno Aldo Giancotti ha disposto il sequestro preventivo e l’oscuramento del sito poiché sono state pubblicate “espressioni dal tono gravemente diffamatorio: E se la mafia è una montagna di merda…i Paniz e gli Scilipoti sono guide alpine!“. Inoltre sono state ravvisate come aggravanti l’utilizzo di Internet e il fatto che le offese fossero rivolte a pubblici ufficiali.
 
La questione sta infervorando il dibattito in Rete anche perché è stato ordinato ai 226 internet service provider italiani di “inibire ai rispettivi utenti l’accesso all’indirizzo web www.vajont.Info, ai relativi alias e ai nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo, all’indirizzo IP statico che al momento dell’esecuzione del sequestro risulta associato al predetto nome di dominio e a ogni ulteriore indirizzo IP statico che sarà associato in futuro (interdizione alla risoluzione dell’indirizzo mediante dns)”.
 
 E così rischiano di scomparire documenti, fotografie e interviste pubblicate sul sito, ma la cosa più grave è probabilmente l’effetto collaterale sui diritti costituzionali della community del sito.

Di fatto sostituire al nome Scilipoti qualsiasi aggettivo va benissimo....

“Sino a oggi la magistratura aveva sempre esitato nell’imporre ai provider lo strumento dell’inibizione all’accesso per i cittadini italiani in occasione di un sequestro preventivo dei portali e dei blog per diffamazione, per i gravi rischi di lesione dei diritti costituzionali all’informazione e alla libertà di espressione e mai in precedenza, per una potenziale diffamazione, era stata adottata la misura dell’inibizione all’accesso a un blog o a un portale a carico di un così rilevante numero di internet provider”, ha dichiarato l’avvocato Fulvio Sarzana di Sant’Ippolito.

“Al di là della vicenda giudiziaria e delle responsabilità del titolare del portale che andranno accertate, e della giusta tutela spettante in quel caso agli onorevoli Scilipoti e Paniz, va detto che il consolidamento di questa prassi appare in grado di ledere gravemente i diritti all’informazione dei cittadini italiani che potrebbero vedere scomparire dal mondo della rete interi quotidiani, blog, portali informativi, in virtù di una o più frasi ritenute lesive dei diritti di un singolo cittadino”.

Fonte: http://www.tomshw.it/

 

Dora, viva la bimba migrante.

Eccola Dora, l’esploratrice
 

E’ solo la protagonista di un cartone animato, ma la piccola esploratrice figlia di ‘latinos’ entrati negli Usa è diventata un simbolo del multiculturalismo. Specie per i milioni di ragazzini di seconda generazione che la seguono in tv-

 

Chi ha picchiato Dora? Dora Márquez ha otto anni, occhi enormi e un sorriso sempre stampato in faccia. Insieme alla fedele scimietta Boots e a una mappa magica aiuta il prossimo a trovare soluzioni per qualsiasi problema. La bambina, meglio nota come Dora l’esploratrice, è la protagonista di uno dei cartoni animati più amati del nostro pianeta. Ma soprattutto, con i suoi genitori latini, è una delle più efficienti paladine della multiculturalità negli Usa. Per questo è finita in prima linea nella battaglia contro la legge dell’Arizona contro gli immigrati: un’immagine “pirata” di Dora pestata dalla “migra” (polizia di frontiera) e con un occhio sanguinante ha fatto il giro del mondo.

Dora è nata nel 2000 da un’idea di Chris Gifford, Valerie Walsh, Eric Weiner prodotta da Nickelodeon, e ha cambiato il modo di fare cartoni animati negli Usa e nel mondo. La carta vincente di questa serie esportata in tutto il mondo – dalla cingalese Chutti TV alla nostrana Italia 1 – è stata da subito proprio Dora: figlia di migranti ispanici, è orgogliosa del suo bilinguismo e insegna al pubblico molte frasi e parole spagnole. Prima di lei non c’erano personaggi bilingue e multietnici nelle tv per bambini.

Conciata così dalla polizia di frontiera

Dora è stata un’apripista. E ha fruttato ai suoi creatori un giro di affari immenso. Solo in merchandising il fatturato si aggira intorno agli 11 miliardi di dollari. Il cartone è tradotto in trenta lingue: nei paesi anglofoni Dora insegna lo spagnolo, nel resto del mondo l’inglese. Ed è diventata una vera star: ha persino duettato con Shakira, o meglio Shakira ha avuto l’onore di duettare con lei. E cominciano a fioccare parodie e imitazioni: la comunità cinese si è costruita una sua Dora. Ma per ora l’imitazione non ha conquistato il mondo.

Fonte: Igiaba Scego per http://espresso.repubblica.it

 

 
 
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